“Sergente nella neve” e “Ritorno sul Don”: nutrirsi in guerra e in pace. Saggio di Domenico Carosso

Sergente nella neve e Ritorno sul DonSergente nella neve e Ritorno sul Don: nutrirsi in guerra e in pace

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di Domenico Carosso

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Il limite intrinseco, invalicato e invalicabile, delle mie paginette, è che non ho mai incontrato Rigoni, né visto o visitato i suoi luoghi, i luoghi della Grande Guerra, e della Seconda. Per tutto ciò rinvio alle osservazioni di Eraldo Affinati, nel «Meridiano» dedicato al classico che è non da ora, ma fin dal primo libro, Il Sergente nella neve Mario Rigoni Stern.

Il Sergente nella neve, uscito la prima volta (anno 1953) nei famosi Gettoni curati da Vittorini, con un giudizio che lo accoglie e insieme lo respinge («MRS non è uno scrittore di vocazione») è il racconto sobrio e testimoniale, la cronaca quasi, della vicenda degli alpini in Russia, nel corso della Seconda guerra mondiale. Diviso in due parti, dai titolo rispettivamente de “Il caposaldo” e “La sacca”, cioè la postazione prima tenuta, poi perduta dai soldati chiusi in un cerchio di neve, gelo e fuoco.

Il libro di MRS, pubblicato con straordinario successo da Einaudi e ancora a disposizione dei lettori, è ormai un classico, per la lingua forte e concreta, priva di qualsiasi retorica, che lo attraversa e lo colma di esempi attivi e solidali, tra amici e anche coi nemici.

Dunque, «le pallottole battevano sui reticolati mandando scintille. Improvvisamente tutto ritornò calmo, proprio come dopo la sagra tutto diventa silenzioso e nelle strade deserte rimangono i pezzi di carta che avvolgevano le caramelle e i fiocchi delle trombette. Solo ogni tanto si sentiva qualche fucilata solitaria e qualche breve raffica di mitra come le ultime risate di un ubriaco vagabondo».

Un paragone, un confronto tra il fuoco micidiale degli spari e le innocue trombette, tra le scintille e i pezzi di carta della festa ormai giunta al termine – un confronto che propone, in modestia e quasi sottovoce, l’inevitabile distanza tra il lettore col libro in mano e i soldati presi nel morso tenace della neve e del gelo.

Tanto che si può segnalare, come marker intertestuale espresso in forma di domanda, la frase continuamente rivolta a RS: «Sergentmagiù, gjhe rivarem a baita?».1

Un altro marker, a cadenza annuale, il giorno di Natale, è segnalato dal tenente: «Ragazzi, domani è Natale!», e il sergente: «Lo sapevo perché una ragazza mi aveva mandato una cartolina in rilievo con il presepio, e la inchiodai sui pali di sostegno del bunker».

Con minime variazioni e una metafora nuova, la ragazza diventa, o meglio viene pensata, da lontano, dalla steppa nevosa e gelida, come la più dolce e calda compagna di vita, oltre l’insostenibile presente, e specialmente nel tempo natalizio. Solo per lei, pensando a lei, e ai compagni, in secondo luogo, si può lavorare per un tempo nuovo, un tempo altro, che non proponga più la guerra.

Inoltre il natale, cioè la nascita, l’occasione di rinascere che è il Natale, la festa è per tutti, di tutti, e dunque:

«Anche ai camminamenti dicevo buon Natale, anche alla neve, alla sabbia, al ghiaccio del fiume, anche al fumo che usciva dalla tane, anche ai russi, a Mussolini, a Stalin! Era mattina, me ne stavo nella postazione più avanzata sopra il ghiaccio del fiume […]. Guardavo il fiume ghiacciato da su dove compariva dopo una curva fin già dove scompariva in un’altra curva».

La curva, due curve, uguali e distinte, così come sono uguali e distinte le due parti del testo, la prima in divenire, con Il caposaldo statico e come bloccato nella morsa del gelo, la seconda, La sacca, presa in un divenire, in una dinamica che è pausa e allarme in perenne movimento, tra attacco (dei russi) e disperata difesa degli italiani.

MRS valuta la giornata lunga e le notti brevi, o viceversa, e comunque accetta il tempo come sereno alternarsi di giorni e notti nelle quali il presente occupa però la sua attenzione; egli non è un distratto qualunque, ha responsabilità ‒ anche la solitudine è per lui responsabilità.

