Sulla giustificazione (rechtfertigung)

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di Domenico Carosso

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1.

Intanto, ecco quel che scrive Wlodek Goldkorn ne Il bambino nella neve :

«Noi, i viventi, dobbiamo essere giudicati per le nostre azioni, non per il passato dei nostri genitori, o per il modo in cui morirono i nostri nonni, le nostre zie, i nostri cugini. Nella capacità di rivolta e nel discernimento sta l’essenza del nostro essere nel mondo».

W. Glodkorn riprende la parola ebraica “Tikkun”, che significa riparazione, per lui il mondo è e rimarrà senza riparazione, per la Arendt e per M. Walser le cose si pongono diversamente, nonostante che per entrambi il male trionfi, nell’epoca passata, presente e futura, come banalità del male.

La giustificazione è però, per essere corretti e precisi, quella che nel mondo tedesco segnò la separazione dalla chiesa cattolica dei cristiani protestanti, che “protestarono”, tra l’altro, per la vendita delle indulgenze. I protestanti lavorarono da allora in poi, a cogliere da san Paolo, dalla sua lettera ai Romani, il problema della giustificazione non a partire dalle opere, ma per la bontà e bellezza del sacrificio di Cristo. Per loro siamo giustificati per il sangue e il nome di Cristo…

Partiamo ora dal discernimento, un atteggiamento mentale e sentimentale che segnala la capacità di scegliere, alla luce della ragione e del sentimento profondo del cuore, non solo con chi stare, per chi parteggiare, e propone invece, con Hölderlin, l’unità l’unitezza con tutto ciò che vive, o con chi è Uno per la vita.

A tutto ciò san Paolo offre la risposta migliore, e dopo di lui Maestro Eckhart: essere non solo uniti a Dio, ma Uno con Lui.

A proposito di tutto ciò, La giustificazione. Una tentazione è un libro piccolo ma assai denso di Martin Walser, pubblicato dalle edizioni Ariele, curato dal traduttore ufficiale in Italia dell’autore tedesco, che risponde al nome di Francesco Coppellotti.

Come è scritto in Rm 5, 1-11, cioè nella lettera di san Paolo ai Romani, al luogo appena citato, credette Abramo in Dio e ciò gli fu computato a giustificazione, la quale dunque non è computata a titolo di favore, bensì a titolo di cosa dovuta, mentre in chi giustifica l’empio, il suo credere viene computato a giustificazione che non prescinde dalle opere che il malvagio compì.. Quanto alla legge, e alle regole indiscusse e forse indiscutibili di essa, può provocare l’ira, ma dove non c’è legge ( es. nel cuore dell’uomo, per il quale la legge è Dio stesso e non altro, anche se colui fa finta di niente) neppure c’è trasgressione.

Nella storia divina e umana Adamo è fondatore della infedeltà, della disubbidienza alla parola di Dio, e Dio creatore del bene e della libertà per l’uomo di fare il bene e anche il male, di cui l’uomo sarà sempre preda se non obbedisce e fa di testa sua, deviando dalla parola di Dio. Anche per costui vale la parola di Dio, una parola che però il malvagio occulta o dimentica, pagandone poi un prezzo assai caro, in fin dei conti.

Nell’argomentazione di Martin Walser, autore del libro sopra citato, che è anch’esso frutto di una tentazione, la tentazione di giustificare o giustificarsi nel senso più lato e anche più stretto del termine, cioè di dare o darsi ragione, lo scoglio in cui tutti ci incagliamo è evitato perché davanti al Crocefisso Nietzsche evita di darsi ragione, e Walser commenta: «Provo un’istintiva gratitudine davanti a questo Nietzsche estremamente sensibile. In quel XIX secolo avido di prove, di cose da fare, non ha narcotizzato la mancanza , il “Dio è morto”, l’ha invece considerato come crocifisso. Possiamo stupirci che in lui la giustificazione sia rimasta un bisogno quando si constata che tutto ciò che altrove ha considerato è stato oggetto del suo lucido sarcasmo».

2.

In Kafka, le cui pagine, dal Processo al Castello, costituiscono la parodia dei rapporti di potere, che si esprime attraverso un’invalicabile burocrazia, che lo scrittore spiega con inimitabile ironia, non c’è spazio per la giustificazione del singolo, l’autorità e capacità dell’amore piegato e sconvolto, anzi eliminato dalla nebbia di un comando silenzioso, dal gelo della vita che non dà tregua.

La burocrazia che amministra la giustizia dal Castello è tutto meno che giusta, qualunque significato possa avere questa parola: è onnipotente, onnisciente, ma funziona in virtù di una logica paradossale.

