I LIBRI DEGLI ALTRI n.95: Tipologie del disagio umano. Luisa Brancaccio, “Stanno tutti bene tranne me”

Luisa Brancaccio, Stanno tutti bene tranne meTipologie del disagio umano. Luisa Brancaccio, Stanno tutti bene tranne me, Torino, Einaudi, 2013

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di Giuseppe Panella

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Un blocco di appartamenti in una zona residenziale di una città di cui non viene mai fatto il nome e che può essere qualsiasi grande insediamento urbano italiano è il teatro delle vicende di una serie di esistenze umane che si incrociano e si ritrovano all’interno della descrizione di una serie di tipologie (peraltro assai diffuse) del disagio esistenziale, di quello che una volta, con termine preso a prestito dalla filosofia hegelo-marxista, veniva definita “alienazione”.

Nel primo capitolo di questo romanzo di esordio di Luisa Brancaccio (classe 1970 ed ex-appartenente a quella che, per una breve stagione letteraria, è stata definita “gioventù cannibale”), sono due fratelli a esibire le loro angosce e le loro passioni: lui, studente di medicina che ha appena fallito il fondamentale esame di anatomia senza avere il coraggio di dirlo ai suoi genitori, riceve in regalo dalla sorella una bustina di eroina e ammette la sua dipendenza dalle droghe pesanti (non ritornerà più nella narrazione).

Nel secondo capitolo compare, invece, il personaggio di Margherita, casalinga inquieta, lettrice onnivora e insonne, madre di tre figli che non la considerano, moglie di un medico chirurgo di fama che la considera una sorte di soprammobile della casa e che impedisce qualsiasi contatto, qualsiasi relazione con il resto della famiglia. Se la donna appare turbata, malata, dipendente da sonniferi e antidepressivi, il marito sembra l’emblema stesso della salute e della paternità efficace: attivo, brillante, uomo di successo, padre che conserva un rapporto privilegiato con i suoi figli e ha con loro un rapporto cameratesco. Si vedrà in seguito che non è affatto vero e che non è tutto oro quello che luccica. Margherita tenta di instaurare un rapporto che non sia solo di lavoro con la donna di servizio, Clara, che, però, rilutta a cedere e ad accettare l’amicizia della sua disperata padrona.

E’ una ragazza madre che ha bisogno di lavorare e che teme di essere invasa nella sua soggettività che difende accuratamente da ogni pretesa di entrarvi da parte di altri.

Ma Margherita ha bisogno di aiuto e lo cerca disperatamente in qualcuno. Cerca uno psicoanalista e lo trova sulle Pagine Gialle della Tim. E’ l’ormai anziano psichiatra dottor De Seta che da tempo aveva smesso di esercitare e che vive ormai isolato, dopo la morte della moglie.

Tra i due si instaura un rapporto fittissimo che va al di là delle pure e semplici prestazioni professionali (le sedute a poco a poco diventano giornaliere). Margherita si sente più sollevata da questa relazione terapeutica e così pure De Seta che ricomincia a provare l’impulso ad uscire dal bozzolo in cui si è rinchiuso dopo la scomparsa della sua compagna. Durante una lunga notte afosa, incontra una ragazza in compagnia di un cane, Sonny, che lei sta accompagnando fuori e con lei scambia un numero considerevole di chiacchiere in libertà, fino a offrirsi di interpretare i suoi sogni (che non risultano però particolarmente significativi).

De Seta si sente solo dopo il suo breve matrimonio e il ritorno alla pratica di psicoterapeuta gli sembra un tentativo riuscito di ritornare alla vita vera, fuori dal guscio protettivo in cui è sempre vissuto protetto dalla sorella maggiore (tranne che nei tre anni della vita coniugale).

 

«Erano quattordici anni che non aveva un paziente. Aveva deciso così. Il suo lavoro alla fine gli era sembrato di sola concettualizzazione dell’esperienza altrui. O di semplificazione dell’esperienza altrui. Lo scopo era quello di rendere la narrazione della vita meno complessa e angosciante, più controllabile. Il suo talento era tutto nella nomenclatura delle emozioni, negli esempi, nelle metafore. Aveva smesso. Poi un giorno ha telefonato Margherita e lui si è sentito immediatamente disponibile. Dopo quattordici anni. E questa volta ha seriamente intenzione di accettare che l’affetto, il sostegno mortale, la tenerezza facciano parte della terapia. Di escludere qualunque gerarchia. Il dottore sta seriamente pensando di non farsi pagare. E di invitarla a pranzo qualche volta, per farle provare le frittelle di zucca che si è inventato»[1].

 

Margherita, tuttavia, continua a non capire che cosa succeda in casa propria e del perché i figli la consideri solo una parte di qualche utilità del mobilio che l’arreda (cucina, è vero, anche se non le piace e si occupa di impersonare al meglio la figura di rappresentanza sociale che il marito le ha assegnato). Poi, una notte, il figlio Dario si uccide: si colpisce ripetutamente e si lascia dissanguare in una vasca da bagno. Le ragioni della morte auto-inflittasi restano oscure e nessuno sembra interessato a cercarle. Non così la madre che cerca di penetrare i segreti del figlio attraverso i file del suo personal computer, ma invano.

Il marito sequestra il pc e lo nasconde nel suo studio personale all’ospedale dove, però, Margherita va a cercarlo e lo recupera, dopo averne sfondato la porta e creato un notevole scompiglio tra il personale infermieristico, soprattutto nella caposala del reparto di psichiatria.

