Pensieri come schiaffi in faccia. Vladimir Di Prima, “Pensieri in faccia”

Vladimir Di Prima, Pensieri in facciaVladimir Di Prima, Pensieri in faccia, Viagrande, Algra, 2015, pp. 64, € 8,00

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di Stefano Lanuzza

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Ti prendo di petto, ti fulmino con lo sguardo e con poche parole ti avviso e ammonisco, ti sciorino trame di opinioni, fenomenologie anticonformiste, critiche della realtà, malesseri o un dolore segreto; e, insomma, un po’ sommessamente un po’ no, ti dico ciò che penso… È questo il complesso sentimento dell’aforisma, forma di pensiero assertivo e, per il suo peccato di soggettivismo, risposta indisponibile a futili obiezioni, dubbi o consigli. Così – dopo Gli Ansiatici (2002), Facciamo silenzio (2007) e Le incompiute smorfie (2014), romanzi dall’inusitata valenza lessicale – è il nuovo libro di Vladimir Di Prima, Pensieri in faccia (Viagrande, Algra, 2015, pp. 64, € 8,00), prefato con empatia da Arnaldo Colasanti.


Affilati e ficcanti, disincantati e indomabili pensieri convergenti sul proprio stesso stile sono quelli del talentuoso autore: strenui pensieri che si fanno largo contro il brusio molesto delle frasi fatte e le macerie ideologiche della nostra contemporaneità, procedendo spediti, mai vani e sempre liberi da qualunque condizionamento. Perché lo scrittore di aforismi non può “esprimere un’opinione totalmente libera se la sua libertà è condizionata da un’opinione altrui”.

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Ne risulta un gioco di risposte coniugato con giudizi trancianti, motti e interrogativi, autoironie dal retrogusto amaro, moderate infatuazioni per l’amore “che va vissuto in contanti, senza la presunzione delle promesse”, congetture al vetriolo sui sistemi umani votati alla propria distruzione, temi alternanti dialettica e sofistica. Né mancano risentiti pudori e brandelli di note morali le cui rivendicate verità sono, talora, ‘schiaffi’ vergati con la precisione analitica, il gusto del paradosso e il sapido, ‘depensante’ humour di chi “a volte” – scrive Di Prima – vuol dimenticare “come si pensa”. Quantunque aggiunga: “A pensare come si pensa si finisce sempre per pensare”… Ed è un pensare per istantanee, asistematicamente, antiaccademicamente, spudoratamente e soprattutto – aureo pregio dell’aforista – velocemente. Tenuto conto che i pensieri raffrenati per troppo tempo “sono come i pesci: dopo qualche giorno puzzano in testa”. Ad essi, semprevivi e guizzanti sulla tastiera dello scrittore, fanno da corona distillazioni o spremute di reminiscenze: “Quando avevo vent’anni frequentavo un club dove era facile rimorchiare donnine vogliose di sesso”… Più ingrata la memoria di “santi Natali” durante i quali ti “cafollavano” – dal francese cafouiller, ‘pasticciare’ – cibi d’ogni sorta: “Ero il porco da ingrassare”.

Seguono allegorie, con le frasi che assumono significati distinti da quelli letterali (“I libri buoni non fanno i cento metri in 9 secondi”: sono ‘lenti’, i grandi libri; dai superficiali detti ‘difficili’), o sapienti racconti con la fioraia povera e vedova che mantiene due figlioli egoisti, con la ragazza facile vendutasi a un laido albergatore per ottenere un posto di lavoro, col disoccupato cronico Santo Minichiello “detto il cane” (come dire “Santokan”), redarguito per invalsa prassi da un’orribile moglie e mantenuto da una suocera usa a lasciare la propria “dentiera sporca sul tavolo sporco della cucina”… Dove il risvolto satirico rimarca l’avvilente grottesco dell’umana quotidianità e l’‘umano troppo umano’ stigmatizzato da Nietzsche.

