Vogliamo il colonnello di Arlt. Roberto Arlt, “Saverio, il Crudele / L’isola deserta”

Roberto Arlt, Saverio, il Crudele, L'isola desertaRoberto Arlt, Saverio, il Crudele / L’isola deserta, Traduzione di Raul Schenardi e Violetta Colonnelli, Postfazione di Carolina Miranda, Salerno, Edizioni Arcoiris, 2016, pp. 120, euro 11,00.

_____________________________

di Primo De Vecchis

.

Torno ad occuparmi ciclicamente dello scrittore argentino Roberto Arlt (1900-1942), poiché da una parte aumentano le iniziative editoriali di traduzione e recupero delle sue opere “minori”, e dall’altra reputo che uno scrittore così immerso nel suo presente risulti oggi ancora attuale. Il motivo è presto detto. Nessuno come Arlt seppe descrivere la rovinosa inquietudine che percorse il globo negli anni Trenta, subito dopo la grande crisi economica del ’29 (insieme ad Alfred Döblin e a pochi altri). Nessuno come Arlt (in Argentina e altrove) seppe dare voce in modo grottesco alle paure e ai deliri di una classe media urbana, di piccolo-borghesi “bottegai”, piombati d’un tratto nella precarietà quotidiana, e terrorizzati dall’idea di un repentino declassamento sociale, che li avrebbe condotti alla miseria. Il piccolo-borghese minacciato dalla crisi, ansioso, delirante, invidioso, razzista, si trasforma sempre in un mostro, ma soprattutto consegna il potere (democraticamente o accettando passivamente un golpe militare) all’Uomo Forte, al Salvatore della Patria, al Capo in grado di ripristinare l’ordine con ogni mezzo. I romanzi urbani di Roberto Arlt (I sette pazzi, I lanciafiamme) hanno affrontato questi temi con maestria, parodiando la figura del “capo carismatico” (per citare Max Weber), che si afferma in Europa a partire dal fascismo italiano, per poi diramarsi nel nazismo e nel franchismo. È noto inoltre quanto le caste militari argentine fossero affascinate dalle ideologie totalitarie fasciste europee (benché non ne condividessero in parte un certo “populismo”). Il golpe militare del 6 settembre 1930 del generale José Félix Uriburu si autodefinì “rivoluzione”, il che suona quasi come una farsa, considerando che c’è ben poco di rivoluzionario in un golpe militare reazionario, repressivo, appoggiato dai “bottegai”. Roberto Arlt da sagace giornalista immortalò quelle vicende nei suoi articoli di costume per «El Mundo». Non solo, fu inviato dal suo giornale come corrispondente in Europa tra il 1935 e il 1936, per seguire gli sviluppi della crisi politica in Spagna, che sarebbe sfociata nella guerra civile. Soggiornò anche in nord Africa. Al ritorno dai suoi viaggi, cominciò a dedicarsi ancora più proficuamente al teatro.

Occorre qui ricordare che nel 1931 lo scrittore Leónidas Barletta aveva fondato a Buenos Aires il Teatro del Pueblo, con il quale si proponeva di diffondere opere teatrali nazionali e universali. Il progetto si ispirava in parte al Théâtre Libre di André Antoine e al Théâtre du peuple di Romain Rolland; lo scopo era quello di moralizzare le classi lavoratrici, fortemente colpite dalla crisi economica, politica e sociale, attraverso la rappresentazione dei grandi classici del teatro mondiale e non solo. Fu così che alle opere di Shakespeare, Lope de Vega, Molière e Pirandello si aggiunsero anche le operette teatrali di Arlt, sempre salaci, ardite, malinconiche e farsesche. Fu Barletta a convincere Arlt a scrivere per il teatro, dopo che lo stesso Leónidas mise in scena nel 1932 un capitolo del romanzo I sette pazzi: “L’umiliato”. Chi vuole approfondire l’argomento può leggersi il saggio di Gerardo M. Goloboff, Genio y figura de Roberto Arlt, Editorial Universitaria de Buenos Aires, 1988, pp. 87-94, ma anche il testo di Omar Borré, Roberto Arlt: Su vida y su obra, Buenos Aires, Edtorial Planeta, 1999, pp. 227-35.

Dopo il dramma Trecientos millones (1933), nel 1936 vide così la luce Saverio, il crudele.

