Alberto Laiseca, “Uccidendo nani a bastonate”

Alberto Laiseca, Uccidendo nani a bastonate, Traduzione di Loris Tassi e Lorenza Di Lella, Salerno, Arcoiris 2016, pp. 156, euro 12,00.

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di Primo De Vecchis

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La mummia (e i nani) di Laiseca

Alberto Laiseca (1941-2016) è uno scrittore argentino singolare, bizzarro, grottesco, ma non caotico, nel suo “realismo delirante” si cela un sovrano ordine, che appartiene solo a lui, e compito di un lettore critico dovrebbe essere quello di identificare alcuni punti fermi di questo apparente delirio letterario. Non sta a me fornire una bussola veritiera per orientarsi nell’oscuro universo di Laiseca, che tra l’altro conosco solo per sparsi frammenti: posso però mettere insieme alcune considerazioni, che nascono dalla lettura attenta e divertita di un racconto contenuto nella raccolta Uccidendo nani a bastonate (Salerno, Arcoiris 2016), ovvero La mummia del clavicordio.

Elenchiamo alcuni esempi o invarianti formali.

1. La storpiatura dei nomi dei personaggi, che possono anche divenire nomi parlanti: Roberto Prescott (ricorda William Prescott, tra l’altro) e Pedro Pecarí de los Galindez Fagián (che fa ridere solo a pronunciarlo). Si tratta di due egittologi che cercano la tomba di Tutancajkovskij nella Valle dei Re della Musica. La fusione ludica tra egittologia e musicologia è evidente.

2. La presenza di strumenti tecnologici bizzarri, inventati, quasi bambineschi: «una pistola a ultrasuoni che sparava la a raffica» (p. 42).

3. I riferimenti alla magia, all’esoterismo, all’occulto, in chiave però parodistica, come a esorcizzare un terrore reale del Mondo dell’Oscurità: «I sacerdoti le avevano dato l’ordine magico di intervenire solo nel caso in cui qualcuno avesse suonato lo strumento» (p. 45).

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SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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“Con i soviet dei Kom-futy, ancora…”. Saggio di Antonino Contiliano

Battete in piazza il calpestío delle rivolte!

/…/ Nostre armi sono le nostre canzoni. /…/

Vedete, il cielo s’annoia di stelle! /…/

Majakovskij, La nostra marcia

Non si tratta di conservare il passato,

ma di realizzare le sue speranze.

M. Horkheimer, T.W. Adorno

(Dialettica dell’Illuminismo)

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di Antonino Contiliano

Nel tempo delle bancherotte del capitalismo finanziario-simbolico e delle sue crisi sempre più ravvicinate (che il linguaggio del sistema considera come processo di rinnovamento permanente della propria naturalezza e eternità), è possibile rinunciare al linguaggio della ricerca che, storico-scientifica, relaziona la politica con l’arte, con la poesia, e i loro nessi ritmici con la speranza e l’utopia che il futuro non nega?

Se ogni individuo come ogni epoca non è giudicabile secondo l’immagine che ha di sé e non dimentica il futuro del passato rimasto immemore (un fuoco sotto la cenere come i sogni del mondo onirico), allora non c’è forma capitalistica che possa arrestare il futuro.

Così il primo terreno di scontro con il linguaggio dell’odierna forma cognitivo-immateriale del capitalismo contemporaneo potrebbe essere addirittura quello di ricordargli che la sua durata è smentita scientificamente dalla pluralità dei tempi (la teoria e la sperimentazione quanto-relativistica). Una pluralità dei tempi che trova anche il suo modo d’essere nella storia delle culture diverse e delle categorie verbali messe in uso, come per esempio il privilegiare l’“aspettualità” dei tempi verbali; le forme cioè perfettive, imperfettive e iterative (progressive, abituali) che maggiormente danno risalto all’azione. Qui non è il tempo assoluto della misura del valore astratto-capitalistico che conta ma l’azione, l’azione temporale che i soggetti vogliono significare con quella determinata idea-immagine (aspetto). E i soggetti hanno una singolarità plurale che prima di tutto obbedisce a differenti modalità di soggettivare la libertà e l’eguaglianza non solo nei rapporti con il tempo e i suoi ritmi/intervalli – “tempuscoli” – ineguali quanto differenziali (ritmo non è misura di ripetizione periodica fissa), ma anche con il blocco spazio-tempo dell’insieme delle relazioni socio-politiche dinamiche e instabili, asintotiche e aggrovigliate (pieghe frattalizzate).

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SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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