Anche il computer non contiene alcuna rivelazione. Ma in un suo libro – che anche il figlio aveva letto su suo consiglio – e che è simbolicamente Il terzo poliziotto di Flann O’Brien, la madre trova un biglietto che contiene un angosciato grido d’aiuto: “Mamma, che fai, non vedi ?”.

Molti altri suoi libri contengono biglietti simili e, alla fine, la donna capisce. Il marito, splendido esemplare umano di uomo efficiente, inappuntabile, premuroso, affettuoso con i figli e tollerante verso le sue debolezze, abusava da sempre dei figli (è la stessa situazione di base di La bestia nel cuore, romanzo e poi film, nel 2005, ad opera di Cristina Comencini – in quel testo c’era, però, anche l’aggravante della tacita connivenza, per quieto vivere, della madre rispetto all’abuso sessuale perpetrato dal padre). Messo di fronte alle sue responsabilità, l’uomo cercherà di negare accusando la moglie di essere pazza (lo stesso dirà del figlio morto suicida) ma, alla fine, profondamente scossi nelle loro coscienze anche gli altri due figli si sottrarranno all’ipnosi del controllo paterno e lo cacceranno di casa. Nel corso della terza vicenda narrata nel romanzo, si saprà poi che l’uomo è stato arrestato. Dei due protagonisti della vicenda che chiude il romanzo della Brancaccio, non si sa molto, in particolare di lui. Della sua attività viene detto che insegna Storia dell’arte del Rinascimento ed è uno specialista di Leonardo, mentre della moglie (di cui non viene specificato il nome, come peraltro del marito) si sa che ha una sorella, Carla, che si lascia sfuggire qualche confidenza sul passato adolescenziale di lei. Si saprà che a cinque anni ha covato un uovo, che ha fatto l’amore per scommessa con “il secchione della classe” e che entrambe “si erano fatte di speed” (una pericolosa mescolanza di eroina e cocaina, la stessa una cui overdose uccise il mitico John Belushi). Ma cosa pensi effettivamente resta oscuro. Reduci dalla perdita del loro primo nato e provati da questa tragedia, i due hanno affittato una casa di campagna in Chianti e vi vivono alterne vicende. Lui si occupa della casa, lei si interessa sempre più attivamente della campagna e sviluppa un desiderio molto forte di capirne di più della sua coltivazione. Il loro vicino di casa, un contadino definito “bellissimo” e solitario, entra di prepotenza nelle loro vite.

Dapprima inviso alla donna che lo reputa un violento prevaricatore perché vuole impedire alla sua cagnetta di accoppiarsi quando va in calore (in precedenza si è saputo che ha ucciso brutalmente, schiacciandogli il capo, i cuccioli che l’animale aveva partorito), piano piano diventa una figura indispensabile nella sua vita e occupa il posto lasciato libero dal marito.

Quest’ultimo, infatti, dopo l’entusiasmo iniziale per la casa del Chianti, ha preso a tornare sempre più spesso in città, a vedere i vecchi amici, ad andare al cinema e a cena fuori – la donna, invece, si rifiuta di accompagnarlo e resta in campagna a coltivare il sogno di un “orto sinergico” (la cui composizione – che rimane un po’ misteriosa – ha appreso dal suo vicino).

Il marito ha una brevissima relazione con la barista del caffè del paese (una solitaria donna dell’Est europeo che lo seduce “nel bagno dei maschi”), poi va a trovare Margherita (che abita nel suo stesso blocco di appartamenti) e le porta dei fiori. La donna gli sembra molto più serena perché “il bene e il male sono finalmente alla luce del sole”. Infine, al suo ritorno in campagna, ha un’intuizione su ciò che sta accadendo là e su cui poi si chiude il romanzo:

 

«Succede così, lentamente. Una mattina uscendo in retromarcia dal vialetto della casa di campagna lui si gira a guardare la moglie che sta ferma sul patio. E’ in mutande e maglietta, ha i capelli legati e una tazza di caffè. Lo saluta con la mano. Da quella visuale vede anche il vicino, appoggiato allo steccato che separa le due proprietà. E per la prima volta pensa loro. Il cane esce dalla casa correndo, corre dal padrone, striscia sotto lo steccato per passato per passare dall’altra parte, gli fa le feste saltandogli addosso e mordendogli le mani. Lui guarda sua moglie che saluta. Guarda il vicino, anche lui saluta. Guarda il cane che scodinzola. Loro»[2].

 

Romanzo d’esordio, il libro della Brancaccio mantiene sempre un ritmo sostenuto nello sviluppo delle vicende che narra e, nonostante qualche incertezza narrativa nella storia dei due “esiliati” nella campagna toscana e qualche ingenuità, riesce a raggiungere il notevole risultato di raccontare una vicenda di anti-eroi contemporanei che non accettano il loro disagio esistenziale ma lo usano per provare a crescere e a diventare diversi: una donna “nuova” lei, un uomo più autonomo lui nonostante le difficoltà di rapporto con la moglie e la morte del loro bambino.

Ma il personaggio più intrigante è il mite e pensieroso psichiatra-psicoterapeuta De Seta, nostalgico del suo passato ormai trascorso ma ancora capace di rimettersi in discussione e fiducioso nel futuro e nelle giovani generazioni di cui accetta lo sguardo disincantato (ma spesso ancora ingenuo) su ciò che accadrà da allora in avanti.

 


NOTE

 

[1] L. BRANCACCIO, Stanno tutti bene tranne me, Torino, Einaudi, 2013, p. 48.

 

[2] L. BRANCACCIO, Stanno tutti bene tranne me cit. , p. 139.

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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