SUL TAMBURO n.46: Marc Augé, “Football” & Alain Corbin, “Breve storia della pioggia”

Marc Augé, Football. Il calcio come fenomeno religioso, trad. it. di Eleonora Montagner, Bologna, EDB, 2016

Alain Corbin, Breve storia della pioggia. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo, trad. it. di Valeria Riguzzi, Bologna, EDB, 2016

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di Giuseppe Panella

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Che cosa collega questi due brevi saggi, densi e succosi come limoni maturi e altrettanto capaci di dare sapore e colore a ricerche che altrimenti si rivelerebbero pure espressioni del tempo e della moda sociologici? Il calcio analizzato nel breve saggio di Marc Augé, antropologo culturale e studioso della contemporaneità più diretta, non è certamente lo sport che inflaziona gli schermi televisivi di tutto il mondo mentre la pioggia ricostruita nei suoi effetti soggettivi e letterari da Alain Corbin non è soltanto un fenomeno meteorologico ma una “categoria dello spirito”.

Lo “sguardo a distanza” evocato dall’antropologo francese e considerato caratteristico degli eventuali osservatori “uroni o irochesi o persiani” che avessero dovuto concentrarsi su fenomeni da essi considerati strani e inauditi (come avviene a più riprese nelle Lettere persiane di Montesquieu o in L’Ingenu di Voltaire) permette di riconoscere nel rito della partita di calcio settimanale (spesso praticato anche nei giorni intermedi della settimana in occasione di competizioni internazionali) un evento che va al di là del puro e semplice fatto sportivo. L’idea della partita di calcio come rito che ad Augé deriva da una rilettura critica di Durkheim è semplicemente il portato di un’osservazione empirica (l’afflusso di spettatori davanti alla TV per le partite di pallone o gli spostamenti in massa verso i campi da gioco nel periodo dei diversi campionati) che però si rovescia in un’affermazione teorica di respiro generale:

«Per concludere, si può affermare che il rapporto tra sport di massa e religione non ha niente di metaforico. Il fatto che, a seconda delle circostanze, le sue funzioni sociali possano essere interpretate in modo diverso e anche contraddittorio lo avvicina di per sé al fenomeno religioso. Ma c’è di più. […] Il riunirsi di diverse migliaia di individui che provano gli stessi sentimenti e che li esprimono attraverso il ritmo e il canto gli sembrava creare le condizioni per la trascendenza dello psichismo individuale, di una percezione sensibile del sacro analoga a quella che Durkheim riporta a proposito dei riti espiatori australiani» (Marc Augé, Football. Il calcio come fenomeno religioso, trad. it. di Eleonora Montagner, Bologna, EDB, 2016, pp. 36-37).

Si tratta di verificare come le partite di calcio per delle fasce molto ampie di popolazione soprattutto giovanile (ma non solo) diano senso e forza rappresentativa a soggettività che sembrano averla persa, compiendo un percorso opposto rispetto alla perdita del sacro che caratterizza l’età contemporanea. Il rito come forma aggregativa delle personalità disperse in un’epoca di de-mitizzazione identifica le partite di calcio come cerimonie che si svolgono in un santuario riconosciuto da tutti coloro che lo frequentano. Per questo motivo, Augé identifica nell’attesa dell’evento sportivo la stessa qualità messianica che contraddistingueva il momento religioso del passato: attesa e poi celebrazione della partita di calcio conducono a considerare il futuro come salvezza e redenzione del presente.

La pioggia studiata e rievocata da Alain Corbin, invece, un tempo anch’essa oggetto di invocazioni religiose che creavano un rapporto diretto tra uomini e Dio in vista della sua caduta necessaria a fecondare e rendere fertili le campagne altrimenti destinate a una siccità perniciosa e distruttiva, si rivela un campo di studio sociologico e letterario ad altissima intensità evocativa. Ad essa vengono ricondotti i mutamenti d’umore descritti in opere letterarie molto note e suggestive sotto il profilo della ricostruzione dei fenomeni metereologici e soprattutto da essa vengono esaltate sensibilità e concezioni del mondo (è il caso di Whitman e di Thoreau negli Stati Uniti e precedentemente di Bernardin de Saint-Pierre in Francia alle origini di questo fenomeno letterario). La pioggia viene identificata con un sentire naturale che esalta il rapporto tra il Soggetto che descrive ciò che osserva e la Natura osservata. La malinconia, lo spleen e soprattutto la noia caratterizzano la presenza della pioggia ma anche l’amore per l’immersione nella natura addomesticata dei campi bagnati e fecondati dalle acque che cadono dal cielo. Ma la richiesta di piogge fitte e vivificanti non contraddistingue soltanto la poesia o la letteratura più affascinate dalla sua possibile caduta. E’ tipica in realtà del culto religioso arcaico e delle sue sopravvivenze nel Moderno sotto forma di riti e processioni contadine per propiziare la buona riuscita dei raccolti:

«I cristiani – il che è certo fino alla metà del XIX secolo – credevano che la pioggia, la grandine, le tempeste fossero nelle mani di Dio il quale, per mezzo loro, ricompensava o puniva i fedeli. Gli uomini del passato, prima che la scienza, nel corso del XIX secolo, effettuasse una secolarizzazione del cielo, lo scrutavano per scorgervi i segni indicanti la collera di Dio o un intervento del diavolo. Molti detti testimoniano queste credenze, alcuni dei quali sono rimasti nella lingua corrente. E’ così che nelle campagne della Normandia, a metà del XX secolo, si era soliti dire, quando scendeva una pioggia fine sotto la luce del sole: “E’ il diavolo che picchia sua moglie e marita sua figlia»(Alain Corbin, Breve storia della pioggia. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo, trad. it. di Valeria Riguzzi, Bologna, EDB, 2016, p. 42).

La pioggia, quindi, viene considerata come un fenomeno indotto (un premio per il buon comportamento degli uomini devoti) e apprezzata come un segno di benevolenza da parte della divinità impietosita dalle preghiere dei fedeli. E’ solo con il prevalere della sua visione scientifica e la nascita del rito delle previsioni metereologiche che la pioggia viene regolarmente attesa da chi ne fruisce a fini produttive. Eppure ancora oggi i capricci delle precipitazioni piovose e le “stramberie del tempo” sono considerati metafora degli sbalzi d’umore e del comportamento bizzoso di chi rovescia sugli altri il temporale dei propri malumori e dei propri risentimenti.

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