L’indesiderabile identità. Il pennello di Sal.

equilatero_habitus_sal_giampino_giano copiadi Antonino Contiliano

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Il mondo delle immagini delle opere pittoriche, sempre più spesso, oggi si pone come un soggetto che fa domande con il linguaggio che ha in proprio e autonomo, limitando con ciò il vecchio ruolo della discorsività linguistica come il modello da imitare (la poetica della mimesis) e cui subordinarsi. Le immagini pittoriche si pongono così di fronte e impegnano gli autori (artisti o poeti) in un rapporto d’inter-azione collaborativa attraverso un utilizzo dei media impiegati; il medium che modalizza il mettersi-in-forma del fare, del vedere, del dire e del mostrare, guardare e leggere le immagini e il mondo che vi si rappresentano con il linguaggio non verbale. Si tratta di un altro punto di vista, una lettura fenomenologica diversa (in genere) da quella che dicotomizza attività e passività, esibizione e significato o sensibilità e pensiero-azione. È il punto di vista di chi pone, invece, la “configurazione” delle forme nella prospettiva di un percepito che non rimane muto, o specchio che riflette solamente senza vedere e senza dire/suggerire quale modello e stile sono in corso d’opera. La con-figurazione, qui, infatti, è forma che, rinviando alla condensazione concettuale che vuole rendersi visibilità tra determinazione e indeterminazione, produce l’immagine stessa quanto la dimensione iconologica della parola che l’accosta facendosi interpretazione, per leggervi l’“immaginità” (J. Rancière, Il destino delle immagini, 2007) del visibile-percepito o del suo “percetto” (deleuzianamente la costellazione dei percetti e degli affetti di cui quel mondo è portatore). Visibile non è solo quello che si vede; in ogni quadro e le sue immagini c’è anche un’altra pensabilità-visibilità con-figurante che il pensiero incrocia tramite il linguaggio stesso dell’immagine e il discorso linguistico fino ai limiti di un’astrazione non incorporabile o al vuoto stesso come esperienza del non visto e del non dicibile. Loro hanno così una memoria e una struttura che – come ripropone la svolta dell’iconic turn, i visual studies, o la variazione della ri-presa “morfologica” goethiana (Cfr. Olaf Breidbac/Federico Vercellone, Pensare per immagini, 2010) – non si lascia ridurre al consumo solo soggettivo o a indebite cristallizzazioni di sostanze oggettivate separate e naturalizzate, destoricizzate e decontestualizzate, quanto a una pura e semplice stereotipia imitativa.

L’immagine nell’arte, allora, si può dire, ha in proprio un’identità instabile, in quanto forma di un insieme operativo relazionale immanente di interiorità-esteriorità, o di sensibile-intellegibile che si processa e produce in/un divenire incrociato. Il divenire di un pensiero o di un’idea (astratti o meno) cioè che si vuole fare rappresentazione e presenza percepibile (esterna), intrecciando sensibilità e linguaggio e coagulando magari i nessi che un sema come HABITUS propone a proposito del suo essere figura e forma come immagine esteriorizzata e dinamica. Una corporeità, visibile e tattile che, con il pensiero e la parola (l’intellegibile del linguaggio discorsivo) e gli stessi effetti estetici, stabilisce una particolare espressività in situazione, aperta a un reciproco sguardo indagatore e analitico tra arte e vita.

È il caso di una mostra di pittura di Sal(vatore) Giampino che, già all’insegna di HABITUS/“L’identità naturalmente instabile”, ha avuto la sua personale nella sala “Cavarretta” del “Convento del Carmine” (5-15 giugno 2015, Marsala). La personale che ha proposto un insieme di opere in cui pittura e parole (enunciati in “contiguità” espositiva) si sono sperimentate sul terreno dell’espressione dell’identità gender. Un’esposizione che, al contempo, pare aver posto anche stimoli per aprire l’arte ai temi del “trans”, della “teoria queer” o di identità che sfuggono al principio dell’individuazione identitaria. Paradossalmente, l’operazione pittorica di Sal(vatore) Giampino ha messo in pubblico la disidentificazione come “crisi” e divenire-individualità-altra (cosa che non può non rimandarci alle letture della storia delle forme d’identità di cui Michel Foucault ha dato ampia e documenta prova attraversando la modernità con i suoi studi e le sue analisi critici e radicali (Michel Foucault, Storia della follia e Storia della sessualità…).