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Ecco, adesso, l’onirica apparizione di Leonardo Sciascia che, ai bordi del “bosco del barone”, chiacchiera con un Don Gaetano e insieme a costui, per non farsi notare, poco dopo si finge morto. Ed ecco l’irruzione dell’ambigua Matilde “fierissima del suo corpo da Madonna di Lourdes” e, ancor più, del suo “seno così netto e sodo”… Ci sono “Caucot e Lorenzo” con le loro amichette “Mirsea e Matilde” che s’imbattono addirittura negli alieni, gente creduta cattiva, ma da rivalutare e probabilmente “squisitissima”.

C’è pure un parroco tentato dal demone del gioco: fisso davanti al monitor del computer e assunto lo pseudonimo di “Jesus48”, l’assatanato s’ingaglioffa con “Allah61” al gioco del poker su Internet… E quasi un ‘messaggio in bottiglia’ è una ‘Lettera al Lupo’ scritta dall’autore che, come l’ululante randagio dei boschi, ha patito ingiustizia ed esclusione: “Ci stiamo estinguendo, caro Lupo. Io e tu. […]. E non ti fidare degli agnelli […]: hanno ormai la carne avvelenata”.

Incrementano il libro un’esemplare, veridica epigrafe (“La Poesia non ha bisogno di poeti: essa vive per necessità in tutte le cose”); un distico epigrammatico (“Chi vuole mangiare con la poesia è presto divorato dall’anoressia”); veridiche constatazioni da rammemorare alle coscienze (“Uteri e minchie non hanno occhi” o “Gli ultimi saranno sempre gli ultimi”); l’accenno a una responsabile seppure difficile scelta di vita (“Da soli si è padroni del mondo, in compagnia si diventa semplici impiegati”).

Non mancano, per grazia d’una fede nella parola che tutto vuol nominare o conoscere, la cronaca letteratissima d’un recente campionato mondiale di calcio vinto dalla Germania o, riferita con diversa tonalità emotiva, una classica fenomenologia del “siciliano” della quale Vladimir Di Prima, siculoetneo avverso ai provincialismi non meno del suo compianto conterraneo Manlio Sgalambro filosofo dell’aforistico ‘pensare breve’, assicura l’attendibilità… Il tipo siciliano, dunque? “Mette sempre una minchia in mezzo al suo discorso”. Ne conseguirebbe “un certo priapismo linguistico”, ovvero la pressoché paranoica proiezione (d’un soggetto mai affrancato dal “gallismo”: sarebbe l’“ingravidamucche” dall’“accento proteiforme con aggravamento sulle vocali” riaggiornante il velleitario “ingravidabalconi” descritto da Vitaliano Brancati) sul vocabolo catulliano mentula e variante tra superlativi (“gran minchia”), diminutivi (“minchietta”, “minchiatella”), esclamativi che, apparentemente gaudiosi, esprimono invece disappunto (“evviva ‘sta minchia!”); fino all’attonita espressione di meraviglia virante in sorpresa, stupore o sbigottimento (“miiiiiiiiinchiaaaaa!”).

Fra divagante diario e parafilosofico zibaldone, quali altre martellanti memorabilia foggiate al fuoco d’una intelligenza inquieta e d’una buona coscienza mai, comunque, autocompiaciuta? Qualcuna: “Oggi il futuro non è mai stato così passato”; “Ecco che cos’è la sensibilità: sanguinare leccando le ferite altrui”; “se uno muore, a vent’anni, nemmeno se ne accorge”; “Il destino è quella cosa che se tutto va bene si può cambiare, se va male era destino”.

Ma c’è, nel destino mortale di ognuno, un posto per la felicità? “Io ho paura della felicità” epiloga l’autore nel suo denso calepino che vorrebbe delineare anche un itinerario di vita. Secondo i suoi schietti aforismi che non ammetterebbero antinomie, la felicità, clandestina cliente che può giungere quando nemmeno la pensi, deve inevitabilmente aspettarsi un “oste avaro che puntuale presenta il conto”.

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