“È guasto il giorno”. Il gusto dell’utopia

copertina di Marco PalladiniQui le croirait! on dit, qu’irrit contre l’heure /

De nouveaux Jousués au pied de chaque tour /

Tirainet sur le cadrans pour arrêter le jour

anonimo

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di Antonino Contiliano

Irritato contro il tempo presente, l’anonimo poeta della “Rivoluzione francese”, in corso gli avvenimenti, spara sulle lancette dell’orologio per arrestarne il giorno cui era stata assegnata la funzione di scandire la permanente continuità d’essere etico-politico travolto, e segnalare l’inizio di una svolta simbolica differente. Ma in questo frammento poetico, anonimo non è solo l’autore della scrittura in versi, anonimo è anche l’ipotetico lettore espresso con l’impersonale “on dit”, in quanto espressione di un’astrazione generica quanto generale e impersonale che riguardava tutti (il “noi” come molteplicità di “io” in movimento relazionale) e nessuno in particolare!

Questa nostra lettura, naturalmente, vuole essere solo una sintetica interpretazione ad hoc e, insieme, con uno sguardo allegorizzante (non estraneo alla stessa scrittura poetica dell’autore); e ciò al fine di spendere qualche parola mirata e opportuna sull’ultimo libro del dire altro di Marco Palladini, È guasto il giorno (Edizioni Tracce, 2015). Nel caso, però, si vuole sottolineare che anonimi non sono né l’autore del libro né il suo lettore, e che l’allegoresi (F. Muzzioli) non è chiave estranea al sintagma “è guasto il giorno”, sì che una possibile lettura allegorica del libro in questione aspira a connetterne le poesie con lo stato di cose presente e la sua problematizzazione storica. Le parole della poesia dicono l’altrimenti delle cose e ne sono le tracce sintomatiche per confliggere le strategie del potere dominante il reale.

Per inciso, ma crediamo non fuori luogo per l’uso dichiarato, i versi in esergo, infatti, sono quelli che chiudono la quindicesima “Tesi di filosofia della storia” di Walter Benjamin (Angelus Novus); versi cui, analogicamente e idealmente, possiamo riannodare il dettato complessivo delle poesie del nuovo libro di Marco Palladini, È guasto il giorno. Legando infatti l’azione e l’azione della parola (anche poetica) alla necessità di trasformazione delle cose, comune ci pare, nella tipologia del rimando, l’intendo e la tendenza di non scindere la praxis della parola del poeta dalla praxis dell’azione propriamente politica. C’è, in altre parole, in circolazione una politica e un’economia d’uso del fare poesia critico. La tesi e l’orientamento comune sono infatti i tracciati di una volontà che vorrebbe orientare le condotte alla coscienza del far «saltare il continuum della storia», il proprio delle «classi rivoluzionarie nell’attimo della loro azione». Una azione che oggi non vuole più solo la presa del palazzo d’inverno, perché il potere è diffuso e non meno tra le maglie del linguaggio. La rivoluzione non vuole solo il sapere teorico della deideologizzazione; unitamente vuole un sapere pratico (etico-politico) critico e di svolta e rottura del continuum della storia, il continuum che si riveste di rimodernizzazione.

E per individuare questa linea, lungo tutto il percorso delle poesie di questo libro di Marco Palladini, basterebbe solo relazionare la parola, per esempio, della poesia Italian Theory or not? (Sez. I, È guasto il giorno) e quella dell’ultima, Il resto del padre (Sez. IV, È guasto il giorno).

Unico il filo rosso: demistificare il “giorno” (lo stato di cose presente) e installare l’appello per un’analitica delle diagnosi (il decadimento dell’autorità del vecchio ordine simbolico fondante, il “padre”/il sovrano/il divieto/la legge/l’interdetto…) e delle terapie di urto e resistenza, l’agibile possibile della testimonianza solo etica (sulla scia di “ciò che resta del padre” di J. Lacan; cfr. Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio).