Parte di queste opere poi – ritornando a Sal(vatore) – sono state presentate pure al 4° appuntamento del Workshop-Expo de IL FEMMINILE e L’IMMAGINARIO (28-31 Ottobre 2015, “Convento del Carmine”, Marsala), ideato, organizzato e diretto da Alfredo Anania, psicoanalista e sostenitore della psicologia dinamica di ispirazione junghiana.

Ma qui (per inciso) piace ricordare anche che alcune di queste tele Sal(vatore) Giampino le ha esposte nel contesto della serata (20 agosto 2015, “2rocche”/Capo Boeo, Marsala) di arte e poesia dedicata al tema “Erezione eretica. Insurrezione erotica” (la serata, ormai è tempo, annualmente e autonomamente organizzata dal gruppo “Ong non estinti poetry”). Una manifestazione in cui, reciprocamente, si sono scambiati gli sguardi delle immagini dell’arte e le immagini della parola poetica all’insegna del desiderio e delle sue economie comunicative dirompenti. Il desiderio non è privo di logiche. Insieme alle opere di Sal(vatore) Giampino c’erano anche le opere gender di Giacomo Cuttone, Peppe Denaro e Gerry Bianco. Quasi l’annuncio e l’inaugurazione di una linea pittorica che, aspettando il futuro, può accomunare soggetti di diversa esperienza e temperie culturale per avviare, forse, il cammino ibridato delle forme della poiesis.

Ma torniamo a HABITUS, la parola chiave. HABITUS è la parola latina che traduce il termine greco schêma. In latino habitus (figura) rimanda però contemporaneamente all’idea di una forma esteriore che può essere anche astratta e intellettuale, sì che l’ambivalenza fa crollare la dicotomia o la dialettica della separazione tra concreto e astratto, tra il sensibile dell’esperienza estetica e il sovrasensibile del pensiero e le interpretazioni, tra l’immagine e la parola e il loro classico rapporto mimetico-gerarchico. L’immagine ha in proprio un modo autonomo d’espressione, e la parola la segue solo in una funzione di contiguità com-positiva e non più secondo la similarità gerarchica e riduttiva della concettualità della logica classica con le sue verità esplicative. Ma anche il mito delle forme fisse che ingabbiamo le identità (non solo sessuali) degli animali umani viene meno, e le immagini cui danno vita tutt’altro che delimitate lasciano spazio ad un voler essere guardate nel loro tacito “perturbante” (il “perturbante” freudiano, come il feticismo marxiano delle forme dei rapporti di produzione, ne è indizio più che chiaro, e Freud se ne era già occupato in riflessioni specifiche sulle analisi delle opere letterarie e pittoriche).

euriala_e_nisa_habitus_sal_giampino_giano copiaPer i latini schêma/schêmata era un denominatore comune per espressioni che si riferivano sia ad «habitus, cultus, vestitus, gestus, sermones e actiones, quanto a (corsivo nostro) atteggiamenti, abbigliamento, modo di comportarsi, figure della danza, forme di governo, modi vivere, figure retoriche, grammaticali, geometriche, astronomiche…e least but not least alle opere d’arte» (Mario Perniola, La forma come schema e sequenza storica, in L’estetica contemporanea, 2011). Nell’uso della lingua latina lo schêma/habitus si presenta come un medium ibrido, un intreccio inscindibile di figuralità verbali e non verbali; e il pittore Sal(vatore) Giampino sembra averne ereditato il modello secondo le variabili poste in essere.

