Firenze in “prosa d’arte”. Francesco Gurrieri, “Altri frammenti narrativi”

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di Stefano Lanuzza

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Sono elzeviri, brevi racconti e fulminanti saggi coniati in preziosa “prosa d’arte” d’ascendenza leopardiana e rondista i nuovi scritti che Francesco Gurrieri, architetto di fama e letterato, raduna nel libro Altri frammenti narrativi (Firenze, Edizioni Clichy-Leonardo, 2016, pp. 124, € 10,00), dove l’incipit dedicatorio marca nella figura anaforica di struggenti «Vorrei» nostalgie che il tempo ha trasformato nel sogno di un cielo d’Islanda solcato dal volo arcano di chimerici uccelli «che non sono corvi né gabbiani».

Senonché accade che ogni tono idilliaco debba presto cedere il posto al pamphlet sciolto nell’accorata critica delle comunicazioni di massa che molto spesso, sempre più impudenti, altro non sanno trasmettere se non la peculiare, ipertrofica ignoranza di taluni carneadi o tenutari che le gestiscono. Così, a proposito dei conflitti che aduggiano l’umana convivenza, può capitarti di dover sentire, durante una trasmissione radiofonica, la voce d’un ignorantone in carriera (se «per ignoranza intendiamo» vorrebbe sdrammatizzare Gurrieri «la “condizione culturale di chi, semplicemente, ignora”») strologare sulla rivalità fra Coppi e tal “Bartàli”… Ma come, alla radio hanno detto Bartàli, hanno detto?! Un calpestio di ciabatte rintrona nelle orecchie, un velo nero cala davanti agli occhi; ed è un senso di vuoto, autentico horror vacui, sconfortata cenofobia quanto coglie il malcapitato ascoltatore lasciandolo basito… Ennò, Bartàli non si può sentire, non si può sopportare: «“Bartàli” non lo dovevano dire» s’inquieta l’autore.

Ma ora, a esorcizzare tanta indignazione, magari ci vorrebbe un sigaro dall’ipnotico aroma che ti rilassa meglio di qualsivoglia calmante, quel Toscanello (d’obbligo, qui, la metafisica e nobilitante iniziale) prodotto “per sbaglio” agli inizi dell’Ottocento quando un acquazzone abbattutosi su Firenze infradicia le balle con le foglie di tabacco portate dalla Val di Chiana e giacenti a fermentare nella manifattura di Sant’Orsola. Buttarle via? Non sia mai: l’augusto committente, «lo sparagnino granduca Ferdinando», se ne adonterebbe “miha poho”. Così viene deciso di utilizzare quelle foglie fattesi puzzolenti per trasformarle in sigari da smerciare a poco prezzo nei quartieri proletari, segnatamente nell’Oltrarno. Epperò, meraviglia, accade «che, contro ogni previsione, […] al popolino quei sigari piacquero moltissimo [e] la Manifattura granducale li mise regolarmente in commercio» riscuotendo incondizionato apprezzamento presso ogni ceto sociale, soprattutto, più tardi, da parte di artisti e intellettuali: tra cui Puccini, Mascagni, Montale, Ungaretti, Mario Soldati, Gianni Brera, Carlo Bo… Così, oggi, lo “stortignaccolo” Toscanello a lunga fermentazione e stagionatura, che niente ha da invidiare ai badiali sigari cubani, conferma il suo successo malgrado gli aforismi terroristici che ne bollano le confezioni (“Il fumo uccide”, “Il fumo aumenta il rischio di cecità”…, eccetera ecceteronne).

Dalla manifattura di Sant’Orsola, l’autore, sottilmente affabulando, introduce nel gran Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio che mette insieme una congerie di relatori-testimoni alternantisi in una passerella un po’ incongrua, o proprio imbarazzante, per celebrare tre poeti dell’ermetismo fiorentino (Bigongiari Luzi Parronchi) nella maniera spettacolaristica del genere “poesia in piazza”.