Come Tucidide, poi, il Nostro appartiene alla schiera dei quei felici pochi, nella scrittura, che ci offrono pagine prive della pur minima inflessione retorica, pagine che tendono non a blandire il lettore, ma a dargli la verità, cioè quanto visto e vissuto, da lui e dai compagni d’avventura, nella neve o nel bosco d’autunno, le variazioni dell’animo e del bosco, insomma l’intero corso dell’anno nelle sua varianti stagionali. E Il tempo, un anno, due, etc. sembra non immobile ma dislocato nell’eternità, non fideistica. Di una fede mai dichiarata ma anche mai negata, bensì di un anno che si dilunga, si distende, con le sua variazioni, nell’eternità. Con l’avvertenza che se l’eternità è invariabile, nelle pagine di MRS essa ci si presenta multipla e ricca, attraente e vera.

Come quella di Tucidide, la narrazione di MRS è davvero la prima narrazione contemporanea che ci giunga dall’antichità, dall’età insomma, antica quanto la natura che ci circonda, dei primi uomini dei primi boschi e delle prime api, con tutto il corteo degli altri animali.

E Il Nostro è il perfetto contrario di Petrarca, che dice di assomigliare ad un pastore che per caso, vagando per il bosco, si sia avvicinato alle città spiandone poi le vie d’acceso, i bastioni, le porte, e poi, tornato in campagna, si chiede: «A che mi serve il solitario ingresso in questi luoghi, quale vantaggio mi deriva dai corsi d’acqua che ho costeggiato, quale le dalla foreste percorse in lungo e in largo e dai monti che ho scalato, se dovunque andrò il mio animo mi seguirà immutato, nei boschi e dappertutto rispetto a quello che era la città?».

Non sogni né digressioni oniriche nella prosa del narratore, bensì inviti a pensare, a riflettere su ciò che si fa o si farà, per tornare se possibile a casa, mentre la morte continua il suo implicabile lavoro, nelle due parti in contesa, che per la verità, nonostante le differenze, tra russi tedeschi e italiani, sono un tutto completo e compatto per il lavorio mortale della falce. Anche in questo senso gli eventuali sogni o pensieri ad alta voce non sono, come ne La Storia di Elsa Morante, frazioni di realtà che si perdono, ma messaggi significativi e visioni non alterate, perché radicate nella realtà. Se questo è vero si potrebbe definire realismo morale il procedimento narrativo di MRS.

MRS condivide con Petrarca – e il confronto o accostamento tra i due sembrerà ai lettoti inusuale se non inaccettabile ‒ l’amore per la natura, che in lui raggiunge un livello concreto non meno che elegiaco, perche l’incontro coi luoghi boschivi è reale ma anche poetico, e induce in Nostro a pagine commosse e commoventi.

Un esempio tra i tanti:

«I panzer tedeschi si fermano sulle prime isbe, noi andiamo alle ultime. Le isbe sono vuote e il villaggio è deserto. Le porte sono chiuse a chiave. Dobbiamo scardinarle per entrare. Il forno dell’isba come siamo dove siamo entrati è ancora caldo, ma non c’è nessuno. È un isba pulita e tiepida, davanti alle icone brilla ancora il lumino, e vi sono tende alle finestre e drappi e fotografie alle pareti» (p. 115). Ecco l’elegia realistica e concreta di MRS.

Per giunta, MRS non confonde l’alternarsi delle stagioni, la vita e gli obiettivi degli uomini e dei soldati, obiettivi temporali e morali. Il freddo e il gelo occupano però il primo posto; d’inverno tutto si fa più difficile, e il gelo, curvo o rettilineo che sia, non manca, invade la terra e i corpi dei soldati, fino alla stagione, lontanissima nel tempo, e vissuta da tanti come improbabile o addirittura impossibile, del disgelo, quando l’acqua e la terra riprendono vita. E l’autore ci fa sommessamente capire che solo nel dolore, cui si alternino momenti di gioia e di uscita verso la libertà, non rinchiusa in sé ma vivacizzata dagli amici, dai compagni di venture-sventura, è il senso vero della vita, che così diventa un bene inestimabile.

Un tempo che non gli fa orrore, anche se si vive, in guerra l’oggi vale per oggi e il domani idem, governati come dagli spari, buoni ed efficaci in qualunque momento, giorno o notte che sia: «Vi era un bel sole; tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio» (p. 48) e «I russi non vogliono lasciarci passare a guado il torrente, giorno e notte sparano, sparano, sparano, e io ho paura e se fossi con loro no […]. I miei compagni sono stanchi, ogni tanto un uomo del mio plotone se ne va in giro per il villaggio tra le slitte degli ungheresi. Questi sono i più passivi e i più neutri di tutti. Hanno le slitte stracariche di lardo, salumi, zucchero, tavolette di vitamine, ma niente armi né munizioni (p. 81).

