Mauro Francesco Minervino, “Stradario di uno spaesato”

mauro-francesco-minervino-stradario-di-uno-spaesatoMauro Francesco Minervino, Stradario di uno spaesato, Melville, 2016, pp. 253, € 17.50

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di Marino Magliani

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Qualche settimana fa, trovandomi in Italia in un paesino pietroso di nome Costa d’Oneglia, ho scoperto su una pietra la forma di un serpentello. Era come se la superficie della pietra fosse una pellicola e il serpentello si facesse spazio là sotto da millenni e al mio arrivo si fosse fermato per sempre. Mi fu chiaro fin da subito che ogni qualvolta io avessi ricordato quel mio soggiorno in Liguria, mi sarebbe tornata alla mente la scoperta del serpentello e che, conoscendomi, questa cosa l’avrei infilata in chissà quante storie. Il padrone della pietra “serpentata” che stava sopra il muretto di una villetta, mi ha spiegato il trucco. Ora qualcosa so.

Il fenomeno si chiama controimpronta e la Treccani dice questo: controimpronta in sedimentologia, rilievo presente alla base di strati prevalentemente sabbiosi dovuto al riempimento di una impronta cava in un sedimento argilloso o di altro materiale plastico. Le c. possono formarsi per cause sia biologiche (organismi) sia fisiche (pioggia ecc.). Stradario di uno spaesato (Melville Edizioni, 2016) di Mauro Francesco Minervino, potrebbe essere descritto così: un passaggio attraverso un territorio, l’animaletto sta lasciando se stesso sul posto e non sarà mai un fossile e neppure un minerale qualsiasi ma solo pura forma. I luoghi, in questo libro, sono quasi sempre pezzi di mondo che un personaggio (un Don Chisciotte: «Don Chisciotte esce di casa per diventare cavaliere e scopre quanto è lunga la strada») raggiunge dopo essere partito di volta in volta dallo stesso punto, e a quel punto non torna come se da qualche parte un rimbalzo ce lo riportasse, ma un po’ come se l’elastico al quale è legato il suo polso o la caviglia o il parafango della sua Saab nera, rilucente di pioggia, ce lo riportassero con una forza ben maggiore a quella equivalente a un suo ritorno volontario.
Il microcosmo al quale la voce narrante torna si chiama Petra. E qui c’è solo un luogo più importante di Petra. Il mare. «Il mare mi è più vicino di qualsiasi altra cosa». Forse non è neanche giusto chiamarlo Tirreno, ma semplicemente Mare di Petra. E la voce narrante ce lo racconta scegliendo per noi ogni tempo e luce. Il mare e la sabbia che l’accoglievano dopo le corse in bici da bambino, e la luce che non si intuisce sulle cose, sulle foglie di palma e sulle rocce e sulle case, ma esplode da un interno, la luce che esce fuori dalla montagna di Cezanne. Lì, da quel mondo che suggerisce alla voce le parole del tempo: «l’estate è l’unica stagione che si vive in Calabria», non si può non tentare la fuga alla ricerca della stagione da festeggiare senza estate. Fosse solo per dire che non serve, che «Tutti i miei ritorni poi sono come sogni agitati». È la grande trappola della vita… e della letteratura, forse quando la vita non basta? Di mestiere del resto la voce narrante fa l’antropologo. Come dire – e mi perdonino costoro che lo fanno di mestiere e per vocazione – che un antropologo finisce per antro-impelagare, o antro-impelagarsi. Cerco tra i sinonimi. Impelagarsi. Mettersi, cacciarsi, impegnarsi, impantanarsi, arenarsi, invischiarsi, impegolarsi, pop, incasinarsi.
Questo libro di un antropologo sarà certamente un disperato tentativo di gettare ponti tra i luoghi. I luoghi del rimbalzo. Ne abbiamo molti. Si va dal posto dietro l’angolo, come Tropea e Catanzaro, ad altri luoghi sul Tirreno come Napoli o Capri, e poi a Fermo, (e qui devo aprire una parentesi e nominare per la prima volta Gissing, non perché me ne sarei dimenticato, come potrei?, Gissing è come il mare, è lì, ci pensi e basta e puoi essere a Fermo e tornare in albergo, che come hai visto l’Adriatico che non rabbrividisce, prima o poi ti viene da pensare: «mi sono steso sul letto con le mani dietro la nuca e ho ripensato a George Gissing, povero e sfortunato scrittore inglese dell’età vittoriana, affondato nei gorghi della sua Londra… venne a giocarsi i suoi ultimi spiccioli di speranza per la salvezza del corpo e dell’anima nella Calabria di cent’anni fa») e poi altri luoghi: Praga, ossia esserci alla ricerca di quella letteratura, quando si diceva che la vita non basta, «… La vita è altrove. Fu proprio quel titolo a portarmi lì, a Praga, per la prima volta, sulle tracce di Kundera». E poi Londra e poi Parigi e poi il Portogallo che dà conforto ed è così mediterraneo anche se è «totalmente atlantico». Ho aspettato pagina 134 per leggere che la voce narrante è stata in Liguria (l’autore sì, lo sapevo, c’è stato con me alcuni anni fa, si parlava dei suoi libri, e mi raccontava di come la luce del Mar Ligure si stritoli contro le falesie che stanno subito lì dopo le case, mentre il suo mare raccoglie anche la luce dello Ionio e prosegue libero fin laggiù, quasi fino al Portogallo) e in Liguria ha visto gente stanca, e forse mai come in quel momento ha sentito un senso d’Italia, un bisogno di salvarla tutta «… ci si salva da Reggio Calabria a Imperia, o non ci salva più». Questo libro è un disperato tentativo di gettare ponti con l’umanità, si diceva, fatto di una solitudine che non la taglia neanche con la motosega. E fatto di umani che hanno lasciato la loro magica controimpronta. Ne abbiamo un catalogo come di deserti e oasi. Quasi tutti in qualche modo legati, o legati dalla voce narrante, alla Calabria. Dal suo caro Enzo Siciliano, a Giuseppe Berto («Sul capo, Berto costruì con le sue mani il suo buen retiro».) Un Berto che la voce narrante sembra dirci ecco a chi assomiglio, sono uno così, che non fa sconti, che vorrebbe per sé un pezzo di terra, di orto, con le pietraie e i fichi, se ancora tutto questo esiste in Calabria… Persino Wenders alla ricerca di luoghi, che «… avendoli trovati sfregiati…» si è arreso. Ma il tentativo di Wenders ha prodotto frutti. E un giorno, ci racconta la voce narrante: «… ho ripreso le tracce di Wim Wenders, che seguendo i passi di san Bruno da Colonia e Gioacchino da Fiore voleva fare un film sul misticismo della Sila e sulla sacralità dei boschi e delle montagne calabresi. Sono andato sulla Sila… poi di groppa in groppa fino alle Serre e alla Certosa di san Bruno». E infine Gissing, Gissing, Gissing.

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