K. è convocato come agrimensore eppure non lo è, o sembra non esserlo, e la sua convocazione non è neanche tale, non c’è scampo per lui. Che si tratti di un dio negativo, onnisciente ma impenetrabile, infinito ma irraggiungibile, lontano e vicino, assillante e insensato, privo di scopo e di amore, è l’ipotesi che qui avanzo.

In ambito cattolico ma anche protestante vale la frase che chiude il primo volume dell’Iperione di Hölderlin: la conciliazione è nel cuore del dissidio e della lotta, e tutto ciò che è diviso o separato si ritroverà, mediante – dice Paolo in 1 Co 6-11 – la purificazione e la santificazione di Dio mediante l’uomo, e viceversa. L’uomo è così Tempio dello spirito santo, e lo illustra assai bene nei suoi racconti Flannery O’Connor…

3.

Definire Il Castello un libro umoristico non significa negarne – per riprendere il filo del nostro discorso – il livello di vertiginosa opera metafisica, anzi teologica, tanto che i due aspetti (teologico appunto e umoristico), rinviano al fatto che l’Assoluto si presenta non come simbolo pauroso o terribile, bensì, se mi si passa il termine, sotto sembianze comiche. Chi nega l’Assoluto o lo respinge con ridicole affermazioni, o meglio negazioni, lo considera pur sembra come tale, e in un certo senso ne coglie Il livello d’amore, un darsi a noi di Dio con favore e, se posso dirlo, in modo attraentemente ilare e gioioso. In questo modo, l’Assoluto, almeno per Kafka, ma spero per molti altri, si dà in sembianze favorevoli, non più enigmaticamente come agitatore e proprietario di un castello fosco e irraggiungibile.

Se tra me e te, tra l’io e l’altro non c’è differenza, secondo una certa psicoanalisi, tanto meno ce n’è tra villaggio e castello, tra servi e padroni, i primi indaffarati a far niente, gli altri presi, come Klamm, da un sonno continuo, che è probabilmente il loro unico, paradossale segno di vitalità. Sicché l’infrazione della Legge, peraltro irraggiungibile dall’uomo e forse inesistente, vana dopo tanto cercare, avviene sempre, è eterna ma inutile, come la sua conseguenza, la cacciata da un paradiso che è in atto da sempre, eterna, ovunque si compia. La cacciata dal paradiso è sì definitiva – così un aforisma di Kafka – la vita nel mondo inevitabile, «però l’eternità del processo rende nondimeno possibile che noi si possa eternamente rimanere in paradiso, ma che davvero si sia eternamente in paradiso, non ha importanza che noi, qui, lo si sappia o no».

Per questo ci tocca di credere nell’indistruttibile in sé e non aspirare ad esso, credere o meglio essere in vita e non esserlo, dove credere vita ed essere sono sinonimi assolutamente intercambiabili.

4.

Il suono della campana che fa per un attimo tremare il cuore viene dal Castello, è giocondo e doloroso insieme, come l’incerto desiderio di K., un desiderio che oscilla tra la speranza di raggiungere il Castello, la paura di non farcela e anche il timore di pervenire alla meta, come se sentisse l’esaudimento del suo desiderio come una minaccia. Questo vale per l’AT, mentre l’accettazione dell’uomo com’è, pregi e difetti compresi, comporta il nostro essere giustificati per mezzo del Sangue di Gesù Cristo, la cui figura, nel NT, non è ambigua, ma sincera e aperta, tagliente per scribi e farisei, umana e divina per chi a Lui si affida, cioè in ha fiducia= fede.

Il suono della campana tace subito per dare luogo al suono fioco e smorto di una campanella che non si sa più se appartiene al Castello o soltanto al villaggio, e che è molto più simile al monotono andare nel nostro quotidiano cammino.

Che fare dunque, scegliere il Dio antico o il Gesù nuovo, rinnovato, del Vangelo? Alla domanda si può rispondere dicendo che i due sono uno, e che Gesù comprende nelle sue parole, molte se non tutte le parole dei profeti, ed è profeta Lui stesso.

La campana dunque e in ogni caso risveglia i desideri più grandi dell’uomo, perché il sentimento della propria miseria, come la vista della miseria e della sofferenza altrui, risveglia la pietà.

Un altro elemento, ben collegato a quanto fin qui detto è poi dato dalla speranza che non delude perché «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono» (Rm 5, 5).

5.

