Remainders n.17: Miguel de Cervantes Saavedra , “Don Chisciotte della Mancia”

Don Chisciotte della ManciaMiguel de Cervantes Saavedra , Don Chisciotte della Mancia

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di Francesco Sasso

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Miguel de Cervantes Saavedra è l’autore del Don Quijote, unito alla sua creatura in un binomio indissolubile, quasi una persona sola, è la grande figura, l’emblema della letteratura spagnola, l’immagine stessa della Spagna.

Per quanto nulla di certo si sappia sulla data di composizione del Don Chisciotte si può ritenere che la trama ne sia stata abbozzata, forse come novella, durante uno dei periodi trascorsi dall’autore nelle carceri di Andalusia. Quando Cervantes giunse a Valladolid nel 1603, la prima parte del Don Chisciotte era terminata; il libro fu pubblicato nel 1605 ed ebbe successo immediato. Nel 1614 ne erano già state stampate otto edizioni; questa larga diffusione spinse uno scrittore rimasto anonimo a pubblicare con lo pseudonimo di Alonso Fernàndez de Avellaneda una grossolana continuazione delle avventure di Don Chisciotte. A questo falso va riconosciuto di aver spronato il Cervantes a completare ed a pubblicare l’autentica continuazione delle avventure dell’ingenioso hidalgo, che, pubblicate nel 1615 a Madrid, immediatamente spegnevano la facile ilarità suscitata dal misterioso Avellaneda.

Tra la prima e la seconda parte del romanzo ci sono profonde differenze, che non intaccano però l’ideale unità dell’opera. Confesso, nondimeno, di preferire la prima parte alla seconda.

Dieci anni intercorrono fra le date di pubblicazione delle due parti: anni in cui, attraverso le esperienze e le avversità, il Cervantes aveva avuto agio di sviluppare maggiormente quella nobile filosofia che trasfondeva nel suo personaggio.

Nel Prologo della Prima Parte, Cervantes mostra come lettura e scrittura siano un’unica attività creativa. Cervantes cioè mostra l’atto della scrittura nel suo farsi, spingendo così il lettore a leggere guardandosi leggere. È un modo questo di instaurare una distanza ironica tra il lettore e lo scrittore, tra la scrittura e la lettura, utilizzando inoltre le sequenze del romanzo cavalleresco e del romanzo picaresco, senza contare gli inserti che portano nel corpo del romanzo divagazioni tratti dal romanzo pastorale, dal romanzo sentimentale e dal romanzo moresco. Cervantes ideò una «visitazione della società reale attraverso i fantasmi del mondo cavalleresco – sono parole di Carmelo Samonà – che non cessa di incantarci». Ed ecco l’alternarsi di serio e comico, e dell’ambivalenza del protagonista, non riducibile ad una sola dimensione.

All’inizio del libro Don Chisciotte non è altro che un’umoristica caricatura degli eroi di quei romanzi di cavalleria che attraverso varie generazioni erano stati la lettura favorita del pubblico spagnolo. Chiuso nel suo assurdo ideale di eroica grandezza, magniloquente e pomposo, esce malconcio ma indomito dalle imprese in cui si getta baldanzosamente. Singolare contrapposizione all’esasperato idealismo dell’hidalgo, il buon senso terra terra, il rozzo umorismo dello scudiero Sancho Panza servono a mettere maggiormente in risalto le stravaganti manie del suo padrone. Ma una lenta trasformazione si manifesta nei due personaggi via via che il romanzo procede. Il cavaliere dell’ideale e lo scudiero sciocco, come usciti per volontà propria dagli schemi stabiliti dall’autore, acquistano una maggiore dignità e si muovono in orizzonti di più vasto respiro.

Nella seconda parte del libro vediamo che Don Chisciotte non è più il ridicolo visionario dell’inizio, che sprona lo spelacchiato Ronzinante verso mirabolanti imprese. La sua pazzia si sfuma in melanconica grandezza; consapevole della realtà continua tuttavia a lottare per i più nobili ideali. Anche Sancho è cambiato: il villico pavido e interessato diventa il fedele affezionato compagno del bizzarro padrone, pienamente conscio lo segue nelle sue assurde imprese, temperandone gli eccessi con la bonaria arguzia della sua saggezza contadina. I due personaggi simbolici, incarnazioni di opposte tendenze, acquistano dignità di creature vive attenuano i loro contrasti, si avvicinano, si uniscono quasi a rappresentare in un nobile equilibrio i due diversi aspetti di una umana realtà.

Come ha notato Freud ne Il motto di spirito:

«L’ingegnoso cavaliere don Chisciotte della Mancia è una figura che, pur non possedendo nessun umorismo, nella sua serietà ci procura un piacere che potremmo definire umoristico […] Don Chisciotte è in origine una figura puramente comica, un grande fanciullo a cui le fantasie contenute nei suoi libri di cavalleria hanno dato alla testa …. Dopo però che l’autore ebbe dotato quest’uomo ridicolo di saggezza più profonda e delle più nobili intenzioni, facendone il rappresentante simbolico di un idealismo che crede nell’attuazione delle sue mete… questo personaggio cessa di essere comico. Come in altri casi il piacere umoristico sorge dall’impedimento di un’eccitazione emotiva, qui sorge dalla perturbazione del piacere comico».

f.s.

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