Un bene scandito e perseguito da cose semplici, gesti o scelte, perché no?, alimentari, che segnalano, non l’euforia, ma la salute del corpo, come un baluardo periclitante e incapace di saldezza, tra paura e speranza, nel sopravvivere. Una sopravvivenza che rinsalda e rispetta la vita e la morte, quasi un congedo illimitato, eterno, nell’amicizia e nella fedeltà che lega per sempre i vivi e i morti.

Dunque, «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato e dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe»; due parti del corpo, la fisica e la metafisica, unite nella saldezza del resistere al dolore, con la speranza di una pausa, in arrivo dalla solidarietà dei compagni, in baita, adesso, e poi magari a casa, con l’autore che scriverà del Ritorno sul Don.

Per Rigoni e i suoi commilitoni valgono le parole di Goethe sull’uomo che «se pensa tendendo al giusto / è bello e grande in eterno» – non solo lui, ma tutto quello che fa, in guerra e in pace. Sicché il ritorno alla vita privata sarà, per Rigoni, non solo accompagnato dal ricordo di casa e del Don, ripetiamolo, ma dal fare quotidiano, che è l’amore per i propri cari, l’attività nell’orto e nel bosco, l’amore per la cucina e il vino, la caccia come conoscenza estrema e non omicida, la conoscenza di animali ed erbe, che tutti i lettori di Rigoni amano quasi come li ha amati lui.

Vivendo per così dire insieme a loro, coi suoi libri, che già solo per questo motivo raggiungono tirature forti e distese nel tempo, cioè durature – fino all’oggi e al domani – com’è facile prevedere.

I libri di MRS non sono affatto romanzi, come l’autore precisa al suo interlocutore Affinati, ma opere, lavori di un narratore, non però di un narratore orale, capace di variare all’infinito, davanti ai suoi uditori, le parole, il tono della voce dal patetico al retorico e così via.

MRS è invece un narratore che mette per iscritto, in forma piana, precisa e temporalmente ordinata le sue frasi, il cui legame con la realtà è netto e fortissimo, tanto da diventare stile, il suo inconfondibile stile che alla fine propone un lavoro in sé compiuto, discutibile ma anche indiscutibile, se mi si passa il gioco, per via della scrittura, che è, lo voglia o no l’autore, scrittura sacra, al modo, esagero, ma non troppo, del Vangelo, o in grado di competere con la precisione ‘didattica’ di un Tolstoj. Per giunta, MRS sembra orientato a dare, nei suoi testi, a dare notizie di prima mano, non avute da altri, con l’eccezione vistosa della Storia diTonle, che evidentemente è un incrocio di riflessioni proprie con notizie o racconti militari e “paesani”.

Un esempio, tra i tanti possibile: il nemico non è mai gratuitamente o totalmente malvagio, non oggetto di rivalsa o di rancore, come spiega il racconto La scure de Il ritorno sul Don. Il poeta della vita militare e boschiva, del vino, degli affetti e dei ricordi, non scade mai nella nostalgia (nel rimpianto sì, se si considera in primo luogo il pianto per i caduti, lasciati a dormire per sempre nel gelo dell’inverno e nell’insopportabile estate, troppo limpida e solare).

E nel poeta della vita morale che è Rigoni non esiste neanche la minima traccia di moralismo parenetico, evitato con cura come fa il suo probabile antesignano e maestro Tolstoj. Invece non mancano nelle pagine di MRS gli spunti di felicità, le occasioni di convivialità che, come in Gogol’, altra sua guida, nell’ironia e nell’autoironia, si vivono bene condividendo i cibi semplici come la polenta con tutti, in guerra e in pace.

A cose fatte, ne Il ritorno sul Don (vedi pp. 211-223) si vede dal finestrino del treno un mondo nuovo: «sterminate pianure, foreste sepolte nella neve, villaggi, voli di corvi, lepri, caprioli. E quando il treno si ferma per alcune ore, i viaggiatori si incamminano verso un altro villaggio, dove scoprono che c’è il mercato: «uova, galline, nastri, paste colorate, semi di girasole, sedie impagliate, utensili da tavola in legno […]. Barattammo due saponette e un pettine con quattro uova» (p. 283).

