Marino Magliani, “Il creolo e la Costa”

marino-magliani-il-creolo-e-la-costaMarino Magliani, Il creolo e la Costa, Fusta editore, 2016, pp.155, € 16

_____________________________

di Stefano Costa

.

C’è qualcosa che nasce dalla penna di Marino Magliani e che riesce sempre, romanzo dopo romanzo, a narrare di uno specifico tassello di mondo: e per uno scrittore qual è Magliani, mi dico, quel mondo è sempre lo stesso, eppure in espansione.

Quest’illusione – quella di abitare un mondo unico e plurale assieme – è generata dalla specificità semantica: luce, solitudine, qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Qui, ne Il creolo e la Costa, la semantica del silenzio è stata declinata all’esperienza dell’attraversamento. La figura principe – quella di Manuel Balgrano: il generale che ha dato i natali all’Argentina – è personalità storica e personaggio romanzesco insieme. Dal Nuovo continente al Vecchio, da Buenos Aires a Londra, da Londra a Costa d’Oneglia: l’attraversamento fisico è solo una rotta, niente più.

L’inizio dell’Ottocento è percorso da un Magliani che osserva mediante la prospettiva del grande “politico” – così lo definiremmo oggi – che ha tentato di mediare per la sua Nuova patria presso i potenti d’Europa e che, nel farlo, s’è anche però ricordato di avere lontane origini “italiane” (suo padre era originario del Ponente ligure, di Costa d’Oneglia, precisamente). E così, quell’uomo d’armi e di strategia, durante un soggiorno londinese si allontana dalla capitale e attraversa mari e campi al fine di soggiornare dieci notti in uno sperduto paesino su una riviera in bilico tra onde e uliveti.

Magliani ha studiato e letto a proposito del generale, e lo si sente, ma l’ha fatto con la decisione di chi in Argentina ha lasciato una parte di sé cui va ancora attribuito un significato: quella che ancora da là parla e corregge secondo le ragioni del cuore e meno quelle dell’impegno.

Attraversamento, qui, è contrario di incursione. Il primo contempla sempre la possibilità del ritorno e più si rafforza più vanifica se stesso nella ripetibilità dell’esperienza; l’incursione no, si verifica secondo puntualità nel tempo e “perimetrabilità” nello spazio. Non ci si può mai preparare davvero all’incursione.

L’incursione, in questo romanzo, prorompe con il balzo di un ranocchio, di un rospo. Una persona difesa da anonimato, un certo “El Sapo” – in gergo: il rospo, l’infame, la gola profonda –, inizia a spedire lettere a Magliani, documenti e file jpg contenenti informazioni anche “inedite” sulla vita di Belgrano: come ha vissuto il generale mentre era a Costa d’Oneglia, chi ha incontrato, perché nessun uomo del suo governo l’ha mai punito per questa trasgressione al codice militare. Ecco il nuovo attraversamento cui è costretto il lettore: dallo spazio aperto a quello chiuso, dal prato alla tana, dalla Pampa australe all’orto ligure. La semantica muta ma resta se stessa. Grazie anche alle missive di El Sapo, capiamo che Manuel cerca di attraversare il mondo ligure anche nei lessemi: il lettore è chiamato a chinarsi sulle parole, a cercare di tradurre cosa realmente voleva significare Belgrano con un tal vocabolo piuttosto che con un altro. El Sapo fornisce elenchi, stralci di diari, annotazioni, brevi narrazioni che sono racconti in nuce. Allora l’attraversamento è anche quel processo che porta dal noto all’ignoto, per attribuire maggior peso a quest’ultimo: non moltissimo – in Italia è personalità storica un po’ a margine – si dice di Belgrano. Magliani comunque non parla di ciò che si conosce: si concentra sulla donna che il generale incontrerà a Costa, su cognomi che appaiono e scompaiono, su quel personaggio singolo e plurale assieme (com’è il mondo di Magliani stesso) che è la Comunità del paesino ligure.

Il creolo e la Costa è un romanzo su un personaggio storico, Manuel Belgrano; su due Paesi, l’Argentina prima che fosse Argentina e l’Italia prima che fosse Italia; su un borgo, Costa d’Oneglia; su due uomini, Marino Magliani e Elio Lanteri, lo scrittore di Dolceacqua, il fratello che Magliani non ha mai avuto, l’àncora semantica. Ho riletto Il creolo mentre leggevo un altro libro: Absolutely nothing, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet, 2016). In entrambi lo spazio è attraversato solo nella misura in cui si può dirne della sua illusione. Mentre in Vasta spesso la scrittura agisce in time-lapse, e scarta pur mantenendo ferma la propria prospettiva, in Magliani lo scarto di prospettiva è dichiarato già dall’epistola spedita, dal documento inviato: il viaggio si parcellizza in quanto ne resta (una ciclopica insegna luminosa nel deserto o il nome di un bandito di paese); l’esperienza si chiude su chi ne dice (Spike, il fratello di Snoopy, o un attendente senza nome); il dato materiale è perduto nel labirinto della percezione (la famiglia antropofaga o la Comunità di un paesino intero).

Dopo aver chiuso entrambi i libri, m’è restata una domanda: si può davvero morire?

Advertisements