HABITUS allora agisce come un cavo attivo e bivalente. Una forma che, di volta in volta, differenziando – come un modello che si incorpora e singolarizza ogni opera della collezione esposta –, il nostro pittore ha scelto e adoperato per dare un nome collettivo alla sua personale sul divenire-identità gender. L’idea di questa identità così trova una forma per costruire un’immagine (un’esteriorità) che coesiste in contiguità con la parola (accanto ad ogni opera pittorica, o installazione, il pittore Giampino ha affiancato un nunciato); e la parola di questo enunciato dice sia ciò che l’opera fa vedere sia ciò che il pittore ha fatto, ma anche ciò che lo stesso pittorico-visibile può potenzialmente offrire e desiderare gli si chieda in termini di chi-cosa-come… (può essere sia l’indicibile, o l’indiscernibile, o un semplice incrociarsi degli sguardi, o anche proprio nulla).

In Euriala e Nisa (opera presente al quarto appuntamento del Workshop-Expo), l’artista lascia accanto, infatti, una scritta che recita: «“ESSERE GAY NON È UNA SCELTA. È UN’ESSENZA NATURALE COME IL PROFUMO DI UN FIORE, O LA BREZZA DEL VENTO” ». Qui la parola – “COME” –, supportando l’immagine (dall’impasto cromatico materico-sfumato e dai tratti de-bordanti che stimolano sia la vista che il tattile), rende esteriorizzato e esteticamente percepibile il “percettibile” del divenire-gay come il divenire-profumo di un fiore (che non è il profumo) o il divenire-brezza del vento (che non è il vento). Il come diventa un habitus a guisa di un modello di transito chiasmatico immagine-parola. Anche il tratto pittorico sfumato – che della linea fa un bordo, che insieme limita e de-limita la configurazione della superficie delle tele – dà agio alla corporeità dei dipinti (che ha soggettivato-oggettivato la verità-gay), inducendo lo sguardo a guardare il come un transito; sì che il modello HABITUS comunica allo spettatore che l’immagine pittorica è un co-variare continuo resoci dal medium schêma/schêmata. Crediamo che lo stile del bordo, che non separa nettamente gli elementi della totalità del quadro, e il modello HABITUS, che intreccia insieme immagine e parola, significanza e aisthesis dell’immagine pittorica, siano i due aspetti complementari per leggere-guardare i lavori del nostro pittore.

Se non ci fosse stata l’iconologia non mimetico/rappresentativa della parola e l’insolito uso del come e del bordo (una disgiunzione inclusiva?) il senso d’insieme di quest’opera pittorica sarebbe stato sicuramente monco e – certo, insieme ad alcune altre: Equilatero (“SVILUPPA AMORE PER TE STESSO”), Indecisione (“LA PARTE MANCANTE DI TE SEI TU”, Pensiero Promotore (“IL PENSIERO LATERALE NON È CENTRALITÁ RAGIONATA NÉ RAGIONANTE, PERÒ, CONDUCE ALL’IDEA CREATIVA ED È CHIAMATO FOLLIA” – non avrebbe rotto la dicotomia oppositiva dell’identità stabile de il maschile aut de il femminile, né posto la terza verità del né maschile né femminile, né potuto esercitare, all’interno del stesso “4° appuntamento del Workshop-Expo de IL FEMMINILE e L’IMMAGINARIO”, quindi, un’azione critica nei confronti della logica simbolica archetipica junghiana (le forme sono innate, cfr. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, 1967) quanto nei confronti dello stesso senso comune e degli stereotipi di massa reificati.

Un divenire-identità, dunque, è ciò che questo mondo pittorico (del fare, vedere e dire come schêma/HABITUS, mescolato e differenziale) di Sal, è l’appello e le domande che lancia chiedendo risposte critiche e non passiva contemplazione. Modi di simbolizzare e significare la “cosa” che intrecciano continuamente tra continuità e discontinuità formativa e regimi estetici ricontestualizzanti. Si potrebbe anche dire che è il sapere/agire della “differenza”, presente in HABITUS, che ha messo in crisi la stabilità dell’identità come forma sostanziale e immutabile, e rotto anche con il vecchio regime estetico della mimesis dell’“ut pictura poesis/ut poesis pictura” (cfr. Jacques Rancière, Il destino delle immagini, 2007); quello che gerarchicamente subordinava la potenza dell’immagine pittorica al discorso della parola e delle sue storie concatenate secondo le regole della poetica e dei principi della logica classica, la poetica mimetica.