«Dopo lo scontro si Nikolajevka le cose cambiarono […]. Rimasti senza una cartuccia per la pesante, giù in paese, e accerchiati dai russi che si erano infilati tra noi e il grosso della colonna a sua volta insaccato, dissi ad Antonelli di smontare l’otturatore della Breda 37 e di disperderne i pezzi nella neve».

La disfatta sembra vicina, per gli italiani, e tuttavia un inaspettato incontro idillico li rincuora, i fortunati che ricevono in un’isba l’indicazione, il sergente per tutti: «Vai verso quella strada, cammina fino in fondo, e chiama Magda». Lei li accoglierà nel caldo della sua isba e offrirà cibo e anche vino per rifocillarsi, e mettere fine (o quasi) e saziarsi, per un po’.

La vecchia medica le piaghe ai piedi del sergente, offre pagnottine calde, a lui che sta con la schiena addosso alla stufa. «In più, in questo odore di cavoli, di rape bollite, di farina; in questo vapore umido e caldo, in questo quasi buio […] mi viene il pensiero di aspettare un’allodola e un cielo verde e rosa come si vede dalle montagne verso il mare quando finisce l’inverno» (pp. 217-219).

La mattina dopo, la donna dà da bere un infuso di erbe al Nostro, e gli infila nelle tasche del pastrano tre patate bollite, da sbocconcellare fuori, camminando. Un esempio, non l’unico, di come a lato della guerra sopravviva un po’ di umanità…

Ecco dunque, insisto, un piccolo evento festoso, un assaggio alimentare che segnala quanto i morsi della fame si facciano sentire, nel gelo dell’inverno, l’interminabile inverno russo in cui tutti rischiano di sprofondare, come già i soldati di Napoleone. E la fame, insieme con l’azione in guerra, tra attacchi e difesa, imboscate e tranelli, dentro e fuori dalla trincea, è il motore dell’intera vicenda, la più terra-terra, la più animale: e con la fame il bisogno e qualche volta la possibilità di sopravvivere.

La meraviglia, nel senso greco e poi latino della parola monstrum (appunto meraviglia) l’esempio sublime è, per i lettori, che il Sergente non è il protagonista, ma si colloca accanto ai superiori e agli inferiori della gerarchia militare, e chiedo scusa di quest’ultima espressione che a MRS forse non piacerebbe.

Tutti sono invece accomunati, nel riserbo e nel rispetto che comunque si dà ai superiori (tenente etc.) dall’essere nella stessa formazione, la compagnia del Vestone, e non direi dallo stesso destino, una scelta fatta dai politici dei paesi in guerra, ma dalla fratellanza e dai buoni sentimenti reciproci, una fratellanza che si allarga alle famiglie sentite come vicine e provvidenziali per via della posta militare, aerea per Tourn, perché la cartina delle sigarette gli permette di fumare meglio…

Dunque gli esempi non mancano:

«Adriano levò dallo zaino una scatola di marmellata e un pezzo di parmigiano di un paio di chili», che però risulta difficile da spezzare, da dividere tra tutti…

La bevanda è, in mancanza di vino, il caffè che, dopo tostato, quando l’acqua bolle viene rovesciato nella pentola, e bevuto a sorsi lenti, par farne durare più a lungo il caldo che trasmette alla bocca e poi al resto del corpo.

«Attraversai il paese passando accanto ai magazzini che stavano bruciando. Più tardi seppi che alpini passati di qui avevano trovato cioccolata, cognac, vino, formaggio e marmellata, e sparavano nelle botti, ancora, e a lungo, per poi mette in gavetta il liquido, cognac o vino che fosse».

«Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto… quando si tornava dalla vedetta si macinava la segala. La macina era fatta con due corti tronchi di rovere sovrapposti e dove questo combaciavano c’erano dei lunghi chiodi ribaditi. Si faceva colare grano da un foro che stava sopra nel centro e da un altro foro, in corrispondenza dei chiodi, usciva la farina. Alla sera, prima che uscissero le pattuglie, era pronta la polenta calda. Diavolo! Era polenta dura, alla bergamasca, e fumava su un tagliere vero fatto da Moreschi. Era senza dubbio migliore di quella che facevano nelle nostre case. Qualche volta veniva a mangiarla anche il tenente che era marchigiano. Diceva: ‒ Com’è buona questa polenta! – e ne mangiava due fette grosse come mattoni» (pp. 10-11).

