I LIBRI DEGLI ALTRI n.101: Il lento spegnersi di un mondo. Annalisa Macchia, “Interporto est”

Annalisa Macchia, Interporto est, Il lento spegnersi di un mondo. Annalisa Macchia, Interporto est, con una Postfazione di Luigi Fontanella, Bergamo, Moretti & Vitali, 2014

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di Giuseppe Panella

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Interporto est è la narrazione dolorosa e partecipata di un evento personale dell’autrice che, attraverso la mediazione della scrittura poetica, giunge a cogliere una possibile dimensione di condivisa commozione universale. Scrive Luigi Fontanella nella sua Postfazione al testo della Macchia, rilevando la funzione fondamentale del personaggio della madre, figura centrale e, contemporaneamente, muta nella costruzione di quel “filo rosso” che costituisce la sostanza del narrato e lo conduce verso una sorta di bilancio della situazione del presente :

«In fondo, questo poemetto, di notevole compattezza lirica ed elegiaca, potrebbe anche (a tratti perfino fellinianamente) inquadrarsi in una sorta di rassegna di luoghi e personaggi familiari, divenuti, col tempo, spiriti benevoli, un po’ come lo erano i Lari domestici : le antiche divinità romane, protettrici di case e di crocicchi, in certi momenti quasi delle parusìe ormai incastonate per sempre in un tempo-luogo autre. Ma ecco che basta un tocco di campana a squarciare l’incanto, non importa se il suo suono oggi è prodotto meccanicamente1. In tutto il poemetto, intensamente evocativo, c’è un personaggio, la madre dell’autrice, che fa da tramite al dialogo ininterrotto con questo luogo ; è lei, personaggio silente (ma eloquente per le immagini che richiama), a tenere il capo di quel filo. Indicativo, in tal senso, il “tu” frequentemente a lei diretto – ma ambiguamente rivolto anche a lei stessa-rievocante ; un “colloquio” muto e struggente che serve a interrogare tramite lei il passato, sia, nel confronto, a meglio comprendere se stessa scrivente, ora che la sua interlocutrice è scomparsa per sempre, sebbene solo fisicamente»2.

Ma che cosa accade, in fondo, in questo poemetto, anche solo riducendo il percorso poetico di Annalisa Macchia alla pura struttura su cui si regge il suo poetare riferito al passato e riverberatesi sul presente e senza tener conto, per ora, del lavoro stilistico che lo avvolge e lo rastrema?

L’obiettivo che la poesia racchiusa in Interporto est si pone nel suo viaggio attraverso la memoria consiste nel provarsi a riparare e, per così dire, a mettere in mora gli inevitabili strappi che il tempo produce e che vengono ogni volta rinnovati dal suo spietato e inarrestabile trascorrere nell’arco della vita. Ritrovare ciò che è stato un tempo corrisponde, per Annalisa Macchia, a ritrovarsi e a rivivere, rievocando quegli episodi e trasformandoli in parola scritta:

«Corre la mia campagna livornese. / Ingoia terreni strinati / ciminiere a un passo dalle spiagge / pini sbilenchi / miasmi / ammassi di vetture. // Interporto est. Ci siamo : / il ciabattare per le vie del paese / donne grasse uomini a torso nudo / la parlata verace un po’ sboccata / muri sghembi ai lati del cancello / il cigolio alla spinta della mano / clic della chiave nella porta / i mobili dei nonni / tarli gechi ragni zanzare / fantasmi / rinchiusi in cassetti e in bauli / aspettano l’estate. // Me lo dico ogni anno / forse non è più il caso. / E rimango. Continuo / a ricucire ogni strappo del tempo»3.

Si tratta, allora, per la poetessa di dare un senso a ciò che è trascorso da tempo alla luce di eventi più prossimi che siano in grado di acquistare un nuovo significato se osservati in una dimensione profondamente mutata. Non si tratta però di raccontare semplicemente quegli eventi ma di rivisitarli con la forza visionaria del verso e di renderli come immagini, magari sconnesse, di quello che è stato una volta e che la forza evocatrice della mente continua a suscitare in chi scrive.

Il passato si presenta con le caratteristiche di qualcosa che si va sempre più perdendo, sfarinandosi, crollando e sbriciolandosi nel passare impietoso degli anni : dei luoghi caratteristici dell’infanzia, dove tanti eventi grandi e minuti si erano verificati un tempo non rimangono che le rovine, i resti che la memoria riconosce a stento e che la vita ormai ha archiviato come appartenenti a una dimensione che ormai non è più proponibile :

«Le pareti sfarinano un poco / per l’umidità. / Le tocco / come faceva / mio padre giovanotto / le stesse mille volte sfiorate / dalle donne di casa. // Nascosta tra i mattoni / a fior d’intonaco / hanno lasciato te / piccola ombra / a prendere corpo / a non piangere / per ciò che non è più. / Giochi, scrosti indifferente / le bolle sul muro / eppure conosci lo scompiglio / d’essere anello / di una imperscrutabile collana. / Silenziosa / frantumi pezzetti di calce / scuoti a tratti i capelli / e ripulisci l’abito / dalla polvere bianca»4.

Far parte consapevolmente di una lunga catena di giorni e di eventi in qualità di “anello” di una catena che non si è ancora spezzata e che forse non si spezzerà mai, permette a chi ne descrive gli esiti di mantenere quella capacità di osservazione che costituisce l’elemento di distacco necessario alla poesia per crescere e mantenersi a livelli stilisticamente adeguati all’oggetto della scrittura.