La commedia drammatica in tre atti mette in scena uno scherzo perpetrato ai danni di un immigrato italiano, Saverio, fornitore di burro. Susanna, che abita nella sua villa, spesso attorniata dai suoi amici (una sorta di allegra brigata), organizza un piano farsesco. La ragazza di buona famiglia fingerà di essere impazzita: reciterà la parte di una regina che ha perduto il suo regno, poiché è stata detronizzata da un colonnello usurpatore. I suoi amici convinceranno Saverio a travestirsi da colonnello, il quale alla fine verrà ghigliottinato (per finta), in modo da ridestare Susanna dalla sua pazzia temporanea per mezzo di un trauma sanguinoso. Saverio accetta di partecipare a quella messinscena (che è in verità una farsa ai suoi danni), poiché è davvero convinto che la bella ragazza abbia perduto il senno. Ma accade qualcosa d’inatteso. L’umile immigrato fornitore di burro, indossata l’uniforme militare di colonnello, comincia a prenderci gusto e si trasforma in breve tempo in un tiranno. È proprio questa trasformazione uno degli elementi più interessanti della pièce, che può ricordare per certi versi il cambiamento psicologico di Erdosain ne I sette pazzi, da inetto a terrorista: «Oh, fantesca pusillanime! Se avessero ascoltato i tuoi consigli, Mussolini starebbe ancora lastricando strade in Svizzera, e Hitler scarabocchiando pastorelle nelle birrerie di Monaco» (pp. 39-40); «Nella nostra epoca sono tanti i casi di uomini che non erano nessuno e hanno finito per essere tutto, che oggi non mi sorprende di vivere nella pelle di un Colonnello» (pp. 44-45).

Qui mi fermo ed evito di svelare ulteriori dettagli della “farsa”, che imbocca una via assolutamente imprevista.

Oltre a Saverio, il crudele possiamo leggere in traduzione L’isola deserta (1937), un atto unico e burlesco.

Alcuni impiegati, dediti alla contabilità in un ufficio delle dogane, nei pressi del porto di Buenos Aires, un giorno si ribellano gioiosamente al proprio capo. È accaduto questo. Prima consumavano la loro trita esistenza nell’umidore d’uno scantinato, dov’era facile evitare ogni forma di distrazione. A un certo punto sono stati trasferiti al decimo piano dell’edificio, illuminato da una grande finestra, dalla quale però penetrano anche i rumori dei bastimenti, che attraccano nel porto. I rumori e i suoni delle sirene di quelle grandi navi, che hanno attraversato l’oceano, oltre ad essere una forma di distrazione, sembra che destino gli impiegati dal loro torpore psichico, una vera e propria alienazione mentale. A dare il colpo di grazia al precario equilibrio dei lavoratori subentra un fattorino mulatto, Cipriano, che ha molto viaggiato e che comincia a narrare le sue esotiche avventure. Cipriano risveglia la loro fantasia sopita con l’immagine quasi utopistica di un’isola deserta, dove non esistono orari né la schiavitù del lavoro, dove si può vivere serenamente a contatto con la natura fertile e rigogliosa, la quale provvede a nutrire i suoi figli. È chiaro che ormai la miccia è accesa ed è pronta a far saltare per aria la grigia routine impiegatizia. Ma qui non mi dilungo oltre.

È possibile ravvisare nella burla gli echi di Herman Melville (Bartleby lo scrivano), ma anche di Luigi Pirandello: nella novella Il treno ha fischiato l’impiegato contabile Belluca un giorno impazzisce, ribellandosi al suo datore di lavoro. Anche qui l’evasione si identifica nel viaggio, nell’estensione geografica: «E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo…». Il mulatto Cipriano invece esclama: «Sono stato nel Mar delle Indie. Ai Caraibi, sul Baltico… Persino nell’Oceano Artico» (p. 91). Ciò di cui ci parlano Melville, Pirandello ed Arlt con brillante umorismo ha a che fare con la “rivoluzione”. La rivoluzione sociale, certo, l’abbattimento della società capitalistica, che schiavizza l’uomo, rendendolo un mero ingranaggio chapliniano all’interno della fabbrica, dell’impresa, dello Stato. Ma anche la rivoluzione interiore, ovvero quel risveglio della nostra natura più profonda, poetica, lunare (lunatica) e naturale, che ci fa divenire artisti, poeti, creatori, viaggiatori, ribelli, sognatori. Potremmo chiamarla l’anarchia dell’interiorità, che travolge con la sua fervida bellezza il grigiore quotidiano e la sicurezza della regolata società borghese. Se questo risveglio avviene qualche anno prima della morte fisica, si può certo definirlo una Grazia, capace di liberarci non solo dalle catene sociali, ma anche da quelle mentali. L’impiegato descritto da Arlt, Manuel, infiammato dalle parole di Cipriano, a un certo punto esclama: «Voglio vivere i pochi anni di vita che mi restano su un’isola deserta. Con la mia capanna all’ombra di una palma. Non avere orari» (p. 96). Qui bisogna tornare alla letteratura vergine del nuovo continente, che ha molto da insegnare alla vecchia Europa. Come non pensare alla rivoluzione interiore di Walt Whitman? Come non andare con la memoria a Walden o Vita nei boschi di Henry D. Thoreau? Non me la sento di inserire Arlt nell’alveo del trascendentalismo emersoniano americano, figuriamoci, ma di certo un’inconsapevole influenza si ravvisa anche qui. Come accade d’altronde in molti altri autori di quell’America, che è un unico continente, culturalmente parlando, dalle coste della California alle Ande, da Walt Whitman a Pablo Neruda, da William Faulkner a Gabriel García Márquez, da Edgar Allan Poe a Horacio Quiroga.

_____________________________

[Leggi tutti gli articoli di Primo De Vecchis pubblicati su Retroguardia 2.0]

_____________________________

Annunci