Dunque le parole che ricorrono più sovente sono la polenta, nelle sue varianti nazionali, la casa, gli orti, e, quando se ne trova nelle botti, il vino. Ecco perché chi scrive ne propone in rassegna, in tutto il suo saggio, che ha l’unico (forse) torto di non essere un assaggio condiviso.

«Prima di una notte di luna piena, scavando i camminamenti negli orti delle case, che non c’erano più, uscivano fuori dalla terra e dalla neve patate e cavoli, carote e zucche. Qualche volta era roba buona e si faceva la minestra».

La vicenda della guerra non è priva di spunti di riposo e amicizia, sicché dopo tanto camminare nel fango o nella neve e sotto la pioggia:

«era proprio bello sedersi su una sedia per scrivere alla ragazza o radersi guardandoci nello specchio grande, o bere alla sera lo sciroppo delle ciliegie bollite nell’acqua di neve […]. Quello che bisognava economizzare era l’olio per i lumini. D’atra parte un po’ di luce ci voleva sempre nelle taneper in caso di un allarme, sebbene avessimo armi e munizioni sempre a portata di mano (p.12).

Ma ancora più bello, forse, è entrare in un bosco e percorrerlo tutto, all’ombra e alla luce filtrata dei faggi e del sorbo, e camminare, camminare, come un disincantato Pinocchio che in fondo odia le armi e mai si priva della propria bontà, divenuto ragazzo buono e astuto…

In Rigoni Stern però, è sempre all’erta, l’essenza del sottufficiale che – come nota con acutezza Eraldo Affinati, curatore del Meridiano che ne raccoglie le opere, i giorni e le opere, le parole e l’azione, anzi prima l’azione poi le parole ‒la responsabilità dei suoi uomini. Sicché ne valuta l’abilità e la capacità di resistere e contrattaccare, a partire dalle cose concrete, la capacità di installare e rafforzare la trincea come un baluardo, e dagli odori, l’odore di grasso che emana dal fucile mitragliatore arroventato, alle bombarde da preparare per il contrattacco.

Il Sergente insomma non è mai passivo, e il suo diario, il libro che ne propone le gesta, è un libro insieme personale e collettivo, privato e pubblico.

Se la vita civile è la vita del saggio, cioè la vita sociale, MRS ne rappresenta l’apice, come colui che dal privato, custodito nel profondo del cuore, escono gli spunti per il sociale, e in primo luogo per la scrittura. Di pochissimi scrittori si può dire che siano sociali, cioè scrivano non solo per se stessi o a se stessi, ma per gli amici, coi quali si instaura un vero scambio di dare e avere. Scambio che mi sembra sempre all’opera nella scrittura di MRS. Lo conferma l’invito (due paginette «Al lettore» nei Meridiani), dove si dice «per un po’ di compagnia vi lascio a queste letture»; un invito ai presenti e futuri lettori giovani: da qui, dal Sergente e più ancora dalla Storia di Tönle che inaugura il suo folto Meridiano curato da Erando Affinati, «sono andato avanti e indietro nel tempo della memoria come mi ispiravano le stagioni e i ricordi».

In questo senso trovano il giusto posto e la giusta collocazione i combattenti morti, dai quali viene, nel ricordo, una certezza: questa è la strada dell’Andenken, come per Hölderlin nel componimento che ha questo titolo, il rammemorare che dà forza. Dalla morte, dalla sua forza, viene la forza della vita, il bene più prezioso. E Rigoni scrive di entrambe, la vita e la morte, con la stessa intensità, quella che gli permetterà, in tempo di pace, di tornare al bosco, alla casa, alle case che costruirà lui stesso, dopo averle disegnate e progettate.

Il sergente dunque scrive, a proposito di queste case e delle future, che la casa è un luogo di forza; anche se malandata o diroccata, offre qualcosa:

«Una notte di luna sono uscito con Tourn, il piemontese, a cercare qualcosa tra le case più diroccate e nascoste. Siamo scesi in quei buchi che sono davanti ad ogni isba, dove i russi ripongono le provviste per l’inverno e la birra d’estate. In uno c’erano tre gatti che facevano all’amore e che seccati, balzarono fuori mandando scintille dagli occhi e facendoci prendere un gran spavento. Quella volta trovai una pentola di ciliegie secche e Tourn due sacchi di segale e due sedie, ed io in un altro buco, uno specchio grande e bello.

