“Il Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

riviste fiorentineIl Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

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di Stefano Lanuzza

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Chi se la ricorda la stagione novecentesca delle riviste letterarie fiorentine, quando Firenze era una capitale culturale non solo italiana?…

Ora, proveniente dal tardo-secondonovecento, c’è “Il Portolano” – rivista fondata nel 1995 da Francesco Gurrieri, Piergiovanni Permoli, Arnaldo Pini –, che dal 2016 supera il suo ventesimo anno di vita; e, come sancito dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, viene annoverata nella “Serie A” delle scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche, ecc….

Ma, bando alle omologazioni, soprattutto importa, come scrive Gurrieri nel numero 80-81 di gennaio-giugno 2015, che “‘Il Portolano’ [sia] cresciuto [e sia] ormai apprezzato in ambito nazionale”, continuando “a svolgere il suo imperativo originario: la fedeltà alla letteratura” (fedeltà che vuole resistere a una tecnologia informatica che nei suoi effetti smaterializza la parola e la disperde nell’entropia del web che dilaga mettendo in crisi libri, giornali, riviste e tutto quanto sia cartaceo). Allora, quella del “Portolano”, è una fedeltà da intendere anche come ostinazione a esprimersi – a scrivere e a farsi leggere – sul supporto di carta e nella forma collaudata d’un periodico che raccoglie il testimone delle tante testate letterarie fiorentine del Novecento, a cominciare dalle primonovecentesche “Il Regno” (1903-1906), “Leonardo” (1903-1907), “Hérmes” (1904-1906): tre riviste caratterizzate dalla breve esistenza – oltre che da un nazionalismo antidemocratico, dall’influenza dannunziana, da una morale individualistica e da prospettive guerrafondaie.

Un riferimento per molti intellettuali è a Firenze “La Voce”, fondata nel 1908 da Prezzolini affiancato da Papini. La guerra di Libia del 1911-1912 segna una frattura redazionale tra Salvemini contrario alla guerra e Papini & Prezzolini che abbracciano la logica del nazionalismo aggressivo e colonialista… Ecco poi “Lacerba”, diretta dal 1913 al 1915 da Soffici e Papini, della quale si ricorda l’articolo papiniano d’ispirazione futurista Vogliamo la guerra (guerra intesa come “sola igiene del mondo”…: espressioni di questo genere sono giudicate da Piero Gobetti, fondatore della rivista “La Rivoluzione Liberale” (1922-1925), nient’altro che “letteratura canagliesca”). Interventista è anche “Il Marzocco” (1896-1930) che nel numero 31 del 2 agosto 1914 annuncia trionfalmente l’entrata in guerra dell’Italia.

Poi, caratteristicamente fiorentina quanto aperta alla grande cultura europea (Proust, Joyce, Gide, T. S. Eliot, Faulkner, Hemingway, Valéry, Rilke, Kafka, D. H. Lawrence, Th. Mann, Majakovskij, Esenin, Virginia Woolf…), c’è l’internazionalista “Solaria”, soppressa dal regime fascista perché sospettata di filoebraismo. Pubblicata a Firenze tra il 1926 e il 1936, questa rivista che Riccardo Bruscagli configura come un attendibile modello del “Portolano”, è palestra dei Bonsanti e Gadda, Giacomo Debenedetti e Solmi, Gianna Manzini e Diego Valeri, Quasimodo e Ungaretti, Vittorini e Montale. Con Loria, Pampaloni, Noventa, Fortini, Mario Soldati, Quarantotti Gambini, Comisso, lo storico Giorgio Spini, ecc.

Fondamentali nel panorama letterario fiorentino restano i numeri speciali di “Solaria” dedicati a Saba, Svevo, Tozzi… Così, memore del ‘metodo solariano’, anche il metasolariano “Portolano” dedica dei fascicoli monografici a Gadda, a Malaparte o al germanista Ferruccio Masini, il primo a rivedere in un’inedita chiave illuministica il pensiero di Nietzsche; a un Claudio Magris in odore di Nobel, a Cases e all’obliato Saverio Strati, il narratore calabrese testimone dell’ultima grande stagione del realismo di conio verghiano; e a Pound, Hemingway e Sartre; e ai Parronchi, Betocchi, Quasimodo, Luzi, Pratolini, Vittorini… (“Solariano” ricorda Vittorini “era una parola che, negli ambienti letterari di allora, significava antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista… Giovanni Papini ci ingiuriava da un lato, e Farinacci dall’altro. Ci chiamavano anche sporchi giudei per l’ospitaità che si dava a scrittori di religione ebraica e per il bene che si diceva di Kafka e di Joyce. E ci chiamavano sciacalli. Ci chiamamavano iene. Ci chiamavano affossatori”, Diario in pubblico, 1957).

Dopo “Campo di Marte” (1938-1939) di Gatto e Pratolini, nel 1945, fondata da Calamandrei, nasce la rivista di politica e cultura “Il Ponte”, tuttora attiva, che inopinatamente Franco Fortini arriva a qualificare affetta da “un laicismo molto grigio e poco leggibile” (Note sulle riviste di cultura in Italia (1945-1990), “Cenobio”, n. 1, gennaio-marzo 1992). Tale definizione quanto meno ingenerosa pare sia dovuta alla nota antipatia di Fortini per un ambiente culturale fiorentino da cui non si sente abbastanza apprezzato. Poi, di Fortini, il suo collega Romano Luperini dell’Università di Siena ricorda, in un’intervista a “La Reppublica” (14 febbraio 2016), “un’ingenuità narcisistica” e “un certo complesso di persecuzione”. Una grata memoria, nella stessa intervista, ha invece Luperini per Ferruccio Masini ricordato come “grande germanista, uomo affabile e critico notevole di Nietzsche”.

