SUL TAMBURO n.32: Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche”

simona-lo-iacono-le-streghe-di-lenzavaccheSimona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche, Roma, Edizioni E/O, 2016

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di Giuseppe Panella

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Come può una famiglia di sole donne continuare a perpetuarsi se non fosse composta da streghe la cui attività meritoria (anche se considerata criminale) dura ininterrotta dal 1600? E’ il punto di partenza che scatena la scrittura di Simona Lo Iacono e la spinge a narrare una storia che trae origine in un determinato periodo storico (il 1938, l’anno del massimo consenso tributato al regime fascista in Italia) e si distende diacronicamente a raccontare le vicende di un paese e delle sue abitanti più ostinate e più straordinariamente coerenti nella resistenza al conformismo sempre imperante nella penisola e ai costumi bigotti e reazionari che lo contraddistinguono.

Le streghe di Lenzavacche (in realtà una piccola località nel comune di Noto che qui acquista respiro simbolico e molto più rilevante rispetto alla sua ampiezza topografica quasi a indicare e a prefigurare la lotta contro le prevaricazioni del Potere e la volontà di sconfiggerle sia pure parzialmente) è un romanzo che vuole indicare una strada e proporre delle soluzioni anche se si attiene al registro della narrazione storica di fatti quasi-veri.

E’ un romanzo che ha il valore di una denuncia ma presenta anche al suo interno una notevole carica di sperimentazione letteraria e una buona costruzione a livello di trama e di capacità psicologica nel delineare i personaggi.

La Narratrice della sezione del romanzo che racconta i fatti del 1938 partorisce da un arrotino giramondo che vaga per la Sicilia un figlio diversamente abile (come si direbbe oggi ma allora veniva definito più brutalmente mongolo o mostro) di nome Felice e lo alleva insieme alla madre Tilde, donna in fama di strega. Con l’aiuto dell’eterodosso e simpatico dottor Mussumeli, il farmacista del paese, lo educa come può e gli insegna a parlare, a scrivere, a leggere e lo riempie di quelle curiosità che caratterizzano tutti i bambini intelligenti. Ma alla fine, nonostante le difficoltà che il bambino ormai cresciuto potrebbe incontrare, madre e nonna decidono di farlo entrare nell’unica scuola (ironicamente intitolata a “Maria Montessori”) del paese. Il direttore didattico, fascista ossequiente delle leggi e dell’ordine statale al massimo del consenso ottenuto, oppone resistenza e si trincera dietro difficoltà di ordine pratico non facilmente sormontabili quali la specificità del soggetto trattato e le sue peculiarità fisiche. L’appello alla “legislazione vigente”, tuttavia, faticosamente ricostruita grazie all’aiuto del farmacista testardo e coadiuvante, permette al bambino malformato di avere un insegnante di sostegno e questi è ritrovato nella figura del maestro Alfredo Mancuso, spedito dal continente in cui ha sempre vissuto a insegnare a Lenzavacche (ma originario dei luoghi) in cui si ritrova ad essere malvisto dai suoi superiori per le sue idee eterodosse a proposito dell’insegnamento e assolutamente incompreso dalle famiglie dei suoi studenti. Progressivamente emarginato per le sue tecniche stimolanti e coinvolgenti la fantasia dei ragazzi, il maestro sarebbe sul punto di perdere il posto di insegnamento per mancanza di allievi, quasi tutti ritirati dalle loro famiglie perplesse (e sottoposte a pressioni da dirigenti e altri notabili del luogo) e ri-sistemati in altre classi. Di conseguenza, grazie al regio decreto 653 del 1925 che imponeva l’inserimento degli invalidi nelle classi differenziate, Felice può andare a scuola e ad occuparsene sarà il maestro in procinto di andarsene insalutato ospite. Alfredo non solo rimarrà a insegnare a Lenzavacche ma farà una scoperta fondamentale per la sua vita e per quella del piccolo Felice.

Il romanzo potrebbe interrompersi qui, in effetti, ma prosegue con una Seconda Parte che riproduce in italiano arcaico ma perfettamente comprensibile la vicenda delle streghe di Lenzavecche sotto veste di un antico memoriale (attribuito a un anno imprecisato del 1699 ma aperto solo il 17 dicembre del 1950).

Le streghe, donne dedite alla magia “bianca” della medicina non tradizionale basata soprattutto sulla raccolta e l’utilizzazione delle erbe medicinali, sono state perseguitate per secoli perché ritenute malvagie e promiscue anche se era la loro indipendenza e la loro autonomia dal potere maschile a farle ritenere tali: è questa, al fondo, la tesi propugnata da Simona Lo Iacono nel suo romanzo. La vicenda di Felice, di sua madre e di Alfredo Mancuso sono solo uno dei tanti momenti di questa vicenda secolare (narrata nella Seconda Parte) a partire dal Seicento per arrivare al Novecento pieno. Il libro, quindi, vive nella prospettiva di una rivisitazione delle vicende di un passato che non sembra essere avviato verso il loro superamento ritenuto necessario e la loro trasformazione in memorie archeologiche di una dimensione ormai trascorsa della cultura umana che non presenti più gli stessi caratteri arcaici e regressivi. È, invece, un appello affinché l’idea antiquata e negativa di una femminilità da asservire e da reprimere sia definitivamente accantonata. Le vicende tragiche raccontate nelle Streghe di Lenzavacche testimoniano, invece, di come la mentalità e l’abuso di potere esibito in quelle occasioni di violenza e sopruso possa ritornare trionfalmente se le loro conseguenze non sono note e combattute efficacemente: rievocando e riproducendo, anche linguisticamente, ciò che è stato, si rende possibile ammonire chi vive nel presente che quel tempo può ritornare. Efficace esempio di scrittura poetica, eppure militante, il libro della Lo Iacono coniuga dimensione storica e rabbia politico-culturale in una sintesi indubbiamente efficace e di notevole originalità narrativa.

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