SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Lucia Salvo è soggetta alla necessità del male che la colpisce improvvisamente e inopinatamente, il “fatto”, gli attacchi epilettici che la lasciano stravolta e quasi annientata e che hanno convinto gli altri della sua natura di creatura “babba”, stupida, pazza, incapace di ragionare correttamente. Mandata a servizio a Palermo dalla nativa Siracusa, la ragazza si trova ad essere oggetto dei desideri lascivi del Conte figlio i cui desideri nella vita si riducono essenzialmente alla soddisfazione del ventre (i cibi succulenti ed elaborati che vengono cucinati dai “monsù”, i cuochi di scuola francese che dettano legge sul gusto delle grandi famiglie patrizie di Palermo) e al godimento sessuale ottenuto facilmente grazie a signorine mercenarie e compiacenti. Lucia, appena arrivata a palazzo e sottoposta al controllo severo e minuziosamente feroce del nano Minnalò, si rifiuta di soggiacere al desiderio impetuoso e insincero del Conte figlio, sempre in attesa del matrimonio combinato con Assunta Agliata, una ragazzina testarda e capricciosa che patti di alleanza precedenti e legati di famiglia gli impongono di prendere in sposa. Questo suo rifiuto così inconsueto per l’uomo lo getterà in una crisi profonda che lo condurrà poi successivamente alla consapevolezza della vera natura dei propri istinti sessuali (e a ri-conoscere il proprio desiderio omosessuale nei confronti del “castrato signorino”, il cantore di famiglia innamorato di lui).

Dopo aver respinto il Conte figlio, Lucia si dedicherà alle cure per il Conte padre, esiliato nel suo stesso palazzo dopo i moti del 1815 ed emarginato in qualità di democratico e liberale. Ma l’uomo, in realtà un agente provocatore della polizia borbonica, userà la ragazza per i suoi scopi e la infiltrerà allo Steri (il cupo e famigerato carcere di Palermo già luogo di detenzione per i soggetti ai processi dell’Inquisizione) per conoscere attraverso la mediazione del detenuto Maurizio Fortunato luoghi appuntamenti e tempi dell’insurrezione del prossimo 12 gennaio, data del compleanno del re Ferdinando II. La manipolazione riuscirebbe se Lucia non sapesse leggere (il che era un fenomeno strano per la sua epoca) e fosse quindi in grado di salvare Fortunato del quale si era innamorata a distanza organizzando la sua evasione e distraendo le guardie dello Steri concedendosi a esse. L’insurrezione scoppierà quindi egualmente e i rivoluzionari trionferanno (almeno in parte, provvisoriamente, fino al 1849 inoltrato) ma Lucia concluderà la sua vita nella Real Casa dei Matti di Palermo. La sua vita sarà tutta trascorsa sotto il “morso” della pazzia e si concluderà nel 1861 (la vicenda biografica della Salvo è rigorosamente autentica nelle date e nelle attività da essa svolte nel corso della rivolta del 1848 ed è ovviamente ricostruita dall’autrice del libro nei pensieri e nei desideri). Il romanzo della Lo Iacono, quindi, si muove – come il precedente Le streghe di Lenzavacche – tra ricostruzione storica e indagine di carattere morale.

Tra i molti personaggi che popolano le pagine del libro spicca in maniera superlativa quello di Lucia Salvo, descritta con brevi tocchi di colore e illuminazioni progressive di carattere: la sua figura solare, alterata soltanto dagli scatti dell’epilessia, la rendono capace di suscitare desiderio e amore negli uomini (il Conte figlio rinuncerà alla sua vita di gozzoviglie e di sesso spinto, Maurizio Fortunato si lascerà uccidere dai gendarmi borbonici durante gli scontri alla Fiera Vecchia di Palermo) e di spaventarli per la potenza delle manifestazioni del “fatto”:

Al che Minnalò e il Conte figlio si sono ammutoliti. Mai avevano visto una simile trasformazione. Non negli annali di Medicina, che dipingono i mostri e gli aborti. Non nelle note ai libelli di Mitologia, che catalogano mezzi animali e mezzi uomini, gemelli rimasti impigliati l’uno nell’altro, commistioni insane tra specie. Né alcun pittore, per quanto visionario, aveva mai affrescato le navate di villa Ramacca in modo più osceno. Lucia si contorce come una biscia, sboffa saliva e cenere, rotea le pupille lasciando le orbite vuote degli occhi. Il rumore non pare svegliarla né alcuno stimolo serve a riportarla in vita. […] Vederla aprire gli occhi è come assistere a una inaspettata resurrezione o come a un parto, da cui il neonato esca pesto per il male delle spinte. Quando piange, però, è l’intero creato che gli si rivolta contro; e si raggela in un urlo di morte, contraddittorio e indecente, come di chi non voglia assistere, nascendo, alla propria fine» (p. 91).

Lo stile del libro è sapido e barocco, ricco di aggettivi intuitivi e inquietanti, fatto di salti narrativi e di congiunzioni folgoranti. Rispetto a Le streghe di Lenzavacche cui ovviamente si apparenta, però, la ricerca linguistica è concentrata a livello di psicologia dei personaggi e di resa verbale dei loro paesaggi interiori e il risultato rende maggiormente affabulatorio il destino della narrazione e i suoi sbocchi drammatici. Un romanzo, in sostanza, che esprime e allude piuttosto che limitarsi a descrivere.

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