SUL TAMBURO n.25: Renzo Paris, “Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone”

renzo-paris-il-fenicottero-vita-segreta-di-ignazio-siloneRenzo Paris, Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone, Roma, Elliott, 2014

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di Giuseppe Panella

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Consacrato ormai dalla pubblicazione dei due Meridiani intitolati a suo nome, ancora ristampato in edizioni tascabili a larga diffusione, Silone è un autore abbastanza letto (considerati i bassissimi standard italiani) soprattutto su base scolastica ma ormai poco frequentato dalla critica letteraria militante e anche da quella accademica. In realtà, la sua parabola esistenziale è stata maggiormente oggetto di ricerca da parte di storici contemporanei come Dario Biocca e Mauro Canali1 le cui affermazioni circa l’attività da doppiogiochista e informatore dell’OVRA di Silone hanno suscitato ampie polemiche e dure prese di posizione. Certo fin dall’uscita del suo testo autobiografico contenuto in Il Dio che è fallito (poi confluito in Uscita di sicurezza2), la sua figura di transfuga dal Partito Comunista ai tempi delle purghe staliniane e della lotta antifascista aveva gettato su di lui la lunga ombra del tradimento. Ma il libro di Renzo Paris che prende spunto dal termine usato dai comunisti in clandestinità per definire se stessi va al di là anche delle pur importanti ricerche archivistiche di Canali e di Biocca e tenta un affondo nella complessa e spesso contorta personalità di Silone con l’aiuto della psicologia del profondo e di Carl Gustav Jung (come pure dello stretto collaboratore di quest’ultimo di cui lo scrittore pescinese fu probabilmente un paziente, sia pure per un breve periodo). Ma l’importanza di questo romanzo-saggio di Paris non è costituito dalla sua ricostruzione minuziosa e perspicua dei primi trenta anni di vita di Ignazio Silone.

Il romanzo è, in realtà, il racconto della vita di Silone e, contemporaneamente, quello del modo tenuto da Paris per scriverlo, pensarlo, riviverlo nel sogno e giungere a conclusioni in certa misura sconvolgenti. La vita di Silone viene registrata quasi in diretta, come in un film-verità, mentre lo scrittore mette sulla carta la sua vita vissuta nei giorni in cui ha scritto il suo libro e ha svolto le sue diligenti verifiche storico-critiche. Paris descrive il suo rapporto di odio-amore con lo scrittore di Pescina dei Marsi, i suoi viaggi di ritorno nei luoghi in cui quest’ultimo ha trascorso i primi anni di vita e si è formato come adolescente difficile alla ricerca di una figura paterna che sostituisse quella del genitore morto troppo presto, la sua visita all’addormentato Centro Studi Siloniani (dove i libri di Biocca e Canali non ci sono!), la sua rivisitazione della figura umbratile e un po’ proterva dello scrittore diventato ormai maturo.

Paris sembra sovrapporsi a Silone, coincidere con lui ma poi l’accostamento cessa e i due si presentano diversi, così come sono. Resta il fatto che lo scrittore di Celano potrà diventare un personaggio del suo stesso romanzo e come Gide in Paludes potrà rispondere a chi gli chiedesse che cosa sta facendo: “Scrivo Il Fenicottero”.

L’importanza di questo romanzo-saggio-confessione-memoria è tutta qui: manca in gran parte il distacco storicistico dall’oggetto trattato e decantato (il che di solito viene considerato necessario per ottenere la sua visione dalla “giusta distanza”) non viene mai considerato indispensabile per la produzione dell’opera che vive, invece, proprio del coinvolgimento del suo autore nella sua realizzazione e del carattere di giudizio critico che essa viene ad assumere.

Paris, dunque, come personaggio del suo romanzo, come scrittore-in-atto che si lascia coinvolgere dalla materia del suo scrivere ed evoca (alla lettera) la figura di Silone.

Lo scrittore marsicano ne esce dimidiato e piagato come fu in realtà: ragazzo discolo e dotato di una viva intelligenza, orfano precoce sbattuto tra luoghi di accoglienza che si rivelano in realtà istituti di pena e di detenzione, vagabondo in luoghi di meretricio maschile dove un ragazzino non avrebbe mai dovuto mettere piede, informatore della polizia e poi fonte sicura per il commissario Giulio Bellone di cui è una sorte di amante clandestino mai compiutamente rivelato neppure a se stesso.