Ora, le immagini così deflagrano, deragliano e fanno domande. E ti/ci chiedono: diteci chicosacome siamo e cosa diciamo/facciamo vogliamo far vedere-ascoltare-toccare-odorare-in-telligere. Eccoci! Le voci dell’arte, della letteratura e della poesia così, di fronte ai saperi (filosofia, scienza, psicoanalisi, antropologia…) razionalizzanti, quasi come l’esser-ci dell’isterica che sfida l’analista, sembrano chiedere (domandano): tu/voi che sai/sapete, diteci/mi chicosacome siamo/sono, o non siamo! E così, in questa veste interrogante, ci sembra di poter collocare le recenti opere pittoriche di Sal(vatore) Giampino.

Ma c’è pure l’altro suo discorso su «LA DONNA OGGETTO NELLA PUBBLICITÀ», o dell’immagine femminile e del suo uso sesso-seduttivo subliminale (messo in moto delle campagne di propaganda pubblicitaria delle merci), che, qui, sinteticamente, si vuole ricordare. Un intervento, questo, documentato e ampiamente illustrato (sempre al 4° appuntamento del Workshop-Expo de IL FEMMINILE e L’IMMAGINARIO, 28-31 Ottobre 2015, “Convento del Carmine”, Marsala) con un ricco apparato di diapositive, appartenente al settore del design pubblicitario (cfr. il canale di lucreziocaro90, https://www.youtube.com/watch?v=I_M9hBdhalI e https://www.youtube.com/watch?v=RS8fqo6wvo0).

Un intervento non puramente espositivo. Sal(vatore) Giampino, che è anche un designer/creativo, ha tratteggiato infatti anche l’evoluzione storica delle forme della pubblicità e insieme fatto vedere come l’identità erotico-sessuale della donna sia stata immagine manipolata (e con questo anche l’immaginario simbolico dei consumatori) e, quale medium, subordinata al marketing dei prodotti di diversa natura: i consumi della moda vestiaria, quelli culinari, quelli cosmetici, etc.

Nei passaggi da una forma ad un’altra, compresa quella della comunicazione odierna più idealizzante e immersiva – visione e godimento di paesaggi di fantasiosa leggerezza e volatilità onirica (?!), procurati dall’acquisto e dall’uso del tal prodotto-merce –, Sal(vatore) Giampino non si è limitato però ad illustrare solo la programmata spartizione dello spazio-spot tra immagine (non artistica, dice Sal), parole e marchio.

Ha attirato pure l’attenzione sulla funzione brand (lo stile di vita come comando dell’immagine del prodotto-marchio che si propone), sulla doppia semantica del marchio e della pubblicità, ovvero l’ideologia sessista da una parte, e il connubio con la “morte” (il lutto: il corpo assente) dall’altra. Non ha mancato, pure, le ineludibili assunzioni di responsabilità etiche e politiche che questo essere mercificato e mercificante comporta. Del resto il mondo dell’estetica e dell’estetico è un fatto pubblico, e nessuno, sia questi l’ideatore, o il produttore, o il consumatore può e deve chiamarsi fuori causa! Neanche l’artista nella sua doppia veste di pittore e creativo/designer!

indecisione_habitus_sal_giampino_giano copiaUn luogo di ricerca, confronto e discussione, quale quello che tocca l’immaginario simbolico, non può ignorare il suo ubi consistam, il suo uso (inteso come contesto psicologico e sociale, e non solo), il suo fronteggiare le teorie, le pratiche, i saperi, le arti verbali e non verbali o/e misti (di diversa ispirazione), le visioni e i conflitti delle facoltà e delle azioni in corso.