Volevamo portare quella roba nella nostra tana, ma c’era la luna e la vedetta russa che stava al di là del fiume non voleva che portassimo via la sua roba e ci sparò» (p. 5). Dunque: la roba, la vedetta, e soprattutto la casa e la tana, cioè la casa di chi è in guerra, alla quale vuol tornare come alla propria terra, con una casa più sicura.

La terra che custodisce i caduti è la stessa che propone la casa, la possibilità di vivere accettando, senza lacrime né disperazione, la successiva accoglienza nel suo seno dei mortali-immortali, in un pareggio sostanziale tra il tempo e l’eternità che ne è il prolungamento infinito.

I momenti di solitudine, che pure si presentano nella compagnia, il Vestone, non sono ritiro monastico in un barbaro isolamento, ma occasioni per preparare una solidarietà più vera, una charitas effettiva.

Quello di Rigoni e dei suoi soldati è non solo un cimento materiale, da svolgere armi in mano, né tantomeno un fuggire incontrollato, ma un cimento spirituale che ne mette a dura prova la forza fisica, per quanto tutti siano, fin dall’infanzia o quasi, capaci di affrontate il freddo e la neve, per via dei luoghi di montagna da cui provengono.

La violenza storica, storicamente esercitata e subìta in guerra, non si compone però né si capovolge in bontà naturale, anche perché in Rigoni, l’approdo ad una religione che se non quella che lega uomini tra di loro, amici o nemici, che non pronunciano il nome di Dio invano.

Anche i russi, visti all’opera mentre per esempio si infiltrano tra le colonne dei profughi nella Prussia orientale, sono capaci di crudeltà, e dunque la guerra arriva al parossismo «a causa di imbecilli che, con il pretesto di una logica vendicativa, perpetuano il terrore di generazione in generazione attraverso la storia» 2.

La posizione di Rigoni è però diversa, non così netta e assiomatica, se è vero che in guerra nascono anche amicizie, non solo coi propri commilitoni, ma anche col “nemico”. Il tema è estremamente delicato, e allora è meglio lasciare la parola al nostro autore, che nella prima pagina del Il ritorno sul Don scrive:

«Ogni anno, quando cadeva la prima neve e dalla finestra che guarda gli orti vedevo tetti e montagne imbiancarsi, mi prendeva una malinconia che stringeva il cuore e mi isolava da tutto il resto. […]. E mi capitava pure di scrivere di compagni che non erano tornati […]. Alla madre che ne aspetta il ritorno non viene meno la speranza […] Ma io sapevo, e sapevo cose che non si possono dire alle madri. Così, ogni volta che nevicava era come morire un poco. Ma passavano anche gli inverni, e a primavera quando tornano le allodole, il cuore si liberava dalla stretta come il prato dalla neve»3.

Se la solitudine dei mistici, imbevuta di luce soprannaturale, a stento vince l’orrore della dissociazione, la forza negativa della mente secum discordans, la mente, di Rigoni e degli amanti attivi della natura e degli animali nel bosco e fuori da esso, non è mai solitaria e tanto meno vuota, e scarsamente mistica in senso religioso-estatico.

L’idillio, se si può usare questo nome, in Rigoni non è mai estetico o estatico, anche se ha un suo spazio delimitato da «un abete, un faggio, un pino / tra l’erba verde ’l bel monte vicino», alla maniera (azzardo!) del Petrarca dell’opera latina Vita solitaria. Si offre bensì quando c’è cibo, come detto, o vino, e un momento di riposo, dopo tante sparatorie e i pattugliamenti notturni.

Un esempio, molti esempi della vita attiva degli animali saranno esibiti in opere successive come Il bosco degli urogalli e Arboreto salvatico, mentre qui, nel Sergente, sembrano predominare i gatti:

«Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non più oche, cani, galline,vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi, scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi!».

Ed ecco di nuovo, per il Natale, la polenta:

«Tourn e io si voleva sempre stacciare la farina e, chissà dove e come, un giorno Tourn riuscì a trovare uno staccio. Ma quello che restava nello staccio, tra crusca e grano spezzato, era più delle metà e allora si decise a maggioranza di non stacciarla più. La polenta era dura e buona». (p. 16)


NOTE

1 Tutte le citazioni da Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve e Ritorno sul Don, Einaudi, Torino 1990), p. 22.

2 Guy Sajer, Il soldato dimenticato, Enroclub, Milano 1987, p. 64.

3 Mario Rigoni Stern, op. cit., pp. 279-280.

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