SUL TAMBURO n.29: Maria Roccasalva, “La compagnia dei naufraghi”

maria-roccasalva-la-compagnia-dei-naufraghiMaria Roccasalva, La compagnia dei naufraghi, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo romanzo (che non è certo il suo ultimo, dato che nei primi mesi del 2016 ha pubblicato Il Chiostro dei Miracoli, sempre per Pironti di Napoli), Maria Roccasalva prosegue il suo percorso storico attraverso la Napoli sconosciuta e misteriosa del Medioevo e dell’età in cui la grande città partenopea era ancora libera e non era ancora stata conquistata da Angioini o Aragonesi o Borboni e sempre in lotta perenne con lo Stato della Chiesa che avrebbe voluto sottometterla definitivamente. Esemplari per questa sua ricerca letteraria e antropologica insieme restano alcuni suoi testi narrativi, in particolare la Trilogia di Costantinopoli (Intrigo a Costantinopoli, 2008; Il Danubio non parla latino, 2009; È notte anche per me, 2010, tutti per lo stesso editore Pironti).

Napoli, infatti, è la grande protagonista della vicenda di Ricuccio (nome maggiormente utilizzato del suo autentico Malarico) Ebone dei Griffi, rampollo di una grande casata e aspirante attore teatrale (invece che l’avvocato che la tradizione familiare gli avrebbe imposto di essere).

La città “che o ti ferisce a morte o ti innamora” (secondo la splendida definizione usata da Raffaele La Capria nel suo romanzo più riuscito e più noto) è il luogo del desiderio di Ricuccio che vorrebbe farne tornare al passato, quello autenticamente greco, il livello culturale e umano e rinnovellarne le sorti. Il teatro sembra al giovane uomo lo strumento più adatto per questo scopo ma purtroppo deve scontrarsi con la riluttanza della Chiesa ad accettare la natura catartica e non peccaminosa degli spettacoli (sulla scia di dichiarazioni ben circostanziate di Agostino, Tertulliano e Lattanzio).

Il giovane Ricuccio, orfano di padre e di madre che erano stati fatti uccidere da Marino, prefetto di Amalfi, era stato allevato dal nonno Sostrato, prestigioso avvocato e consigliere della dinastia dei Sergi che governavano Napoli, che aveva a lungo sperato di trasformarlo in un principe del Foro. Ma il giovane, allevato dal fido servitore Pancrazio e cresciuto con il culto dell’antichità classica, preferiva dedicarsi alla stesura di testi teatrali da rappresentare in luoghi non ancora devastati dall’odio ecclesiastico per le rappresentazioni di spettacoli considerati lascivi e peccaminosi e si accompagnava ad altri aspiranti attori (l’ebreo Mordecai, il giovane sannita Rachi che parla un linguaggio misto di dialetto osco e longobardo, indulgendo spesso a un comico e fluviale turpiloquio). La richiesta del nuovo principe-vescovo di Napoli, Atanasio II, di utilizzarlo come segretario lo porta a conoscere i vertici del potere e i suoi arcana imperii ma ne causa la successiva rovina quando l’amore improvviso e violento per la bella Adelperga (una donna di origine longobarda conosciuta a Benevento, sulle rive del fiume Sabato) lo spinge a salvarla dalla schiavitù cui era stata destinata dai Saraceni al servizio del duca che l’avevano catturata durante una scorreria.

Per salvare la bella ragazza, Ricuccio entra in conflitto con Atanasio II, furioso per la sua scelta sessuale che lo avrebbe allontanato da lui (il duca aveva dimostrato, anche se implicitamente, il suo interesse erotico per il giovane, citando più volte il sentimento d’amore omosessuale – una sua riflessione sul rapporto tra Antinoo e l’imperatore Adriano era stato abbastanza esplicito durante un viaggio di piacere ai Campi Flegrei). Dopo averlo colpito (anche se non a morte come il ragazzo crede), è costretto a fuggire e inizia una sua lunga peregrinazione su per la penisola passando per le terre dello Stato della Chiesa, poi per l’esarcato bizantino per raggiungere poi le terre dei Franchi e dei Longobardi e infine la cupa e nebbiosa Germania. Il gruppo dei teatranti che lo accomnpagna, un insieme di napoletani, di un arabo e di un moro cui si aggiungeranno strada facendo le loro donne e i bambini nati dal loro connubio amoroso, prenderà il nome di Compagnia dei Naufraghi.

Il loro desiderio di rappresentare “veri” testi teatrali sarà nullificato dall’assenza di un pubblico adatto ad apprezzarne e valutarne lo spessore culturale – La follia di Aiace che avrebbe dovuto costituire l’esordio come drammaturgo di Ricuccio non verrà mai messo in scena.

Dopo diverse vicissitudini tragiche e / o tragicomiche (tra cui l’arresto di Adelperga per stregoneria e un processo-farsa il cui esito di condanna verrà annullato dall’intervento dei protettori ebrei di Mordecai che faranno valere il potere del loro oro), il giovane, maturato dalla sorte e stanco di vagare inutilmente per la ferale Germania, deciderà di tornare a Napoli, rinunciare alla sua “vocazione teatrale” e mettersi a fare l’avvocato. Atanasio II, intanto, è morto e il timore della condanna da lui comminata per la disobbedienza del giovane non ha più alcuna ragione di esistere.

«Ma bisogna diffidare di chi non ricorda: vuol dire che la vita gli è passata accanto e lui non se n’è accorto. Quando scese in strada non era più un fuggiasco: era di nuovo un uomo libero. Eppure, mentre s’incamminava verso il Foro, si sentì ancora un commediante: quantunque con la maschera della legge, continuava ad appartenere al Teatro. Sorrise a questo pensiero. In fondo, che cos’è la storia del mondo, se non la storia delle sue commedie e delle sue tragedie? E, come i saltimbanchi, bisogna fare i salti mortali per far coincidere le due forme, sì che si possa in qualche maniera sopravvivere» (p. 387).

Il romanzo della Roccasalva, nonostante la scarsità di notizie sul periodo storico di cui tratta e l’assenza delle fonti più qualificate (quelle dirette) sull’argomento, si rivela, alla fine, un significativo apologo sulla verità della Storia e sulla natura del suo insegnamento umano ed etico: il viaggio come forma di conoscenza si annulla sulle secche della difficoltà a convincere gli uomini a cambiare. La storia di Ricuccio mostra l’impossibilità della cultura a incidere sugli equilibri politici o sull’evoluzione degli uomini che restano legati ai loro pregiudizi e alle loro convinzioni, spesso false o oscurate dalle forze politiche e religiose che prosperano su di esse e di esse si avvalgono per mantenersi vitali. E’ però anche una testimonianza della potente attrazione esercitata dal teatro e dallo spettacolo come momento di crescita e di progressione umana, come forma non eliminabile (o facilmente accantonabile) di resistenza al potere e alla sopraffazione da parte di chi vorrebbe annullare il bisogno di libertà o i desideri insopprimibili e necessari degli uomini a restare se stessi, unici e capaci di decidere da soli le proprie sorti terrene.

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