Siamo dunque nel mezzo di una modalità negativa e insieme operativa della differenza; quella che taglia il pensare, l’esser-ci e l’agire la vita individuale e collettiva dei soggetti impantanati nella precarietà “narcinica”; i soggetti della vita super-individualistica, appiattita e svilita nella continuità del modello della storia e del tempo del “giorno” del presente senza futuro e a ripetersi avvitato su se stesso come una vite senza fine, erotisticamente estetizzata. Di quel giorno che è un certo spazio-tempo topologico del “godimento” – senza possesso dell’oggetto (politico e non) del desiderio “senza padre” – e messo in circolazione produttiva e riproduttiva dal marketing del neoliberismo come ricapitalizzazione postfordista, e vincente. Una strategia che ingloba le stesse forze dell’opposizione (P. P. Pasolini docet: tutti consumatori, complici e coinvolti; persino gli stessi proletari e sottoproletari). Cosa che il nostro Palladini riprende dalla memoria non “smemorata” e cristallizza in rinnovati versi essenziali: “li ricottari oggi salgono sulla jaguar, / … li sottoproletari oggidiani accarezzeno er touch screen”.

Come dire che la fabbrica del discorso del padrone ha il consenso degli stessi sfruttati, mentre, tramite l’accoglienza dei desideri, ne realizza l’identificazione servile. È la dimensione del desiderio del “Biòs” messo al lavoro e della “cosa” come insoddisfazione ininterrotta e precarietà, senza fine. Crisi continua, o economia della crisi come rapporto di espropriazione e appropriazione, propri del neoliberismo cognitivo “acefalo” (ultima generazione) del pre-simbolico e della semiotica a-significante dei flussi digitalizzati; quello che ha fatto perdere, si fa per dire, il “padre” (i fondamenti e l’autorità dell’archè, principi e potere) come strategia di sopravvivenza e permanenza dei poteri del kapitale, mentre i figli sono chiamati alla responsabilità della colpa e al riscatto del debito, infinito. Il modello che intreccia il luogo, il tempo e la ritmica del loro processarsi nell’attualità della crisi come forza sine die rigenerante (crisi come economia-in-crisi-continua); fieri illimitato e assoluto, come altrettanto illimitato e assoluto deve essere il godimento-marketing che lo deve nutrire e sostenere (per i riferimenti basterebbero il nome di Lacan con il suo “Discorso del capitalista” – oltre quello del Padrone, dell’Università, dell’Isterica e dell’Analista –, o quello di Massimo Recalcati con il suo “L’uomo senza inconscio”, o, più propriamente tutti i nomi dell’Italian Theory stessa). I nomi cioè su cui Palladini, in una delle poesie del suo libro e non senza allusioni parodiche, issa ed espone l’ipoteca di un punto interrogativo litotico: colludono «[…] col Negative Denken? /… / o un ingorgo di antagonismi e forme governamentali?» (Italian Theory or not?, p. 16).

L’atto espositivo di questa filosofia politica Italian Theory così si esteriorizza nei ritmi poetici di Marco Palladini. Ma, per noi, è anche spunto conducente per dire, schematicamente, almeno ancora due o tre cose. Suggerimenti che fanno trapelare fra i testi di È guasto il giorno come un altro filo rosso di lettura. Una compatta macchina da guerra in movimento. Sparare sul calendario delle agende del capitalismo cognitivo gaudente (che, nell’accezione di Michel Foucault, insegna le condotte del sine cura di sé”) e rompere con questo continuum della storia presente, la prima cosa. La possibilità di poter dire che questo nuovo lavoro del poeta romano apre a una poesia-saggio, e al suo ritmo temporalizzato tra recente passato deteriore e un presente immobilizzato, la seconda. Un certo quadro di continuità poi che “non conduce da nessuna parte”, la terza – un resto paradossale: “Quello che resta del padre / è la menzogna di ciò che siamo / la verità di quello che vorremmo essere” (Il resto del padre, p. 72). Un’ultima cosa è sul ritmo delle poesie di È guasto il giorno, un incalzante susseguirsi di tonalità accentuative significanti. Un ritmo, questo, dinamicizzato e governato con accenti piani quanto veloci. Un movimento che, travasato nei testi delle quattro sezioni (che compongono il libro di Palladini), si articola tra accentuazione (ictus) ascendente e discendente (a testimonianza di una passione che mutua la piana gravità del passo e la leggerezza veloce del gesto contundente del verso), e di cui i versi in posizione anaforica (quasi sempre i primi di ogni strofa in tante poesie) sono evidente ripetizione quanto strutturale ed essenziale tecnica di questo lavoro.

