SUL TAMBURO n.53: Henry Ariemma, “Aruspice nelle viscere”

Henry Ariemma, Aruspice nelle viscere, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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La lettura delle viscere degli animali (uccelli come le colombe ma anche ovini come agnelli e montoni) costituiva una pratica comune tra gli antichi nell’ambito dell’attività divinatoria dei sacerdoti (maestri nell’aruspicina o estispicina erano stati gli Etruschi e la pratica sacra che li vedeva trovare responsi e verità nella profondità dei corpi degli animali sacrificati costituiva gran parte del rapporto tra il popolo e gli Dei da esso adorati). Gli aruspici trovavano nelle viscere e negli organi che le compongono le tracce di un futuro che solo la divinità poteva conoscere e che agli uomini si rivelava soltanto per accenni, per allusioni, per frammenti, per sospetti: i corpi dei volatili o degli ovini contenevano un segreto che solo occhi esperti e qualificati potevano scorgere e sanzionare.

Tale pratica divinatoria, forse, assomiglia a quella dei poeti che estraggono il futuro della lingua a venire dal corpo enorme dei vocabolari (o della lingua parlata) che sventrano e dissezionano per estrarne la verità nascosta.

«E’ difficile dirla la verità? E’ difficile dirla la verità? / Non dico trovarla? / Meglio le reticenze / al dire che impegna, / un no vuol dire prendere / per mano, considerare / altro noi stessi. / Dirla la verità è difficile? / meglio il piglio fiero dei nonni / poche parole di sfinge / scondite sentire / a credibili scuse. // Ed ora meglio il camminare / a cuore aperto, coraggio / inattuale ai mezzi sorrisi / e parole a mezza bocca, / sgranati occhi già giudizio / accennato tosse a seppellire / gesti e parole di solo semina / a raccolta in pieno sole, / spalla e petto di uno scansare / come guerra d’altri nel paese / lontano colore per straniero vicino» (p. 61).

Ma il compito della poesia è invece proprio questo: segnare con le parole della lirica la realtà profonda delle cose e renderle trasparenti e solitarie nella luce di ciò che voglio comunicare e far passare a chi le legge. Il poeta non dovrebbe fare altro per obbedire al proprio imperativo di dire la verità ma questo, ovviamente, non è semplice con le parole che si hanno a disposizione.

E’ difficile dire la verità senza consegnarsi al giudizio di chi non vuole sentirla. Bisogna camminare con la schiena dritta per capire quali sono le parole che vanno dette e quali no vanno detti e ribaditi. E’ questo l’impegno della poesia. E’ questa la sua capacità di imporsi con la forza delle proprie convinzioni. Ma Ariemma non è (o non è soltanto) un sostenitore dell’impegno e della verità (il “camminare a cuore aperto”) – è anche un poeta lirico dal taglio espansivo ed espressivamente forte, con il suo linguaggio frantumato e incalzante, inceppato talvolta dalla sua furia del dire.

La sua poesia cerca ovunque il ritmo del suo andare e si ferma a cercarlo con cura, in attesa della parola giusta e del momento adatto a manifestare i suoi sentimenti più intimi:

«Se “è difficile dirla la verità” – scrive Giulio Greco nella sua Prefazione al libro, un testo che reca il titolo magmatico di Realtà e profezia – il poeta, come l’aruspice, non può tacere, non può nasconderla o edulcorarla per compiacere il pubblico; non è un pubblicista o un romanziere che cerca il successo assecondando i gusti del consumatore, anche se il cammino è difficile, misconosciuto, ostacolato, posto sotto silenzio, ma quei “gesti di solo semina” sono già segnati nella realtà e sono destinati a diventare in futuro la realtà. […] Ne deriva una rappresentazione autentica dell’arte dell’aruspicina in cui l’oggetto della ricerca significa “altro” e quell’”altro” è ciò che veramente conta. E questo è proprio il senso della poesia…» (p. 8).

La poesia, secondo Ariemma, è lo “scorrere”del mondo come flusso inesorabile della vita, al modo in cui la sua prorompente vitalità impone e scandisce nel susseguirsi continuo e sconvolgente dei segni e delle parole come mare in-finito della possibilità di continuare a dire e a poetare:

«Per scorrere. E’ il fiume che accompagna il non essere / soli con il rumore delle acque, un portare / inevitabile dello scorrere per mare / come profumo e sorriso, corsa delle onde / senza vele nel canale delle uadi. / E’ lo scalfire secche a dispetto dei castelli / non ferma scrosci ai manufatti in odore di ferro / né basse mura orlate alte di perse libertà» (p. 32).

In questa”corsa delle onde senza vele”, in questo “rumore delle acque”, in questo “scorrere per mare” risiede la forza espressiva del disegno poetico di Ariemma: trasformare frasi in gemme e in fiori esplosi per la potenza del desiderio che contengono significa investire la poesia del possibile vaticinio di un mondo futuro in cui essa riuscirà a salvare uomini e cose attraverso la sua ricerca finale e definitiva, celebrando così la propria apoteosi.

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