Nata lo stesso anno della chiusura di “Solaria”, “Belfagor”, ispirata all’arcidiavolo di Machiavelli e diretta dal critico marxista Luigi Russo, poi dal figlio Carlo Ferdinando Russo, chiude dopo quasi 70 anni di vita.

Nel 1986, smette le pubblicazioni la rivista “Paragone” avviata nel 1950 da Roberto Longhi coadiuvato in seguito da Anna Banti; e, insieme ad altre testate, cessano una loro breve vita anche “Quartiere”, “Tèchne”, “Quasi”, “Hellas”, “Collettivo R” o “Salvo Imprevisti” che oggi metamorfosa in “L’area di Broca”. Chiude, all’inizio degli anni ’90, anche la certo solariana “Molloy”, fondata nel 1988 da Masini e altri. Né va dimenticata una rivista dalla vita brevissima, “Ottovolante”, che nel 1985 cataloga l’editoria e le riviste di poesia in Italia.

Sullo sfondo alquanto cangiante di tale panorama, “Il Portolano”, col sostegno d’un editore affezionato qual è Pagliai, definisce la propria identità di rivista che, non senza qualche antinomia, punta a fare interagire il rigore accademico con la passione o certa insofferenza militante che, pure esponendosi, vorrebbe contestare il sistema socio-politico nonché esercitare una debita critica nei confronti della società e della stessa industria culturale (editoriale, televisiva, giornalistica e rotocalchesca).

Magari deriverebbe anche da ciò – denota Bruscagli sul “Portolano” di gennaio-giugno 2015 – la “marcatura più vistosa della rivista” cioè “la sua fiorentinità” (diciamo ‘caratteriale’): ripercorsa – precisa Bruscagli – “con sguardo lucidamente critico, fedele a certe irrinunciabili stagioni ma senza compiacenze, anzi talvolta con un accento di autoflagellazione anch’esso, manco a dirlo, molto ‘fiorentino’”. Aggiungendo: “Ad oggi non saprei citare una definizione della nostra città più giusta – e più mordente – di quella offerta [nell’articolo] Una città come Papini [“Il Portolano”, n. 23-24, luglio-dicembre 2000; che] riconosce le contraddizioni insolvibili dell’‘anima fiorentina’: ‘la vera, eternamente contraddittoria e volubile, guelfa e ghibellina, bianca e nera, pallesca e piagnona anima fiorentina vogliosa di trasgressione e, insieme, amante dell’ordine, temprata entro un crogiolo di creatività progettuale e pragmatismo, impulsività coraggiosa o romanticismo, cinismo ironico o coscienza della verità, prudenza opportunistica o riservatezza’”.

È allora in tale clima di fiorentinità, dove ogni contraddizione finisce per comporsi in un vitale attivismo, che “Il Portolano” accoglie uno stuolo di collaboratori – da Luzi a Enzo Siciliano, Veronesi, Camilleri, la Rossanda, Marchi, Materassi, Guagnini e molti altri che sarebbe lungo enumerare. Perciò, trascegliendo un po’ a caso e senza voler configurare una qualche scelta antologica, si possono ricordare l’intervento del 2000 di Claudio Magris Le radici di Microcosmi o, nel 2007, la riflessione di Francesco Gurrieri su Poesia o scrittura poetica e la rilettura da parte di Marco Fagioli d’un autore variamente malfamato qual è Céline.

C’era una volta la letteratura ingleseè il saggio del 2009 di Giovanna Mochi e un’intenso ricordo di Masini è il saggio del 2011, La lotta e la danza, di Mario Specchio. Indimenticabile, nel n.71 dell’ottobre-dicembre 2012, un ricordo, da parte di Carlo Lapucci, di Arnaldo Pini e Piergiovanni Permoli, fondatori, con Gurrieri, del “Portolano”. Lapucci descrive Pini come un “uomo dotto, formato di cultura e teologia che viveva in un’aura medievaleggiante”, mentre Gurrieri, nel saggio Arnaldo, Nanni e “il Portolano” accomuna i due amici: Pini poeta religioso e uomo “coltissimo”, Permoli grande cinefilo, affascinato dal mito dell’‘eterno femminino’ e cultore di Hemingway. “Con loro” scrive “scompariva la parte sorgiva del ‘Portolano’ che avevano intuito insieme non senza – qualche tempo prima – la partecipazione di Ferruccio Masini”.

Seguono, nel fascicolo di gennaio-giugno 2013, la riflessione estetico-ermeneutica del filosofo Sergio Givone dal titolo Niente da dimostrare, tutto da interpretare. “Illuminare il presente è tutt’uno con l’abitare il presente” è il tema introdotto da Givone.

Sempre del 2013 è un essenziale saggio di Marino Biondi sull’opera di Pratolini. E, nel 2014, si registrano gli scritti di Giuseppe Langella e Silvio Ramat sulla triade ermetica fiorentina Bigongiari-Luzi-Parronchi. Mentre, nel primo fascicolo del 2015, leggiamo un’utile analisi di Valdo Spini sulla situazione delle riviste di cultura nell’epoca della globalizzazione. Infine, nel numero di luglio-dicembre, il secondo e ultimo del 2015, prende spazio un lungo saggio comparatistico di Ernestina Pellegrini e Luciano Zampese su Luigi Meneghello, autore di rilievo che tuttavia, come altri autori che fanno del plurilinguismo e dell’oralità la loro poetica, non sembra trovarsi a disagio in un ruolo di outsider o irregolare della letteratura italiana del Novecento.

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