La possibile omosessualità dello scrittore marsicano e la sua riluttante sessualità virile sono oggetto di illazioni abbastanza esplicite senza essere scandalistiche o gratuite ma è soprattutto il suo rapporto di lunga durata con il regio commissario Bellone ad essere scandagliato nel profondo di un’anima desiderosa di guida paterna e di affetto materno, entrambi venuti a mancare per colpa del disastroso terremoto del 1915 che distrusse completamente Pescina e i paesi circostanti e uccise i suoi genitori naturali. Autodidatta sia come studente liceale che come militante socialista, formatosi sui testi della tradizione marxista ma con ancora in sé un forte residuo di cultura cattolica tradizionale, funzionario di alto livello nel Partito Socialista (Federazione Giovanile) e poi del Partito Comunista d’Italia, Silone rimase sempre un “cafone” marsicano nell’animo (un abruzzese “forte e gentile” – come dice il noto adagio) e al suo popolo di nascita rivolse i propri sentimenti d’elezione. La stesura travagliata di un testo come Fontamara, divenuto un classico del neorealismo imperante quando, invece, si trattava dell’evoluzione “surrealista” del ricordo di una stagione perduta è il culmine del processo di liberazione dell’uomo dalle sue contraddizioni più forti (anche se non tutte se è vero che il suo matrimonio con Darina Laracy non fu mai consumato – come emerge da testimonianze dirette della stessa interessata).

Silone resta, tuttavia, pur con tutte le sue profonde contraddizioni, uno scrittore di straordinaria potenza e dalla lucida capacità espressiva, il capofila di quella corrente abruzzese e molisana della letteratura italiana contemporanea che ha contato tra le sue fila anche la lungimirante e straziata tristezza di autori come Mario Pomilio.

Paris, invece, non è Silone nonostante la forte tentazione di identificarvisi. Alla fine del suo lungo libro, ammetterà con un sospiro di sollievo, dopo aver individuato i molti elementi che lo collegano spiritualmente ed esistenzialmente all’autore di Vino e pane:

«Posso forse dire per questo: “Ignazio Silone c’est moi?”. Nonostante la mia misantropia, non posso dirlo. Vedo la sua ombra, di quando era vecchio e muto, con i baffetti e la pappagorgia, seduto sulla poltrona del mio salotto. E’ ancora in pena per quella vita vagabonda che aveva vissuto, per quella isteria schizofrenica che non lo faceva più dormire. Ha gli occhi bassi, poi li alza e guarda verso la finestra il volo di un gabbiano, tossicchiando, di tanto in tanto»3.


NOTE

1 Sulla ricerca storiografica in corso negli scantinati dell’Archivio di Stato e i suoi risultati più significativi, cfr. D. BIOCCA, Ignazio Silone. La doppia vita di un italiano, Milano, Rizzoli, 2005 e precedentemente il più contestato D. BIOCCA – M. CANALI, L’informatore. Silone, i comunisti e la polizia, Milano, Luni, 2000 la cui pubblicazione suscitò una vera e propria alzata di scudi.

2 The God that Failed. Six Studies in Communism è una raccolta di saggi del 1949 a cura di Richard Crossmann e composta da scritti di intellettuali europei e americani una volta attivi nel movimento comunista internazionale e poi staccatosi da esso in seguito a circostanze molto diverse ma tutte legata alla critica del socialismo dell’URSS e il culto staliniano. Tra di essi spiccano i nomi di André Gide, Richard Wright, Stephen Spender, Louis Fischer, Arthur Koestler e Ignazio Silone (Cfr. Aa. Vv. Il Dio che è fallito. Sei testimonianze sul comunismo, trad. it. di G. Fei, A. Rho, C. Gorlier e M. V. Malvano, prefazione di F. Ciafaloni, Milano, Bompiani, 1980). Uscita di sicurezza sarà pubblicato poi in prima edizione a Firenze da Vallecchi nel 1965.

3 R. PARIS, Il Fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone, Roma, Elliott, 2014, p. 332.

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