SUL TAMBURO n.44: Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, “Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline”

Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline, Firenze, AIÓN, 2016

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di Giuseppe Panella

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Céline-Destouches amava il cinema ma non solo per le sue qualità artistiche e attoriali: sperava di riuscire a guadagnarci una quantità considerevole di quattrini da lasciare alla moglie Lucette Almansor quando sarebbe scomparso dato che i diritti d’autore accumulati nel tempo non sarebbero bastati a questo scopo. Lo scrittore di Courbevoie credeva che dalle sue opere e dai suoi libretti per balletto sarebbe stato possibile ricavare dei soggetti cinematografici credibili e allettanti per registi e produttori. Questa si sarebbe rivelata una pia illusione: a tutt’oggi nessun film è stato realizzato a partire da sue opere letterarie o è stato basato sulle vicende avventurose e spesso rocambolesche della sua vita. Eppure le potenziali filmiche dei suoi romanzi erano ben chiare a Céline (il quale scrisse pure un trattamento mai realizzato dal suo grande romanzo Voyage à bout de la nuit, un testo che sottoposi all’interesse di Sergio Leone, grande ammiratore dello scrittore francese, assai propenso a realizzare un film ispirato a quest’opera ma troppo presto fermato dalla sua morte precoce).

Il soggetto destinato ad Arletty è testimone di una vocazione troppo poco apprezzata dai produttori e, soprattutto, troppo poco determinata a raggiungere risultati concreti. Marco Fagioli riporta con attenzione e gusto e racconta accuratamente la storia di questo esperimento che non riuscì a cogliere il suo obiettivo: il soggetto, apprezzato dalla sua possibile interprete, si arenò sugli scogli della mancanza di finanziatori. In esso spicca l’ammirazione e il desiderio onirico suscitato dal corpo snello e misterioso di Léonie Bathiat, una ragazza di famiglia modesta nata a Courbevoie e diventata una stella del cinema di prima grandezza con il nome di Arletty. La vicenda si snoda tra realtà e sogno, tra la descrizione realistica del mondo dello spettacolo e la sua proiezione fantastica: Arletty, giovane ragazza dauphinoise (appellativo praticamente intraducibile) ama Jérôme, aspirante pastore protestante, desideroso di partire come missionario in Africa e ardente idealista ma il Diavolo, anch’esso invaghitosi della bellezza della giovane donna, cerca di indurla in tentazione nei locali da ballo che la coppia frequenta. Per sfuggirgli, i due vanno effettivamente in Africa a tentare di evangelizzare i cannibali Paouins e a convincerli a non mangiare più i loro nemici Mabillas (dopo averli sconfitti) ma anche qui li raggiunge il Diavolo sotto veste di impresario di pugilato alla ricerca di neri giganteschi e forzuti da portare in America. Insieme al Negrone cooptato allo scopo, Arletty e Jérôme vanno a Chicago e si trovano a dover gestire un Tempio evangelico nei bassifondi, tentando di convertire i teppisti e i delinquenti che vi allignano. Se la donna può guadagnarsi da vivere cantando nei locali notturni, suo marito si perde nella ricerca di evangelizzare donnine equivoche e una sera si ritrova in prigione perché scoperto in possesso di una grossa partita di cocaina. Arletty sarebbe facile preda del Diavolo se non venisse adocchiata da un Maragià che, in cambio della liberazione di Jérôme a carissimo prezzo, la pretende tra le sue spose nell’harem. In India, la donna viene coinvolta in una congiura che conduce alla morte del Maragià e scampa a stento al massacro da parte delle donne rinchiuse nell’harem, poi riesce a tornare a Parigi dove diventerà una cantante di successo gestita dal Diavolo sempre in qualità di impresario, mentre il marito, fisicamente decaduto ed anche un po’ abbrutito dall’alcool, vivrà il proprio declino nei locali alla moda dove si esibisce trionfalmente la moglie. Solo ogni tanto, salito su qualche tavolino, in equilibrio precario, tornerà a predicare come una volta (in ciò molto simile al professor Unrath dell’Angelo azzurro di Heinrich Mann divenuto celeberrimo per il film di Josef von Sternberg). Il soggetto per questo film mai fatto è tipicamente céliniano nei modi della scrittura e anche nel taglio féerique della vicenda, in bilico tra sogno e narrazione a ritmo forsennato.

Alla stessa dimensione appartiene il breve pamphlet contro Jean-Paul Sartre scritto nel 1948 come lo scénario per Arletty. Il filosofo viene trasformato in un immondo essere dal nome evocativo di Tartre e condannato a essere “imbottigliato” per le sue dichiarazioni diffamatorie contro Céline (Stefano Lanuzza traduce intelligentemente il titolo del testo céliniano come “Al forsennato nel barattolo” mentre una precedente edizione del testo in italiano lo rendeva come “L’invasato in provetta” – i forse meno fedelmente ma altrettanto icasticamente). Il fatto è che per Céline lo strano omuncolo che lo ha diffamato va messo in un recipiente (il bocal del titolo francese) perché non sia più dannoso e non offenda la vista. Sartre aveva accusato lo scrittore di Courbevoie di essere stato “pagato” per redigere le accuse antisemitiche contenute in Bagatelles pour un massacre e aveva sollecitato la sua punizione esemplare. Eppure La Nausée recava come esergo proprio una frase del testo teatrale L’Église del 1933 (“E’ un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo”) e molte pagine di Melancholia, la prima versione del romanzo più famoso di Sartre, erano di ispirazione céliniana nello stile concitato e psicologicamente complesso. Sartre viene ridotto a natura larvale, gli viene rinfacciata una complessione infelice e una disgustosa tendenza a sbavare e a ridursi a un relitto fecale, le sue accuse vengono ridicolizzate e ricondotte a pura e semplice invidia nei confronti di chi è nettamente superiore a lui. Inoltre a Sartre viene rivolta l’accusa di essere un “delatore” (mouchard) dal titolo della sua prima opera teatrale, Les Mouches, rappresentata in piena occupazione e alla presenza di un pubblico composto da molti ufficiali tedeschi (stessa accusa – ma l’aneddoto è fondato su fatti reali, comunque – sarà rivolta a Sartre da Malaparte in Mamma marcia) e di essersi servito dell’autorità di Céline stesso presso i tedeschi per farsi mettere in scena evitando la censura che sarebbe conseguita dalla conoscenza del testo.

In questi due brevi testi (come pure nelle due interviste raccolte nel volumetto) emerge tutta la violenza espressiva e la virulenza programmatica della ricerca stilistica del grande innovatore nello stile e nelle tematiche e soprattutto si evidenzia il suo progetto di sganciare “l’etica dalla scrittura” per evitare i melensi “compitini” di una letteratura che ha perso il contatto con la flagrante esplosività della vita vissuta. Merito dei curatori e introduttori della raccolta è aver evitato ogni giudizio troppo deciso sull’autore e il suo destino e aver saputo leggere il suo percorso letterario come cifra di una volontà autentica di rendere il ritmo della realtà attraverso parole scritte, decantate e sagomate dall’alone del sogno.

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