E ciò specie in un contesto storico come l’attuale in cui l’immaginazione sembra non aver più posto rispetto alle idealizzazioni formalizzate di nuova generazione digitale; quelle che informatizzano immagini e parole estetizzandole (eclissando il mondo empirico dell’aisthesis e le ragioni dei corpi reali ed esistenti) – che oggi si presentano come l’unica e sola realtà (non c’è alternativa!) –, mentre le stesse immagini sembrano aver perso il loro classico statuto di “habitus”/schema, forma-figura, o qualità di medium confacente che il “regime estetico”, tra continuità e rotture della visione pittorica, gli aveva affidato nel rapporto tra conoscere, pensare e agire.

L’arte, direbbe Baudrillard, oggi è stata ridotta a solo mezzo di pacificazione con i simulacri, all’esercizio della seduzione e alla complicità con il mercato della nuova ri-modernizzazione capitalistica, la riconversione che gioca sull’immateriale come forza di produzione, circolazione e riproduzione. Il potere cioè che fabbrica identità singole e collettive sulla linea dei desideri e delle aspettative dei clienti e dei consumatori. Fasce settorializzate per bisogni, età, interessi etc. Non per nulla l’immaginario individuale e sociale è diventato territorio di lotta e conquista della bio-economia cognitivo-creativa del capitalismo post-fordista e della sua governamentalità, un’arte della crisi. Crisi naturalizzate e mediate come forme di vita senza alternative.

In controtendenza, per fortuna, agisce anche un mondo della letteratura, della poesia e dell’arte critico; un campo in cui, in questo senso, almeno per chi scrive (consapevole dei limiti) è possibile – si prova a dire – leggere l’operare artistico di Sal(vatore) Giampino e della sua singolarità (ma ricordiamo ancora le stesse opere di G. Cuttone, P. Denaro e G. Bianco che – esposte insieme a quelle di S. Giampino durante la serata alle “2rocche” del 20 agosto 2015, e su l’autonoma iniziativa di “Ong non estinti poetry” – hanno il dire-vedere de l’“Erezione eretica. Insurrezione erotica”, il focus della serata.

Della singolarità Sal(vatore) Giampino – scrittore, pittore e creativo/designer ad un tempo –, le parole in corso non possono essere che semplici tracce e cenni. La “linea” conflittuale e critica del suo ethos-habitus-schêma e, insieme, le meta-morfosi dell’identità umanistica, oggi consumate tra le rotture e i nuovi processi produttivi di soggettivazione-oggettivazione neocapitalistica, avrebbero bisogno del filtro dell’immanenza delle forme come reciprocità degli sguardi – “l’occhio è nel mondo, il mondo è nell’occhio” (Merleau-Ponty, L’occhio e il visibile, cfr. Olaf Breidbach / Federico Vercellone, Pensare per immagini, cit.) – e delle variazioni molteplici proprie al divenire-corporeità delle possibilità del bíos in una con la sua potenza trasformatrice (dynamis) non scissa dal contesto storico-culturale vigente. Le metamorfosi attraversano anche i rapporti dell’arte, della poesia, della loro politica e della politica contemporanea, e non risparmiano niente e nessuno. La tensione tra de-territorializzazione e ri-terializzazione – che impegna la produzione etico-politica e le sue contraddizioni sul versante della ri-configurazione del mondo, che abitiamo nella sua stessa immanenza – ricombina e riorganizza ogni cosa, non esclusi i modi di vedere, interagire e stare al/col mondo che siamo.

Una potenza della produzione, questa, che, fra le altre cose, co-implica la responsabilità etico-politica della poesia, dell’arte e della politica degli stessi processi di ristrutturazione cognitiva e pragmatica del mondo. A nessuno è sconosciuta la funzione e l’utilizzo del potere simbolico nei rapporti fra gli animali umani e la loro socialità politica. In generale, ars e praxis non sono scisse.

Dalla semiologia pre-simbolica, a quella significante e alla stessa semiotica a-significante degli automatismi logico-linguistici informatizzati – quelli preposti al governo dell’economia del desiderio e alle radiografie di ogni cosa –, i pennelli e le parole non possono prendere le distanze che rimanendo critica immaginazione e lingue-scritture vive, attive e immanenti ai processi della produzione materiale e storica dell’arte-facere.

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