E se possiamo metaforizzare, è possibile vederli come un’onda spiralica significante che, ampliandosi per accumulazione strofica e parallelismi anche sintattici, innesca un’eco di ripetizione e differenzialità discorsiva. È l’eco di una voce (in poesia) che allontanandosi dalla prima battuta, trascinandosi, continua a dire della sua presenza in plurisonanza semantizzata e semantizzante, mentre riprende la memoria di quanto precede per poi approfondirla nell’estensione delle ondate successive. Non perdere la memoria, dice l’eco e il crescendo delle retroazioni.

Qualche stralcio:

… ma poi c’è questa Teoria Italiana? / È una moda o una modalità filosofica? / È fondata o infondata una linea che va / da Della Vope e Tronti a Roberto Esposito / passando per Agamben e Toni Negri? // E che cos’hanno in comune? Il Comune? / Dal momento che il comunismo (reale, / ma pure teorico) si è liquefatto, urge trovare / un’alternativa al pensiero nostrano che dia forza / e slancio a una novella Italienische Ideologie? // … // Sì, vorrei trovare un’Italian Theory non come disputa teorica / ma come concreto pensiero di un Bìos aldilà della vita-merce, / come immanente, vitale galassia di istinto e ragione, / di movimento di valore che abolisce lo stato di cose presente / è questo l’odio che conosce e riapre al futuro oppure no? (Italian Theory or not?, pp. 16, 17)

Guardate i graziosi villaggi tedeschi con le case in legno adorne di fiori, / immerse in paesaggi idilliaci, sulla riva di incantevoli laghetti, e i vecchi sorridenti / che fumano la pipa indifferenti ai campi da incubo che stanno proprio lì accanto / Guardate e ditemi chi spiegherà che la Shoah è anche questo: / la negazione e la rimozione che il mostro siamo (anche) noi. / Guardate l’eccesso dell’umano, troppo umano, troppo disumano, troppo… / davvero troppo per dimenticare… (Guardate, p. 15);

Non ditelo a Stracci / che a finire in croce non si diventati santi / né che ‘a fa er poveta nun se guadambia er paraviso’ // Non ditelo a Stracci / che li ricottari oggi salgono sulla jaguar, / capeggiano rivolte in piazza e sognano incivile golpe // Non ditelo a Stracci / che li sottoproletari oggidiani accarezzeno er touch screen / e diggitano messaggi d’odio attraverso li social network (Non ditelo a Stracci, p. 29);

Non sarò madre perché in un mondo sovrappopolato / io aderisco spontaneamente e con coscienza / a una politica di controllo delle nascite // Non sarò madre per non mettere al mondo / altri figli che andranno a incrementare / l’esercito dei disoccupati, sottoccupati //…. // Non sarò madre perché è una scelta difficile, / psicologicamente dura, complicata, impegnativa, / di fronte alla società, ma è una scelta consapevole / e dunque, perché no? Perché sì. (Non sarò madre, pp. 48, 49);

… // Non mi sono sposato perché il matrimonio / non ha trovato posto nel bucotutto / della mia vita squinternata // Non mi sono sposato perché pensavo / di avere di meglio da fare? (Sposato? No, p. 51);

Quello che resta del padre / è il mesto sorriso di addio / di un potere costituente che non è più //… // Quello che resta del padre / è il figlio che percorre il cammino / sapendo che arriverà da nessuna parte / /… // Quello che resta del padre / è la menzogna di ciò che siamo / la verità di quello che vorremmo essere ( Il resto del padre, pp. 71, 72).

E se possiamo sintetizzare, in fine. Non è un caso, ci sembra, che il poeta Palladini, al fine di perdere la memoria (la perdita/l’oblio come rottura) – “è necessario ancora e sempre non smemorare” (Mio padre a Bergen-Belsen, p. 13) – scelga come titolo del suo libro È guasto il giorno (il verso, fra l’altro, chiude la poesia Lectio, p. 67) e un andare spiralico (l’immagine richiamata) per vedere tra le maglie e le retroazioni possibili vie di fuga e resistenze.

