SUL TAMBURO n.60: Paola Rondini, “Crepapelle”

Paola Rondini, Crepapelle, Roma, Intrecci Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo enigmatico, un romanzo ricco di pathos, un romanzo che allude a una realtà sfuggente e disorientata, un romanzo senza idillio – e si potrebbe continuare a lungo a inanellare definizioni per un testo narrativo ricco e straziato come questo, frutto di una deliberata volontà di nascondere i retroscena per potere (e sapere) mostrare meglio ciò che soprattutto conta e che viene esibito sulla scena della realtà sconcertante e senza asse centrale che si trova costretto a mettere in evidenza.

La cifra stilistica di quest’opera narrativa è, infatti, l’allusione: gli eventi narrati vengono accennati, sfumati, avvolti in una nebbia di dubbio o allucinati dalla mente di chi li vive ma mai descritti per quello che sono stati veramente (o che si presume siano stati). I diversi personaggi che si succedono sulla scena non sanno che cosa vogliono o che cosa hanno voluto fare: non lo sa il dottor Giacomo Selvi nel momento in cui compie scelte decisive per la sua vita, non lo sa Greta Lensi quando decide di sottoporsi a una complessa operazione di chirurgia estetica che dovrebbe riportare il suo volto alla passata freschezza e giovinezza, non lo sa l’astrofisico Edoardo Valori quando distribuisce per strada, davanti alla casa di riposo per anziani in cui vive, dei fogli che contengono la rappresentazione della lemniscata di Bernouilli il che gli permette di continuare a pensare di avere un ruolo nella vita di chi incontra per caso. Il racconto della vicenda umana e sentimentale di Edo la cui fidanzatina Giselda muore per un tragico errore durante un rastrellamento di guerra ad opera dei tedeschi è al centro del romanzo e rappresenta il cuore pulsante della narrazione. La sua scoperta di un mondo parallelo a quello reale, un “infundibolo” (per dirla con un’espressione ricreata da Kurt Vonnegut nel suo Le sirene di Titano utilizzando un’analoga creazione linguistica di Beckett), lo porta a costruirsi un mondo tutto proprio mediante il quale sfuggire al dolore della perdita della persona amata e all’angoscia della vita quotidiana durante le vicende della guerra.

La figura che Edo adotta come modello di riferimento (e che dà il titolo al romanzo di Paola Rondini) è però quella dell’antifascista Crepapelle, straziato e poi ucciso dai tedeschi per non aver voluto rivelare il rifugio dei partigiani in montagna, un modello di coerenza morale nonostante il carattere un po’ stravagante dell’uomo che porta questo nome:

«Il povero Orlando era morto già da diverse settimane, eppure tutti in paese continuavano a parlare di lui e della tortura che aveva subito. I suoi piedi bruciati erano diventati l’incubo di molti e il nomignolo di sempre, riferito al cuoio delle scarpe rotte, quell’innocuo Crepapelle, aveva assunto un altro macabro significato. Passando rasente ai vecchi muri della scuola, un giorno che mi ero attardato col professore di scienza, vidi una frase dipinta con la vernice verde delle persiane, urlava a tutti “Crepapelle vive! Vendetta!”. Come per una folgorazione, decisi che avrei fatto la mia parte in quella guerra ingiusta e subita, che c’era bisogno anche di un ragazzino coraggioso come me in quella realtà sottosopra. Mio padre, che ricordavo appena, forse non avrebbe approvato, ma io volli immaginare che mi avrebbe dato la sua benedizione» (p. 95).

Edo manterrà quel nome di battaglia per tutta la vita e l’apporrà come sua firma particolare ai fogli con la lemniscata (e sparse annotazioni cripto-filosofiche) che distribuisce ogni settimana agli automobilisti che passano davanti alla casa di riposo in cui è alloggiato. Uno di quei fogli, finito nelle mani del chirurgo estetico Giacomo Selvi in procinto di operare al volto Greta Lensi, lo metterà in crisi profonda e lo indurrà a non operare più (almeno temporaneamente). La crisi sarà così profonda da indurlo a chiedere il supporto, anche sessuale e affettivo, della sua segretaria Barbara che precedentemente egli non aveva mai visto come una donna possibile ma solo come l’esecutrice dei suoi ordini e una figura del tutto anodina dedita a soddisfare i suoi bisogni di lavoro.

Le frasi contenute nel foglio donatogli da Edo sono ermetiche, criptiche e ai limiti della comprensibilità (“Vedi l’occhio diverso? / Vibrazioni, spostamenti / La porta è sempre aperta”, ad esempio) ma alludono ad un modo di pensare, a delle possibilità esistenziali, a delle prospettive inedite che spiazzano il chirurgo estetico abituato a una vita fatta di certezze, di sicurezze materiali, di piaceri assicurati da donne poco complicate ed esigenti, da alti compensi per operazioni tutto sommato frivole e risolutive solo a livello di pelle (come lui stesso ben sa e pensa).

Nel suo mondo fatto di pelle da aggiustare e rinsaldare si aprono delle crepe (il termine crepapelle,infatti, allude anche a questo, alle crepe che si producono sul derma) – al fatto che gli si sia aperto un vuoto esistenziale e morale, allora, non c’è rimedio né soluzione e la fuga, il rifiuto temporaneo di operare, la rimessa in discussione del proprio sistema di vita, l’aggrapparsi all’unica donna su cui si accorge di poter contare per la vita più che per il sesso non basteranno a risolvere un problema che è diventato generale piuttosto che legato a circostanze particolari.

Crepapelle, allora, si dimostra, per questo motivo, un romanzo di riflessione e di confessione morale piuttosto che di vicende costruite per ottenere un crescendo risolutivo – lascia aperto il finale e si concentra sulle inquietudini dei suoi personaggi, le lascia interagire, le sdipana invece che schiacciarle sul come va a finire (che magari i lettori si attendono alla fine dell’opera), costruisce delle realtà psicologiche che sono la cifra dell’epoca inquieta in cui sono collocate e poi dislocate narrativamente nel romanzo.

Patrizia Rondini, di conseguenza, redige un racconto di sommovimenti tellurici: dimostra cioè con le sue pagine nitide e ben cesellate come sia facile distruggere gli equilibri di una vita (quella del chirurgo Selvi come pure quella dell’insoddisfatta Greta Lensi) ma che proprio in questo si risolva e risieda forse compiutamente l’alea concreta del vivere: scegliere soluzioni di frontiera ai propri problemi esistenziali e alle proprie inquietudini profonde è, allora, possibile se si scava al di dentro di sé, se si fa “crepare” l’involucro superficiale di una pelle fin troppo abituata ad accettare l’indulgenza nei propri confronti (nutrita di molteplici e blande soddisfazioni di superficie) invece che cercare l’incontro definitivo e forse salvifico con quello che riposa nella profondità di se stessi e rende ciascuno adeguato a dare un senso alla propria vita.

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