SUL TAMBURO n.39: Rino Garro, “Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant”

Rino Garro, Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant, Cosenza, Falco Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Questo libro di Rino Garro è un racconto di poche pagine (36 per l’esattezza) ma denso e succoso come un limone maturo, fatto di intuizioni e di allusioni, di sogni e di speranze, di tragedia e di illusioni in un domani migliore. Scritto in italiano ma tradotto in inglese eccellentemente da Maggie Rose e poi edito con una curiosa ed efficace soluzione grafica per cui il testo inglese appare rovesciato rispetto a quello italiano in una curiosa giustapposizione delle parti, il racconto di Garro si può riassumere in poche frasi e situazioni topiche.

Un giovane calabrese che insegna a Firenze, disilluso e stanco ma non domo dalle tristi vicende precedenti vissute in Italia, desideroso di iniziare una nuova vita in Inghilterra, porta con sè una valigia ripiena di tutto il suo avere trasportabile (omnia sua secum portat). Questa valigia ritorna nei suoi sogni e nelle sue angosce fino a diventare il suo pensiero predominante e l’oggetto che domina in tutte le sue paure.

Mario, l’amico presso il quale si è recato appena giunto in Inghilterra, lo accoglie a braccia aperte e riversa su di lui, pur con tutte le contraddizioni del suo carattere chiuso e disilluso, la propria amarezza per una vita difficile e non realizzata appieno.

Ma la vera protagonista del racconto resta la valigia: quando il protagonista, stanchissimo per un lungo viaggio defatigante da Firenze a Manchester (un viaggio di trentadue ore in pullman, “manco gli emigranti di una volta” – gli dirà Mario), si addormenta in automobile durante il percorso dal ristorante alla casa dell’amico e sogna che uno strano poliziotto che assomiglia più a un cowboy che a un tutore dell’ordine lo ha fermato, minacciato con un’arma da fuoco (che in Gran Bretagna i poliziotti non detengono) e costretto ad aprire il suo bagaglio per permettergli di perquisirlo.

La valigia dell’emigrante, quella che contiene tutti i suoi beni e tutti i suoi sogni ancora possibili e non ancora perduti, è al centro dell’attenzione di Mario (a un certo punto, il ristoratore calabrese dirà all’amico che il suo bagaglio è così pesante perché forse “contiene un morto” e non sa quanto è arrivato vicino alla verità dell’anima esulcerata del suo ospite). L’uomo, allora:

«A un tratto, indica la mia valigia come se la vedesse per la prima volta: “Non ti lascia mai, eh? Non è così, compa’?”. Beve un sorso di vino, si aggiusta la cravatta e la stira con delicatezza contro la camicia, dall’alto in basso, lentamente. Si gira ancora verso la sala a controllare che tutto sia in ordine. Guarda a destra e a sinistra, pigramente. Poi scuote la testa un paio di volte, fumando. Mi dice: ”Pure la mia valigia non mi lascia mai. Mi ha portato in Canada, in Germania, in Francia… e all’ultimo… qua in Inghilterra. C’ho messo tutte le cose che avevo, ce l’ho messe tutte dentro… quasi quasi scoppiava. E poi s’è scassata davvero, sono usciti i ferri di qua, dagli angoli”. Sospira, aspira la sigaretta con forza. “Sta di sopra” dice guardando in su. “E’ stemmata… c’ha tutti gli stemmi di dove l’ho portata, di tutte le città, le nazioni dove sono andato, tranne che l’Italia. Dopo, valla a vedere, compa’…io penso che ti piace”. Sorrido e dico di sì con la testa. “Non la uso più, ma non mi lascia mai…” fa ancora lui, voltandosi verso la sala. “Non la lascio mai”. Tiene le mani dietro la schiena per non far vedere ai clienti che fuma » (pp. 12-13).

Poi la valigia sarà portata a casa di Mario dove, dopo uno spuntino di cibi dal sapore eminentemente meridionale e un sonno interrotto da incubi e inquietudini, la tensione sfocerà in un epilogo sorprendente (ma forse non troppo). La valigia andrà a fuoco in superficie e con essa ciò che conteneva idealmente – un evento dal valore simbolico, la metafora del destino degli emigranti, il desiderio di azzerare tutto e ripartire dal nulla (dal vuoto di un bagaglio a mano)? La valigia di questo racconto di Rino Garro, espressione di una condizione esistenziale di bilico morale e di attesa mortale, è la rappresentazione plastica e materiale dello straniamento, della solitudine, della difficoltà di vivere, dell’essere straniero. Eppure fare la valigia e andarsene via da situazioni difficili e disperate è ancora un segno, un momento di speranza… Partire è un po’ morire ma anche provarsi a rivivere i sogni della gioventù passata.

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