I LIBRI DEGLI ALTRI n.103: La necessità del ritorno. Francesca Lo Bue, “Moiras”

Francesca Lo Bue, MoirasLa necessità del ritorno. Francesca Lo Bue, Moiras, edizione bilingue, Roma, Edizioni di Scienze e Lettere, 2012

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di Giuseppe Panella

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Moiras è il libro che Francesca Lo Bue dedica a Roma, la sua città adottiva, dove è venuta a studiare Filologia romanza con Aurelio Roncaglia e dove si è fermata poi molto più a lungo, a vivere e a scrivere. Il precedente Non te ne sei mai andato del 20091 era stato, invece, un libro della memoria, un diario di parole e di immagini rivissute, un tentativo di ricostruire con la poesia un mondo forse definitivamente tramontato e certamente non più ricostruibile nelle vicende cangianti e trascoloranti dell’oggi ormai completamente diverse rispetto a quelle del periodo di riferimento.

Moiras, invece, è più legato alle vicende del presente e sostenuto da un afflato di riconoscenza nei confronti della città che la ospita, delle sue bellezze, del suo passato.

Un testo relegato in appendice come traduzione da parte della stessa Lo Bue ma che resta ancora oggi nitido e stringente nella sua portata e dimensione stilistica e che qui compare in veste di omaggio a Francisco de Quevedo y Villegas lo esplicita sinteticamente e lo manifesta in tutta la sua flagranza di testimonianza straordinariamente efficace :

«A Roma, sepolta nelle sue rovine. Cerchi Roma in Roma, oh pellegrino ! / Ma Roma in Roma non trovi ; / quelle muraglie che ostentò son rovi / e tomba di sè stesso l’Aventino. // Dove regnava giace il Palatino; / limate dal tempo son le medaglie, / ruderi di età e battaglie / piuttosto che stemma latino. // Solo il Tevere rimane, corrente / fertile un tempo, ora sepolcro, / a piangerla con funesto suono dolente. // Oh Roma ! nella tua grandezza, nella tua bellezza / fuggì quel ch’era fermo. / Il fuggevole permane e solamente dura»2.

L’amore per la Città Eterna si palesa immediatamente nel solerte omaggio al suo grande passato e nel rimpianto per il presente conculcato e offeso dalla sua caduta inevitabile in una dimensione di rovine e di ruderi che l’hanno trasformata da capitale del mondo occidentale a luogo in cui di questo suo status è rimasto ben poco. Ma Roma è pur sempre viva e vitale nella mente dei suoi estimatori.

La sua passione per la dimensione di magnificenza, che fu della grande città antica ed è pur sempre ancora magnificamente presente oggi nei resti di ciò che ne rimane, è palese fin dalla Premessa che apre il libro di Francesca Lo Bue :

«Il tempo ancestrale guarda al presente, racchiude semi che sparge nel tempo. Il seme sboccia, germoglia e sogna un tempo senza mortalità. Roma-Città, spoglia di pietra umanizzata e passato, insieme di tutto ciò che siamo, di tutto ciò in cui ci trasformeremo : un fu puro d’oblio. Ma Roma rimane, è Tutti : spoglia, resto che dilegua, solitudine. Nell’azzurro / l’albero, il muro / e la linea ondulata che svanisce. / Nell’aria traslucida, una mano assetata, acqua nel vento. / Fulgore di finale illimitato … arriva, / si perde nel grigio cupo che bisbiglia … // Roma è somma di oblii : è un “è stata” che è ancora, concentra, tutte le morti ed è vita perché è ciò che è saldo ; Roma coniugazione di vita e morte. Concentra e riporta nel suo seno di città tutta la nascita e la mortalità dell’uomo : vita con destino di morte, permanenza, eternità dell’essere, immortalità che attrae, che chiama al centro del suo nome. Sortilegio dell’origine quieto / Fascio della morte viva / La morte che mai perisce, / il Tempo di Roma »3.

Ma perché questo libro è intitolato alle Moiras, le Moire della tradizione classica che scandiscono, implacabili e infallibili, il ritmo del destino umano e fanno in modo che dalla nascita si giunga alla morte sempre presenti con il loro continuo tessere le vicende e gli eventi felici e/o dolorosi dell’umanità ?

Il fatto è che le poesie di Francesca Lo Bue sono intessute anch’esse di momenti in cui il destino predomina e trionfa in tutta la sua smagliante potenza e prepotenza : l’amore, la morte, il mistero, il sogno, il ritorno del passato e la sua impronta nel presente sono tutti i temi principali della sfera all’interno della quale la poetessa colloca la “promessa di felicità” che gli deriva dalla poesia. Per la poetessa italo-argentina scrivere versi significa cercare di fermare quegli attimi di cui il destino, infatti, sempre si compone e dare ad essi una collocazione in uno spazio assoluto.