Dopo ciò – scrive Gurrieri – «resto convinto che non ci si possa nutrire della poesia se non in numeri assai ristretti, in ambienti raccolti, in circostanze particolari». Con un po’ di malinconia ripensa agli amici poeti e scribi, e li nomina con trepida discrezione: Parronchi, Luti, Ramat, Givone, Sandro Veronesi, Renzo Gherardini, gli storici dell’arte Roberto Salvini e Alberto Busignani, lo scultore Onofrio Pepe, il critico d’arte Marco Fagioli e, fra gli altri, Enzo Siciliano che lo stesso Gurrieri propone nel 1995 per la direzione del Gabinetto Vieusseux, detenuta dallo scrittore romano fino al 2000… Colpisce di Gurrieri un franco e raro culto dell’amicizia, «l’armonica amicizia» memorante quasi mai riscontrata negli italici ambienti culturali, fiorentini in particolare: si pensi al suo sapienziale libro di versi Asimmetrie (Firenze, Florence Art Edizioni, 2015, pp.110, € 12,00), che aduna in un sobrio coenaculum anche le figure, ormai ombre, di Ferruccio (Masini), grande germanista e vero poeta «con amor di pittura»; Alessandro (Bonsanti), «che tanto tenne alta / la cultura / e fu sindaco / di questa [fiorentina] non facile gente»; Nanni (Permoli), storico, giornalista e appassionato critico cinematografico; Pampaloni (Geno, che «aveva la lucidità / di collocare / l’uomo e l’evento / nella storia delle lettere») o Luti (Giorgio: «inquadrava l’attualità / nel suggestivo suo / castello, costruito / sulla critica e / sulla storia»). Prerogativa di questa raccolta dalle sorprendenti onomaturgie sperimentali è poi la straordinaria invenzione di lemmi non ragguagliati dagli usuali glossari: “antevedere, trasmoda, dismala, altramente, infermata, acconcìmi [accomodature], pallidendo, màstaba [tromba monumentale della prima civiltà egizia]” e così via, fino all’autobiografico «Io, senza luogo / se non il cielo», abbracciato da «un arcobaleno, grande, / fra Cirene e Katà-Aitnè (Catania)». Dato che – notizia posta in nota – «l’Autore è nato su un SM79, sui cieli del Mediterraneo»… E ora, a chi gli chiede perché un tecnico, dedicato alla salvaguardia del patrimonio artistico e dei monumenti, scriva dei versi, Gurrieri così ribatte: «Potrei rispondere che il mio è uno dei mestieri più belli del mondo e che il dialogo, ideale ma anche tattile, con le opere d’arte, affina lo spirito e spinge alla poesia». È poesia la pietra di Alberese scelta da Federico II di Svevia per i suoi castelli e sono poesia la pietra serena utilizzata da Brunelleschi, i marmi di Michelangelo, la «bionda pietra-forte del Ponte Santa Trinita». Come altrettanta poesia esprimono i mattoni che in Senegal vengono fatti a mano ed essiccati al sole, il vento che soffia sulla Muraglia Cinese, lo scroscio della Cascate dell’Iguazù. Poesia è perfino, perché no, la voce delle foglie che si staccano dall’albero cadendo a terra e che per una volta Francesco Gurrieri registra en poète. Poi, col passo svagato del flâneur, se ne va per ininterrotti tragitti nella sua Firenze dell’anima percorrendo ora Costa San Giorgio e ora via Maggio, via Panicale («un mondo a sé», multietnico, «nel cuore del centro storico, con quella ferita urbana mai rimarginata di Sant’Orsola»), via dei Coverelli, Piazza San Marco, via Micheli, Piazza Leopoldo, via Montelatici, via Vittorio Emanuele o via Cavour uscendo dalla libreria Alfani posta, appunto, in via degli Alfani. Rivanga il tempo in cui «si faceva “salotto”», in compagnia, sul marciapiede davanti alla Biblioteca Marucelliana; mentre adesso si ritrova solo in una città formicolante di turisti senza nome. Non ci sono più la Libreria Editrice Fiorentina, la cartoleria Leoncini frequentata dagli studenti di Architettura e dell’Accademia di Belle arti, la bancarella di libri usati posta fra Piazza San Marco, stazione di posta e transito di troppi autobus, e via Ricasoli, corridoio per turbe turistiche in attesa di vedere il David.

E in via Pisana? C’è un vigile urbano, zelante anzichenò, che metro in mano va a misurare l’ombra («Ho da misurar l’ombra!» annuncia lapidario) proiettata dalla tenda d’una bottega d’ortolano. Ah, guarda guarda: superando l’ombra di dodici centimetri (!) il consentito, l’ortolano risulta passibile di multa. Perché? Perché secondo un regolamento comunale, si paga un canone «per le occupazioni permanenti o temporanee realizzate su strade, piazze ed aree appartenenti a demanio o al patrimonio indisponibile del Comune”… Risibile, siffatta piccineria comunale, in confronto alla drammatica reminiscenza del bambino Francesco dei giorni «fra il 4 e l’11 agosto del ‘44» nella Firenze ciurmata dai nazisti e, per ordine del colonnello Fuchs, colpita nel «suo cuore urbano, polverizzando tutti i suoi ponti ad eccezione del Ponte Vecchio: eccezione questa che ebbe la triste e criminale contropartita della distruzione del suo intorno, da via Guicciardini a Borgo San Jacopo, da via dei Bardi a Porta Rossa, al Lungarno Acciaioli».

«Il più fiorentino dei pratesi, il più pratese dei fiorentini» è detto Gurrieri da chi ne conosce l’opera, dalla tesi di laurea L’università tessile a Prato al suo progetto della stessa università, all’impegno per la conservazione del patrimonio artistico e monumentale, oltre che di vari siti dell’Italia e del mondo, anche del comprensorio pratese. Umbratile interprete della “pratesità” è per l’autore il Curzio Malaparte di Kaput (1944), La pelle (1949) o del proverbiale Maledetti toscani (1956). E «proprio a Prato» Malaparte «riconduce la decostruzione della superbia e il trionfo dell’umiltà che fa più eguali: “Tutto a Prato finisce: bandiere d’ogni nazione, uniformi di generali e di soldati d’ogni esercito, e sottane da preti, calze da monsignore, porpore di cardinali, toghe di magistrati, giubbe di carabinieri, di sbirri, di carcerieri, veli da sposa, trine ingiallite, fasce di neonati. Anche il vestito da borghese che il re Umberto portava a Monza quando Gaetano Bresci, ch’era di Prato, lo ammazzò a pistolettate, è finito a Prato, in una balla di cenci… […]. A Prato, in mucchi di cenci polverosi. A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo”»… Quasi una dichiarazione di esistenzialismo da parte di quel Céline italiano che è Malaparte, prediletto dall’autore che non manca di condividerne la fiera professione di libertà: «Noi di Prato» sostiene Malaparte «siamo un popolo, grazie a Dio, senza padroni, nemico d’ogni autorità, spregiatore d’ogni titolo e d’ogni prosopopea, talché a Prato perfino i galli, per prudenza, nascono senza cresta”.

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