Giuliano Petrigliano , “Poesie inutili”

Giuliano Petrigliano , Poesie inutiliGiuliano Petrigliano , Poesie inutili , 2015 Matisklo Edizioni, eBook, 2,99 €

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di Francesco Sasso

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Giuliano Petrigliano, classe 1991, originario di Policoro, da qualche mese romano d’adozione. Cantautore di formazione, Petrigliano esordisce con Poesie inutili“.

Una vena d’ironia scorre per tutta la raccolta. E’ un’ironia spiegata in una vasta gamma di toni: ora sottile e segreta, al punto che le sue liriche sembrano carezze; ora scoperta nel franco riso canzonatorio; ora contratta e illividita nell’indignazione e nel sarcasmo. È un’ironia morale, raramente compiaciuta, di sé. Unico appunto: troppe poesie, alcune realmente inutili.

Per quel po’ che la conosco, posso dire…

che lei è di vetro

e non ha paura di avere paura

sa di potersi frantumare

da un momento all’altro

ma questo non la spaventa

al contrario

lo considera il corso naturale

degli eventi

e allora si guarda intorno

curiosa

e rimane in attesa

di quel momento

in cui finirà in mille pezzi

per vedere che cosa si prova.

***

409

In piedi

attaccato a una maniglia

sul 409

stretto fra altri corpi

di altra gente

quasi come me

nel traffico delle due del pomeriggio

di via di Portonaccio

tutto un fermarsi e ripartire

mezz’ora per fare mezzo chilometro

una lunga, lenta e noiosa parentesi

se non fosse per un matto

al centro dell’autobus

che parla ad alta voce

di quando stava in Sudamerica

e aveva una donna stupenda

tutti lo guardano e si scambiano sorrisi

come a dire “questo è fuori”

e il matto sceglie come suo interlocutore

un ragazzo pettinato bene

gli parla

guardandolo dritto negli occhi

ma sa di parlare a tutti

e quando il 409

si ferma nel traffico

di via di Portonaccio

e non accenna a ripartire

il matto urla “autista!

che hai deciso? ci porti o no

alla stazione?”

e tutti ridono

mentre lui riprende a parlare

col ragazzo pettinato

chiedendogli

“secondo te

quanti sono i potenti

nel mondo?”

e il ragazzo visibilmente imbarazzato

alza le spalle

e il matto dice

“te lo dico io: sono il due-tre per cento,

capisci?

il due-tre per cento

di tutta la popolazione mondiale!

autista!

portaci alla stazione!”

e di nuovo tutti ridono

perfino il ragazzo pettinato sorride

anche se in realtà è seccato

per non aver saputo rispondere

alla domanda sui potenti

e il 409 si ferma e riparte

e si ferma ancora

ma il matto no, non si ferma

è un fiume in piena

adesso sta già parlando di qualcos’altro

qualcosa che non ho capito

perché mi sono distratto un attimo

a guardare i denti

di una ragazza con gli occhiali da sole

mentre rideva a una battuta del matto

una dentatura molto regolare

molto bella

e la sto guardando da qualche secondo

quando il matto

mi riporta alla realtà urlando

“autista! se proprio non sei capace

fatti da parte!

vuoi che guidi io?”

***

Rom a Roma

Quelle monete non bastano

dentro al supermercato

dovranno togliere qualcosa dalla busta.

Per la precisione mancano tre euro

per cui dovranno togliere l’equivalente

di tre euro di spesa

– che detto tra di noi

è un po’ come fargli uno sconto

di dignità.

Pagano in monete da dieci centesimi,

monete che qualcuno gli ha regalato

davanti a quello stesso supermercato.

Quindi entrano

e ci provano,

ce la mettono tutta

a fare la spesa come chiunque.

E la loro faccia la dice lunga.

È la faccia di chi

dalla propria vita

deve sempre togliere tre euro.

***

Una buona giornata

L’altro giorno ho giocato la schedina

e non ho vinto.

Non avevo mai giocato prima

ma sono abituato a non vincere

quindi non mi sono neanche incazzato.

Sono tornato a casa

e dovevo dar da mangiare al pesce rosso

ma era morto.

Galleggiava.

Volevo darlo in pasto al gatto

ma non lo vedevo in giro.

Poi verso sera l’ho rivisto.

In giardino.

Morto.

Quella mattina ero andato a un colloquio di lavoro.

Ero uscito di casa

e avevo trovato la macchina senza ruote.

Me le avevano fregate.

Allora avevo preso l’autobus

dove mi fregarono anche il portafogli.

Il controllore mi multò perché ero senza biglietto.

O meglio, ce l’avevo.

Ma era nel portafogli.

Accanto a me c’era un signore con un’ascella

fragranza cadavere in decomposizione.

Una vecchietta mi fece la mano morta

ma quando si accorse che la cosa

non mi aveva eccitato particolarmente

iniziò a urlare accusandomi di molestie.

Bastarda.

Scesi dall’autobus.

Alla fermata sbagliata.

Feci due chilometri a piedi.

Pestai una merda

che per fortuna era secca.

Venti metri dopo ne pestai un’altra

che non era secca.

Arrivai al colloquio in ritardo.

La segretaria inizialmente mi sorrise.

Poi quando notò che avevo ancora un po’ di merda sotto la

scarpa

provò un forte disgusto verso di me e la mia famiglia.

Feci il colloquio

ed ero nervoso.

Per la tensione ho anche ruttato.

Due volte.

Vabbè, tre volte.

Alla fine volevo salutare l’esaminatore

ma nel porgergli la mano

urtai un prezioso fermacarte di cristallo

che era sulla scrivania

il quale finì per terra

disintegrandosi.

Uscii dall’ufficio

accompagnato da un ultimo sguardo schifato della

segretaria.

Presi l’autobus.

C’era lo stesso controllore dell’andata.

Ma io il portafogli non l’avevo mica ritrovato.

Altra multa.

Arrivai sotto casa.

Per qualche strano motivo

mi avevano riportato le ruote della macchina.

Però s’erano presi la macchina.

Qualcosa in giardino puzzava.

Era il gatto.

Entrai in casa

e mi sedetti sul divano

ripensando al colloquio.

Ma sì dài, chissenefrega,

tanto quel lavoro faceva schifo.

Infatti poi mi telefonarono

dicendomi che ero

un candidato perfetto.

Insomma

fu una buona giornata.

Al di sopra della media delle mie giornate.

f.s.

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