Significa, fondamentalmente, salvare qualcosa destinato a perdersi in maniera inevitabile dall’assillo fatale della morte e dell’oblio – recuperare le rovine di ciò che è stato dalla loro totale perdita così come avviene, giorno dopo giorno, alle rovine di ciò che di Roma è sopravvissuto.

Le parole della poesia hanno questo compito drastico: permettere all’oblio di assestare sulle cose del mondo il velo di polvere che lo costituisce e, poi, con un colpo d’ala verbale e tuttavia sempre morale, liberarle da esse attraverso un atto salvifico costituito dalla forza espressiva della lirica.

Francesca Lo Bue sa che scrivere poesia equivale a farla vivere di tutti i sogni e di tutte le emozioni che l’hanno costituita e che le hanno permesso di emergere.

In questo modo, la sua scrittura si consolida in metafore e in costruzioni allegoriche che danno alla sua volontà di testimoniare le sensazioni che l’hanno resa possibile una nuova possibilità di esistenza. Questo progetto di ridare vita a ciò che apparentemente sembrerebbe vittima della morte è particolarmente acceso nella rievocazione della volontà di vita di tutto ciò che è come pure di quello che è stato, anche di coloro che ormai non ci sono più :

«Loro. I morti vogliono tornare, / la morte dice che mai se n’è andata. / Che sempre è stata, / sagace, rannicchiata, / che lei non ha luogo né focolare … / Che sempre è qui, al tuo fianco … / Sempre bussa, sempre chiama paziente … / Raramente trova chi l’ami, chi la cerchi. // Per qualcosa che è vita, che è bene, / tiepide ceneri tenaci. / Orfeo tra il fumare di porte chiuse»4.

I morti vogliono volver, tornare e rivivere e per farlo non possono che attingere alla potenza della forma poetica. Orfeo, simbolo dell’attività poetica, è presente tra le porte chiuse delle tombe cui il suo canto soltanto può portare un po’ di sollievo. La morte vuole confermare il suo primato di sempre, dichiara che è sempre là e non si muove dal suo posto eterno, che è sempre al fianco di ognuno in attesa del momento designato. Solo la poesia può salvaguardare la vita e il suo sogno di riscatto, di ritorno, di recupero delle radici vitali che la morte vorrebbe tagliare.

Quello che Francesca Lo Bue auspica è il ritorno: nella sua ottica lirica, il suo atteggiamento non vuol dire soltanto andare all’indietro, restaurare una situazione precedente a quella attuale, recuperare una situazione passata. Il ritorno è la presa di possesso di una condizione nuova e più felice, incontrare dentro di sé il sogno di qualcosa che non c’è mai stato.

Lo scrive lei stessa in una poesia ad alta incandescenza tonale e lessicale :

«I ritorni. E la strada mi dava le canzoni (Salvatore Quasimodo)

Quando vidi la morte negli incroci dei labirinti / Quando vedo il turbinar delle genti / quando spunta vetro per la vita delle idee che verranno / per il suono di Te, / che non ci sei, / quando danzo e supplico, / Cima d’amore / Aquila di Luce / Anima di fenice / Quando ti ritroverò nel sentiero delle colombe bianche, / degli agnelli ambrati / nelle punte di sole della mia casa di parole ? // Riposano le pietre soprannaturali / Senza numero i dolmen allineati. / Negli abbracci attorcigliati delle viti, / nella patria dei morti / nei denti che cavalcano / e nel cappello delle tre cupole, / salvami, Calamita, con la parola prima…»5.

Quella “parola prima” che è la poesia e che attira gli uomini e la loro forza vitale come una calamita sacra, è anche l’unica speranza e l’unica possibilità di ritorno per chi non vuole arrendersi al Male.


NOTE

1 Cfr. F. LO BUE, Non te ne sei mai andato, Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2009. Gli seguirà l’anno dopo L’emozione nella parola pubblicato sempre dalle Edizioni Progetto Cultura ; il libro era, tuttavia, già apparso in un’edizione di lingua spagnola (Por la palabra, la emoción, Madrid, Belgeuse Grupo Editorial, 2009).

2 F. LO BUE, Moiras, edizione bilingue, Roma, Edizioni di Scienze e Lettere, 2012, p. 137.

3 F. LO BUE, Moiras cit. , p. 8.

4 F. LO BUE, Moiras cit. , p. 29.

5 F. LO BUE, Moiras cit. , p. 105.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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