“Con i soviet dei Kom-futy, ancora…”. Saggio di Antonino Contiliano

Battete in piazza il calpestío delle rivolte!

/…/ Nostre armi sono le nostre canzoni. /…/

Vedete, il cielo s’annoia di stelle! /…/

Majakovskij, La nostra marcia

Non si tratta di conservare il passato,

ma di realizzare le sue speranze.

M. Horkheimer, T.W. Adorno

(Dialettica dell’Illuminismo)

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di Antonino Contiliano

Nel tempo delle bancherotte del capitalismo finanziario-simbolico e delle sue crisi sempre più ravvicinate (che il linguaggio del sistema considera come processo di rinnovamento permanente della propria naturalezza e eternità), è possibile rinunciare al linguaggio della ricerca che, storico-scientifica, relaziona la politica con l’arte, con la poesia, e i loro nessi ritmici con la speranza e l’utopia che il futuro non nega?

Se ogni individuo come ogni epoca non è giudicabile secondo l’immagine che ha di sé e non dimentica il futuro del passato rimasto immemore (un fuoco sotto la cenere come i sogni del mondo onirico), allora non c’è forma capitalistica che possa arrestare il futuro.

Così il primo terreno di scontro con il linguaggio dell’odierna forma cognitivo-immateriale del capitalismo contemporaneo potrebbe essere addirittura quello di ricordargli che la sua durata è smentita scientificamente dalla pluralità dei tempi (la teoria e la sperimentazione quanto-relativistica). Una pluralità dei tempi che trova anche il suo modo d’essere nella storia delle culture diverse e delle categorie verbali messe in uso, come per esempio il privilegiare l’“aspettualità” dei tempi verbali; le forme cioè perfettive, imperfettive e iterative (progressive, abituali) che maggiormente danno risalto all’azione. Qui non è il tempo assoluto della misura del valore astratto-capitalistico che conta ma l’azione, l’azione temporale che i soggetti vogliono significare con quella determinata idea-immagine (aspetto). E i soggetti hanno una singolarità plurale che prima di tutto obbedisce a differenti modalità di soggettivare la libertà e l’eguaglianza non solo nei rapporti con il tempo e i suoi ritmi/intervalli – “tempuscoli” – ineguali quanto differenziali (ritmo non è misura di ripetizione periodica fissa), ma anche con il blocco spazio-tempo dell’insieme delle relazioni socio-politiche dinamiche e instabili, asintotiche e aggrovigliate (pieghe frattalizzate).

E la pluralità storica di tempi lineari e non lineari già da sola basterebbe a falsificare l’ideologia capitalistica del suo presente eterno e a dare verità etico-politica (oltre che di liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento della legge del “valore” del suo modello economico privatistico) alla speranza di un mondo alternativo, comunista.

Il fallimento della passata rivoluzione sovietica (1917) e di quella successiva della Cina di Mao non sono il segno di una impossibilità del “sogno di una cosa” (Marx, Lettera a Ruge del 1843), ma il segno di contraddizioni materiali che non sono state risolte sul piano delle trasformazioni politiche e sociali; tras-forma-zioni che tuttavia, nel tempo, non hanno smesso di alimentare sotterraneamente (quasi uno spettro) nella coscienza e nella lotta né la politica né la poesia di un mondo alternativo. Diversamente detto, il sogno comunista continua a danzare e a vivere cercando ancora linee di fuga e strategie di realizzazione. E se così non fosse, il sonno della ragione e dell’immaginazione non può evitare di essere urtato ancora da certi eventi del passato che sono rimasti sospesi in memoria e che, oggi (2017), ritornano a lievitare in concomitanza con il centenario della Rivoluzione comunista dei soviet del 1917 in Russia, l’Ottobre rosso e l’“immemoriare” permanente divenire della poesia (in genere) per un mondo diverso (alternativo). Un mondo (perché la poesia è costruzione di mondi alternativi, o di secondo grado come di secondo grado è il suo linguaggio) che non smette di ri-iniziare passando da un ambiente a un altro. Un passaggio ritmico paradossale che non ha abbandonato i versi di questa scrittura sia che la poesia fosse quella dei testi di certi poeti e pensatori di ieri sia di ora. È il ritmo paradossale del sogno che vuole il mondo potenziale della poesia-pensiero come mondo politico attualizzato e viceversa, quasi un perfetto chiasmo. Un incrocio di moto e quiete (il binomio poesia e politica) che nell’immaginario individuale e collettivo ha accompagnato sempre il nascere e lo sviluppo della rivoluzione comunista come il divenire-comunista in una Comune che è cooperazione di eguali e liberi, pur singolarità sociali diverse per eterogeneità multiple e concatenate.

C’è sempre una paradossale speranza senza speranza che irrompe la staticità dell’ordine sociale stabilizzato, così come c’è un fotone di massa nulla che in un attimo stocastico rimuove lo stato di quiete e movimento uniforme nella struttura atomica delle cose dando vita ad altri incroci e linee di universo molteplici. Il movimento che, come il risveglio di un sogno, abolisce lo stato di cose presenti e prospetta un mondo governato, per esempio, dalla prassi di una rivoluzione comunista come autogoverno totale di una classe (sfruttati e oppressi) che ne la Comune scioglie se stessa come potere dominante diviso e gerarchizzato. Troppo noti gli esperimenti – la Comune di Parigi e la rivoluzione dei Soviet in Russia – per dirne (in questa sede) estesamente le co(i)mplicanze in un bilancio del positivo e del negativo (i fallimenti!) nettamente separati.

(continua in pdf)

 

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