Tre segnalazioni su Sciascia. Città, solitudini, saggismo e invenzione.

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Giorgio Longo (a cura di), Sciascia e Parigi. Lo scrittore nella città, Passim, Catania 2016, 135 pp., 16 euro

Rosario Castelli, «Contraddisse e si contraddisse». Le solitudini di Leonardo Sciascia, Cesati (“Strumenti di Letteratura Italiana”, 59), Firenze 2016, 135 pp., 15 euro

Gabriele Fichera, Le asine di Saul. Saggismo e invenzione da Manzoni a Pasolini, Euno (“Le Scritture della Buona Vita”, 7), Leonforte (En) 2016, 253 pp., 16,50 euro

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di Luciano Curreri*

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Sono usciti, da Passim di Catania, nel settembre del 2016, in bella veste editoriale, gli atti, curati da Giorgio Longo, della Giornata di Studi dedicata a Sciascia e Parigi e tenutasi il 9 novembre 2009 presso l’Istituto italiano di Cultura. Il curatore sceglie un’epigrafe clamorosa dall’ultimo testo di Cruciverba, che a proposito dei soggiorni sciasciani nella capitale francese suggerisce: «La mia aspirazione a vivere in una città grande che sia anche paese piccolo vi trova appagamento». E poi a seguire — se andiamo a rileggere il paragrafo di Parigi in questione — c’è il fatto di scoprirsi a Place Pigalle «come ad una festa di paese».

Ecco Sciascia, la possibilità di abbracciare e dire un mondo a partire da un microcosmo. Perché lo scrittore nella città, sottotitolo del volume, è colui che stabilisce un «rapporto di memoria» con essa: «Come se vi avessimo trascorso un tempo della nostra vita simile o parallelo all’adolescenza, alla giovinezza». L’adesione ingenua di un giovane, finanche di un adolescente, agli spazi — urbani e non — è mantenuta grazie a un avvertito lavoro sul tempo, che è «riconoscimento», «continua verifica». Dietro questa opportunità, che potrebbe ancora essere quella di un mondo globale non ignaro della sua storia, delle sue colonie, delle sue provincie, c’è poi lo Sciascia affascinato dalla «multi-cultura» della Francia, come ricorda, con affetto, l’amico Consolo, in seno a una testimonianza che riassume e dice il valore del libro curato da Longo; libro dove trovano non occasionale accoglienza gli interventi di altri, veri amici di Sciascia, scomparsi anch’essi più o meno di recente, da Claude Ambroise a Mario Fusco, cui si associano le scritture sempre generose di Nicolò Mineo, di Massimo Onofri.

Esercitare la memoria in tal senso — memoria critica, anche e almeno per i contributi di Lise Bossi e Denis Ferraris, che parlano di «città-libro» e «immaginario parigino» — impone una buona dose di solitudine. Altro paradosso, se volete, frequentato da uno scrittore che «Contraddisse e si contraddisse», come recita una diversa e non scontata epigrafe cui si ispira Rosario Castelli per titolare la sua raccolta di saggi sciasciani, uscita nel novembre del 2016 per Cesati, in cui ne figura uno, riuscito, già consegnato alla Giornata di studi sopra ricordata e qui innervato, con titolo Orfani e soli, a strutturare una silloge, altrettanto riuscita, che sottotitola alle «solitudini di Leonardo Sciascia». Perché Sciascia fu anche e soprattutto uomo solo. Ma si badi: non è, questa solitudine, ‘minchioneria’ di un individuo che tende ad arroccarsi su sé stesso, convinto di essere il mondo o il metro di misura mnemonico dello stesso. Certo, Sciasca sapeva essere uomo orgoglioso e in lui sicuramente respiravano ancora i siciliani migliori, quelli di poche parole, di silenzi, di solitudini nutriti, per l’appunto. Ma lungi dal perdersi in derive egoiche, continuava a ‘soggiornare’ nel mondo, in seno ad approssimazioni, a saggi, a tentativi; in quel mondo che era comunque e sempre il punto d’approdo dei suoi non lunghi racconti, per i quali sapeva cercare anche, con fiuto non banale, contatti, editori. Il lavorìo sciasciano, in tal senso, è fatto di tante lettere, fondamento di una vita di parola che solo in questi ultimi anni sta tornando davvero alla luce e mostrando una disponibilità, nei confronti del prossimo, di un’ampiezza culturale e di una generosità umana che ricordano il Calvino che si prodigava per i famosi «libri degli altri»; ad anni luce da quell’editing che oggi è davvero, spesso e volentieri, parola vana. Sciascia sapeva «chiacchierare», anche nei tempi più difficili, un po’ come la mitica Pilar («Qué va, go. I am very well here… I like to talk. It is the only civilized thing we have…»), e sapeva farsi portatore di un punto di vista davvero altro; altro, non solo rispetto a un suo precedente punto di vista, ma rispetto a sé stesso.

Anche per questo, forse, Leonardo Sciascia occupa una posizione centrale in Le asine di Saul. Saggismo e invenzione da Manzoni a Pasolini, di Gabriele Fichera, volume uscito per Euno, anch’esso verso la fine del 2016. Di più. Fin dall’inizio, ci si muove sulla scia di Sciascia, tentando di svilupparne e legittimarne, in certo qual modo, un’intuizione relativa a Manzoni e alla splendida, problematica ‘origine’ della Storia della colonna infame. Perché ci si batte quando si scrivono saggi e racconti, anche contro sé stessi. Presi dal dovere dei distinguo, dei netti distacchi, a volte, anche i grandi, anche i Manzoni, non colgono tutta la portata di quel legame tra saggismo e invenzione che non farà che rafforzarsi in seno al secolo successivo, marcando la più grande opportunità del Novecento, che è stato, è e sarà (nel futuro che è in noi e nei nostri giovani) un Caronte necessario; il rappresentante per eccellenza di un’étà di trapasso, le cui forze migliori pagheranno il passaggio per l’eternità con saggi che sfidano i vecchi paradigmi e, tra passi a piedi e passi a memoria (per citare il Longo che intervista Consolo), cercano la strada per il loro porto sepolto. Ecco, allora, il ‘ritorno’, tra saggio e racconto, di quel revenant d’eccezione che è Ettore Majorana, nello strepitosamente essenziale libretto del 1975, la famosa Scomparsa di Majorana, prolungata da Jordi Bonells, ai nostri giorni, con La deuxième disparition de Majorana (2004), forse non efficace come la prima ma non prolissa e con qualche freccia al suo arco, e come tale ripresa nel film documentario di Egidio Eronico, Nessuno mi troverà (2015), dove si intervista anche l’autore. Ed ecco, nuovamente, il legame fecondo tra storia e invenzione in 1912+1 (1986), il primo volume sciasciano ad uscire da Adelphi e a segnare, forse, nella continuità di narrazione e saggio, un’ultima, problematica, contraddittoria ‘svolta’ di uno dei più grandi scrittori e saggisti del Novecento, chécché ne pensino talora, e ancora, alcuni accademici dal fiato e dal canone corto.


*Luciano Curreri è professore ordinario di Lingua e letteratura italiana all’Université de Liège dal 2008. Fra i suoi ultimi volumi pubblicati: Play it again, Pinocchio. Saggi per una storia delle “pinocchiate” (Moretti&Vitali, 2017); Fiction, propagande, témoignage, réalité. Cinq micro-essais sur la représentation de la guerre civile espagnole en Italie (Quodlibet, 2017).

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