Gli episodi dell’infanzia che costellano gran parte del poemetto sono legati a episodi importanti della formazione di chi li ricorda ancora – sono legati alla sua memoria più intima ma costituiscono soltanto una sorta di fondale sul quale rivedere passare ciò che di quei momenti, di quelle avventure minime ma tanto sorprendenti e fascinose, di quegli eventi suggestivi e goduriosi è passato nella vita “vera”, nella soggettiva esistenza adulta e capitale di chi allora ne fu la protagonista (quasi) assoluta. Ma ora cosa rimane se non quello che la soggettività profonda ritiene in sé perché lo ha tesaurizzato fino ad ora per dargli il pretesto migliore per parlarne in pubblico, per farne una sorta di confessione agli altri, per renderlo palese come qualcosa che è servito a dare compattezza e sostanza alla vita che c’è stata dopo ? Di tutto questo, Annalisa Macchia rende conto nel suo libro :

«La porta si chiude alle spalle / nel buio / si ritraggono le pareti / si sgretola il passo / appesi a una nuvola / microscopici quadranti / maniglie / nessun clic o cigolio / sospeso anche il respiro / brancolano corpo e mente / compressi / da una rosa dei venti impazzita. // Tra stecche di persiana / un barbaglio. / C’è ancora la luna? / Non ingoiarmi, casa, / stendi sul pavimento / sassi bianchi / rovescia conchiglie perlate / dai suono alle tue voci. / Dovrò imparare un giorno / ad attraversare il tunnel / raggiungere a tentoni / lo spiraglio»5.

Dal buco che costituisce il buio del tempo trascorso e dalle “stecche di persiana” che separano i diversi momenti che lo costituiscono, si intuiscono accendersi dei lampi, dei flash improvvisi, dei guizzi memoriali, delle parziali e funamboliche epifanie, dei soprassalti esistenziali che la parola poetica rende e regge su se stessa perché si sostanzino di una qualche verità.

Infatti, sembrerebbe qui di cogliere l’avvertimento di come l’Interporto est (sia come luogo che come libro) sia divenuto una dimensione intermedia della vita6.

In essa chi scrive trova la possibile di esprimere un passato fatto in parti eguali di dolore e di piccole felicità che la vita ha equanimemente cancellate per stendere su di esse un velo di indifferente e brancolante oblio degli eventi.

Collocate tra una notte di Pasqua e un autunno, queste “memorie lontane” si accrescono di un valore aggiunto datogli dall’urgenza con cui si sono presentate all’appello per rispondere a un’esigenza di bilancio e, soprattutto, di verità.

Di fronte al lento spegnersi di un mondo (il suo dell’infanzia e della prima giovinezza) al poeta non resta che riprovarsi a narrarlo e a ri-scriverlo, ri-evocandolo, per salvarlo dalla trappola della dimenticanza (o – ancora peggio in questi casi – di un’eccessiva volontà di autonomizzarne e sacralizzarne valori e vicende sulla base della sua collocazione in un tempo altro e considerato più felice). Per riuscire a non cedere alla cattiva nostalgia del distacco e trasformarla in volontà di riscatto, il tentativo poetico di Annalisa Macchia si sostanzia di uno stile secco, a volte quasi ruvido e brusco, fatto di cenni e di tocchi di memoria, di incursioni nel passato e di veloci ritorni nel presente, privo di screziature languide e preziose ma sempre avvolto in un’aura di tenerezza.

Di questo suo progetto di rendere conto di ciò che è stata e di ciò che attualmente è, della sua capacità di ricostruire auraticamente il passato nel presente, vive e soggiorna la dimensione migliore e più originale del mondo ritrovato che si può ritrovare in Interporto est.


NOTE

1 “Suona la campana, ma è solo un disco. / Babbo ricordava altro suono. / Dall’alto della collina / un tocco più pastoso, argentino … / finché qualcuno / sguinzagliò corde nel campanile. / Triste il silenzio / quando fu venduta / e costruita più in basso / la chiesa. // Della vecchia / soltanto una facciata / smangiata dal tempo. / Dietro : ferraglia. / Solo ferraglia“ (A. MACCHIA, Interporto est, Bergamo, Moretti & Vitali, 2014, p. 16).

2 L. FONTANELLA, Postfazione ad A. MACCHIA, Interporto est cit. , p. 58.

3 A. MACCHIA, Interporto est cit. , p. 7.

4 A. MACCHIA, Interporto est cit. , p. 34.

5 A. MACCHIA, Interporto est cit. , p. 44.

6 “Intrecciando […] la lucidità dello sguardo con il respiro onirico delle visioni, Annalisa Macchia sembra cercare un “regno” diverso, un luogo intermedio tra il reale e i fantasmi in cui smarrendosi e ritrovandosi, in cui socchiudendo gli occhi per rivedere le lucciole delle estati perdute e aprendoli per fissare con coraggio il “sole” accecante della morte sia possibile riconoscere le linee vere del proprio destino, il proprio essere “anello / di una imperscrutabile collana” lucente di strazio e bellezza “– scrive eccellentemente Paolo Lagazzi nella seconda di copertina del volumetto.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

 

 

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