“Il canale bracco” e “Tre montagne”. Scarti semantici

Tre montagne di Matteo Meschiarimagliani_braccoIl canale bracco e Tre montagne. Scarti semantici

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di Stefano Costa

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Ho aperto più volte su una pagina a caso “Tre montagne”, prova narrativa in tre tempi di Matteo Meschiari (pubblicato a fine 2015 da Fusta, editore indipendente di casa a Saluzzo, in provincia di Cuneo). L’esperienza è quella di una solida semantica, di una cerchia di termini e combinazioni che indagano – attraverso un’analisi che non esiterei a dire “scientifica” – la trasformazione del gesto in parola. Il gesto di cui si narra in tutti e tre i capitoli di quella che sembra essere, anche se non lo è appieno, un’unica storia, chiama lo stigma preistorico, il graffio fissato per sempre in una roccia – il segno che un essere umano può ritrovare a distanza di millenni, mutato nel tempo ma sempre uguale a se stesso. Tale il destino del fossile: quello di impoverirsi di tessuto muscolare, quello di veder asciugarsi il nervo che ne percorreva il dorso al fine di lasciar affiorare le informazioni criptate nella sabbia delle ossa, e in esse soltanto.

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Il progetto

Il piacere che offrono le librerie è quello di trovarvi ciò che non stavamo cercando, quello che non sapevamo di non sapere; l’arricchimento è lì a portata di mano, basta varcare la porta e curiosare tra gli scaffali o affidarsi al consiglio di un buon libraio.

Il bello dei libri, sfogliando le loro pagine, è aprire per noi nuove finestre sul mondo.

Il desiderio di RadioLibri è riuscire a fare altrettanto con i suoi programmi.

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IL TERZO SGUARDO n.52: Michel de Certeau, “Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin”

Michel de Certeau, Utopie vocaliMichel de Certeau, Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin, a cura di Lucia Amara, Milano, Mimesis, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Sulla figura di Michel de Certeau, gesuita studioso di psicoanalisi lacaniana, del linguaggio dei mistici e dei rapporti tra rappresentazione sociale della cultura religiosa, manca a tutt’oggi uno studio che ne inquadri le coordinate filosofiche più generali. Erudito apprezzato da Michel Foucault e teorico del linguaggio amato da Lacan, de Certeau, figura di indubbia poliedricità umana e sapienziale, ha spaziato come pochi tra linguistica, storia della cultura, poesia e cinema.

Questi dialoghi sulla glossolalia rappresentano un’incursione tutt’altro che occasionale del colto gesuita nel mondo della semantica linguistica. Nelle riflessioni superstiti dello storico francese, in un convegno tra happy few svoltesi a Roma nel 1977 in un serrato dialogo e confronto con Paolo Fabbri e William Samarin (dove, tuttavia, predominava il più intenso rigore dialettico di de Certeau) e restituite nel loro dettaglio dalla pazienza di Lucia Amara attraverso un meticoloso lavoro di archivio e di sbobinatura, il tema della glossolalia emerge con prepotenza in un insieme apparentemente caotico di annotazioni sparse:

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“Glosse per Sereni, tra rêverie e racconto”. Saggio di Domenico Carosso

Poesie e prose” di Vittorio SereniGlosse per Sereni, tra rêverie e racconto

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di Domenico Carosso

Nelle primissime pagine della sua prefazione alle Poesie di Sereni, Dante Isella precisa di essersi trovato, accingendosi al proprio lavoro, di fronte a «manoscritti labilissimi, con un carico di potenziali sviluppi che andavano in tutte le direzioni, con una visione fluida del mondo, che nella sua incessante deformazione, in senso etimologico, ha più lo statuto del sogno che della realtà»1.

Tale statuto è poi rinforzato, se così posso dire, dalla frequente, ossessiva presenza, nei versi per esempio degli Strumenti umani, ma non solo qui, dei luoghi retorici, nel senso alto, dell’iterazione o ripetizione e della specularità. Quasi che la poesia costituisse lo specchio mobile, in perenne dislocazione, di una realtà a sua volta imprendibile, multipla, in ogni caso (in ogni verso) non dicibile univocamente.

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SUL TAMBURO n.13: Giuseppe Schillaci, “L’età definitiva”

Giuseppe Schillaci, L'età definitivaGiuseppe Schillaci, L’età definitiva, Bari, LiberAria, 2015

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di Giuseppe Panella

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Nico Chimenti manca da vent’anni da Palermo dove sua madre Doris (una tedesca della Germania Est che aveva sposato suo padre dopo averlo conosciuto quasi casualmente a Berlino) continua a vivere nel quartiere Brancaccio, la zona della città purtroppo nota per l’assassinio del suo parroco padre Puglisi e dove il tempo sembra essersi fermato. L’occasione è tra le più consuete: la mamma è stata male e poi è il periodo delle ferie natalizie, il bar di Piazza Vittorio dove Nico lavora è chiuso perché il suo datore di lavoro si è preso un po’ di giorni di ferie (fino al 10 gennaio – viene specificato) e il trentenne siciliano sente la necessità di un bilancio della sua vita. Inizia così L’età definitiva, un romanzo anomalo che si può collocare (ma a fatica) tra la descrizione della vita in una regione dell’Italia meridionale particolarmente martoriata dalla malavita organizzata e dal malcostume e la storia di una “formazione mancata” (per tutta una serie di ragioni che l’opera narrativa a lungo analizza).

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IL TERZO SGUARDO N.51: Stefano Mazzei, “La piaga. Apologia del bimbominkia”

Stefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkiaStefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkia, Firenze, Edizioni Press & Archeos, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Che cos’è esattamente, psicologicamente e umanamente, quello che nel linguaggio corrente dei social network e anche della pubblicistica politico-giornalistica, un bimbominkia – rigorosamente con la k ? E’ un addetto (un addict – si direbbe in inglese) sistematico e frenetico, appassionato e ossessivo alla frequentazione dei mezzi di comunicazione sociali di massa. Un termine giapponese, otaku, lo designerebbe forse meglio se non fosse che i fanatici indicati con questa parola più che altro si interessano a manga, anime e altri prodotti di genere letterario-fumettistico. Né d’altronde il bimbominkia è un troll “tradizionale” e il suo interesse non è tanto quello di dare disturbo o creare sconcerto tra gli utenti dei social cui partecipa ma di invadere il campo dello schermo in maniera massiccia e opprimente. Il personaggio indicato nel titolo, comunque, è solo un ballon d’essai, uno strumento di comprensione, un punto di riferimento, un simbolo della nostra epoca disperata e apparentemente confortante. Quello di Stefano Mazzei è un tentativo di dare senso, di arrivare a una comprensione (sia pure parziale) di un fenomeno che è parte fondamentale e decisiva della psicologia contemporanea e del modo in cui si configura continuamente sugli schermi dei computer di ogni parte del mondo:

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