Per Hegel la giustificazione può dirsi in due modi: intanto è la necessità di mostrare all’opera il concetto, e dunque può darsi solo nella filosofia, che tuttavia è il reale, anzi l’effettivo (das Wirklische) all’opera…

Ancora sull’argomento si può dire che giustificazione e speranza sono, se non identici, sinonimi, se mi si passa la licenza, e non soltanto perche di essere si parla per esteso nella lettera paolina forse più densa di tutte, ai Romani, il Römerbrief studiato a fondo da Karl Barth, e per i cattolici da Pietro Rossano.

Anche Ernst Bloch, in un contesto filosofico non lontano da Marx ed Hegel, studia, da parte sua, il principio speranza, la capacità o meglio la possibilità dell’uomo di tendere alla pienezza della fede, al punto che nelle lettere di san Paolo fede e speranza si uniscono, si confondono, si co-fondano. Il cristianesimo così non è soltanto una buona notizia, una comunicazione di concetti fino ad allora ignoti: il messaggio cristiano è non solo informativo, ma performativo, cioè propone fatti ed azioni e cambia la vita.

La giustificazione e la speranza si attivano insieme perché provengono dal sangue di Cristo (Rm, 5,9) ai noi offerto per la redenzione dai peccati, e dal primo in modo particolare il peccato originale.

Se nella fede (Ef 2, 4-10) siamo redenti, cioè giustificati, abbiamo anche a disposizione l’accettabile speranza, di fatto e non solo di diritto, che tutto quel che facciamo in nome di Dio sia da Lui accettato, se in lui crediamo, se a Lui ci affidiamo.

Anche quando la Prima lettera di Pietro esorta cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos, il verbo, il senso e la ragione della loro speranza, speranza è l’equivalente di fede.

Scrive il papa Benedetto XVI nella sua lettera enciclica dal titolo Spe salvi:

«La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente. Il presente, anche un presente duro e faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta, e se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora si impone immediatamente la domanda: Ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perchè essa c’è, noi siamo redenti? Di quale tipo di certezza si tratta?».

Se in forza delle opere della legge nessun uomo verrà giustificato davanti a Dio (Rm 3, 20.28), Dio ci giustificherà qui e ora, ma per l’eternità, anche secondo la sua misericordia.

6.

Il giudizio di Dio è la fine della storia, o meglio il fine escatologico di esso, quando saremo giustificati non per le opere, ma alla luce della fede creduta e praticata da noi tutti. D’altra parte la giustizia di Dio è attestata dai profeti, ed è realizzata per mezzo della fedeltà in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Ed egli parla, anche dove c’è la legge, non perché c’è la legge, ma perché vuole parlare. Egli è libero. E la fede in Lui è inizio e fine, creazione continua e duratura, anzi eterna. E tale è la giustificazione, che ci rende eternamente liberi, se accettata e praticata dall’uomo giusto, sulla va della giustizia e del diritto dell’uomo libero come libero è Dio.

In altri termini, le opere non sono la causa, ma il risultato, il frutto della giustificazione.

La giustificazione riguarda anche i tedeschi o quella parte di loro, non tutti, una parte che fu o si dichiarò nazista? Se la risposta è sì, c’è da dire che RW li condanna, i nazisti, e fin qui bene, ma difende le scelte sue e di altri che come Ernst Jünger, o mio zio Hans, si arruolarono nella Wehrmacht, la forza di difesa, insomma l’esercito tedesco. Anche per aiutare gli ebrei, come fece EJ a Parigi, invitandoli a fuggire prima dell’arresto, tutti quelli che poté in segreto raggiungere, o mio zio, che portò in salvo l’amica ungherese poi vissuta a Milano, la moglie di Bosetti.

L’infamia nazista non appartiene alla stirpe, bensì alle singole persone, per quanto organizzate nel partito nazionalsocialista, diceva la Arendt, perché, in molti casi, avviene per mezzo di un tedesco, come il cognato di mia nonna, il signor Kiss, in Ungheria, che se ne salvino tanti. Kiss però perdette poi la vita, di sua mano, dopo una razzia nel suo negozio di soldati tedeschi come lui, ma con lui non benevoli.

Vale infine la riflessione di Agostino, che scrive: «Se ci accorgiamo che le nostre preghiere diventano fiacche, non rinunciamo a pregare», perché da se stesse si rafforzano e ci rafforzano. Il dolore per il male compiuto o ricevuto rimane, non può essere cancellato né attenuato. Non solo chi fa il bene, anche chi fa il contrario, anche il criminale teme di essere riconosciuto, ché entrambi, sia pure in modo diametralmente opposto, hanno una loro autocoscienza, e sono obliquamente in cerca, specie il malvagio, di una Erinnerung,( = ricordo) o di una Anerkennung (= riconoscimento). Ed entrambi invocano e pronunciano le parole di Dioniso e Cristo, in Hölderlin e poi in Nietzsche.

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