Quella frontiera impalpabile di Pablo Besarón.

pablo%ef%bb%bf-besaron-effetti-collateraliPablo Besarón, Effetti collaterali, A cura di Livio Santoro, Salerno, Arcoiris, 2016, pp. 124, euro 11,00.

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di Primo De Vecchis

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Mi sono imbattuto nello scrittore argentino Pablo Besarón qualche anno fa, quando stavo indagando sul tema della cospirazione politica in Roberto Arlt. Besarón infatti è l’autore di un pregevole volume di saggi letterari dal titolo La conspiración: Ensayos soble el complot en la literatura argentina [La cospirazione: Saggi sul complotto nella letteratura argentina]. Tra questi spiccano i saggi su Arlt: Ficción, política y conspiración [Arlt: Finzione, politica e cospirazione], su Borges y la conspiración como utopía social [Borges e la cospirazione come utopia sociale], su Rodolfo Walsh: Conspiración y Resistencia [Rodolfo Walsh: Cospirazione e Resistenza]. Ma il volumetto indaga anche le figure più o meno note di Mariano Moreno, Esteban Echeverría, Domingo Faustino Sarmiento, José Marmol, Julián Martel, Gustavo Perednik e Ricardo Piglia. Il tema del complotto, della cospirazione (che può deragliare nel complottismo e nel cospirazionismo) è particolarmente legato al postmodernismo nordamericano.

Non a caso nei saggi introduttivi Besarón cita Don DeLillo, ma anche il critico e teorico letterario Fredric Jameson, senza evitare di tirare in ballo persino Toni Negri e Slavoj Žižek. Si tratta dunque di un acuto ricercatore letterario, dallo stile agile e chiaro, mai paludato o ermetico, che sembra avere come punto di riferimento il saggismo creativo di Jorge Luis Borges, l’autentico iniziatore del postmodernismo letterario, se diamo credito all’opinione di John Barth, il noto autore dell’Opera galleggiante (1956). È quindi con sottile piacere che mi sono apprestato a leggere i racconti dal titolo Effetti collaterali, tradotti da Livio Santoro, editi dalle Edizioni Arcoiris di Salerno, all’interno della collana «Gli eccentrici», curata da Loris Tassi, esperto di Arlt. Tutto si tiene, verrebbe da aggiungere. I dieci racconti sono divisi in due sezioni: Frontiere e oltre e Mettiamoci una pietra sopra. Mi pare di ravvisare una differenza stilistica tra le due sezioni: la prima è più lirica, fantastica, quasi checoviana, mentre la seconda è più espressionista, realista, persino cinica. Il filo conduttore dell’intera opera sembra essere uno solo: la morte. Anzi, detto così è riduttivo: il tema precipuo della raccolta sembra essere quella frontiera impalpabile che divide la vita dalla morte. L’altro tema sotteso, celato, religioso, mi pare che sia l’ebraismo. Potrei qui di seguito riassumere le trame di alcuni racconti, ma non lo farò, perché mi sembra impresa vana in una breve recensione come questa. Il mio intento è quello di suscitare interesse per l’opera e cogliere i rapporti segreti che circolano al suo interno, la grande trama o ragnatela del gioco linguistico messo in atto. Mi limiterò a citare alcune frasi, estrapolate dai contesti, che possono aiutarmi a capire, forse:

1. «Il tempo passò come un gomitolo che si srotola sul pavimento» (In un altro luogo, p. 13);

2. «La mia vita si ridusse ad aspettare ogni giorno che arrivassero le cinque del pomeriggio. Avevo trovato un senso al tragitto senza meta che mi accompagnava da chissà quanto» (Delia e la telenovela delle cinque, p. 22);

3. «Sarquis pensò: «Buenos Aires è questo, una macchia nera al di là del fiume”» (Vita da romanzo, pp. 32-33);

4. «Cevares riconobbe in quella situazione una logica preesistente: accettò di entrare cautamente in quell’oceano pre-codificato, come chi cominci qualcosa per dar vita a una routine. Rotta-rottura-routine…» (Notizie su Cevares, p. 44);

5. «Era una città sporca, anche se c’era una certa poesia nel vedere sacchetti sparsi, vetri rotti, gomme da masticare sul selciato, cavalli con mucchi di spazzatura al traino» (Parenti, p. 56);

6. «La frontiera tra la vita e la morte era il suo campo, ci conviveva da sempre» (Il neurochirurgo, p. 88).

Ho tralasciato di raccogliere citazioni da altri racconti, per non appesantire il dettato. È chiaro che la narrativa breve di Besarón è percorsa da un interrogativo metafisico, che s’incarna però in situazioni concrete, quotidiane e talora espressionistiche. Il desiderio di routine (e quindi di ordine) di alcuni personaggi denota una inquietudine profonda, cela una macchia nera, la macchia umana del vivere quotidiano, resa visibile dalla città di Buenos Aires, tra le altre cose, che appare sporca, piena di detriti, scarti, come un’emblema dell’entropia, un organismo che di continuo si rigenera e divora se stesso. La mia particolare predilezione va a due racconti forti, scritti egregiamente, a mio avviso: I traditori del Negro Gómez e Il neurochirurgo. Qui Besarón dimostra tutto il suo talento di narratore puro, oltre che colto. Ancora una volta la letteratura argentina sembra dare il meglio di sé nella forma breve, nel racconto sospeso tra realismo e fantastico o almeno tra realtà e metafisica. Poiché l’inclinazione alla metafisica sembra essere una inclinazione ineludibile dell’uomo argentino o almeno dell’intellettuale. I motivi sono innumerevoli: lo sradicamento, la distanza, la megalopoli decadente, la pampa umida, il cielo immenso. Guido Piovene ne parlò in una serie di articoli poi raccolti nel volume In Argentina e Perù (1965-1966), a cura di Sandro Gerbi (Bologna, Il Mulino, 2001), al quale rimando per ulteriori approfondimenti.

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