Il presente “guasto” – il giorno –, infatti, pur tra reticenze, impliciti rimandi e i ripetuti interrogativi litotici (retorici) – «… ma poi c’è questa Teoria Italiana? / / …. // Sì, vorrei un’Italian Theory non come disputa teorica / ma come concreto pensiero di Bìos aldilà della vita-merce, / come immanente, vitale galassia di istinto e ragione, / di movimento di valore che abolisce lo stato presente / è questo l’odio che conosce e riapre al futuro oppure no? » (Italian Theory or not?, p. 16) –, è declinato attraverso le spire del poetare e ponendo davanti sia l’urgenza del deideologizzare lo stato di cose presente quanto il non dimenticare (insieme) l’azione etico-politica. Un’indicazione, questa, volta al futuro nell’immanenza del Bìos e della sua vitale corporeità con le parole di una poesia che non dimentica l’impegno contestuale. L’impegno di una singolarità poetica che, immersa nel suo tempo storico, non disdegna di accompagnarsi con i tanti compagni di strada che da sempre hanno messo il bastone fra le ruote alle progressive e guaste linee rette del mondo sviluppista (oggi il gigantismo mostruoso del modello capitalistico speculativo delle banche e della finanza). La costruzione scientista quanto storicista e lineare che ha fatto evaporare il conflitto politico e l’antagonismo materialista-democratico degli esclusi, eludendo l’altro conflitto, quello dell’irriducibile asimmetria tra le forme di vita e l’originario “bene comune” della corporeità quale ineludibile componente strutturale della biopolitica. Un discorso non estraneo alla cultura italiana, se, per non andare molto lontano, sia Leopardi che Machiavelli, Vico e Spinoza etc. ne avevano preso in carico il peso, il senso e gli effetti. Marco Palladini invece rievoca voci più recenti.

Chiaro, in tal senso, è sia il richiamo pasoliniano – intreccio di “istinto e ragione” –, sia l’aggancio all’inconfondibile conio del “divenire-animale” della filosofia di G. Deleuze / F. Guattari che Palladini fa nella poesia intitolata Testarda ( Sez. IV, p. 65).

Poesia che qui si vuole produrre per intero e a firma di una poesia che non demorde: «Fuori dalla disgrazia di dio / scivolando nelle pieghe di un’esistenza / che forse non ho neppure il tempo di vivere / ma battendo e ribattendo / impigliato nel senso cieco del fare / con furia, con ansia // Dal margine mi guardo e vi guardo / Sì, mi attardo a contemplare il divenire animale, / la dismisura di un’affollata solitudine / che procede in ordine sparso // Se rinasco lo farò con malinconia / con fobia, con poesia. / Con testarda poesia».

Non dimenticare però (un consiglio per l’ipotetico lettore) che nell’epoca dell’“evaporazione del padre”, c’è un resto come fondo da scavare (quando si arriva al fondo, è quest’ultimo che rimane ancora da scavare…): «Quello che resta del padre / è la menzogna di ciò che siamo, / la verità di quello che vorremmo essere». Una verità come ricominciamento! Una conclusione bene espressa da Marcello Carlino nella sua prefazione al libro, e una cosa che vale un furto. Una indebita (mia) appropriazione (non me vogliano né il poeta Palladini né il critico Carlino) per una chiusura ad hoc: la promessa «di un ricominciamento, di un nuovo ricominciamento. Che è il luogo tanto periclitante quanto necessario dell’utopia” (Marcello Carlino, Prefazione, p. 9).

L’utopia? Un’ipotesi! La sua bellezza, una logica altra. Inattuale! Ma appunto per questo potenza temporale e storico-materiale indubitabile, azione in campo; una forza attiva che nell’immanenza agisce da spinta antagonista e propulsiva rispetto a quella dell’ordine imperante che frena.

Jacques Rancière direbbe, forse, che ad essere messo in prigione, sorvegliato, punito e controllato è il disaccordo politico e la politica della poesia critica, dell’arte e della letteratura d’avanguardia!

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