SUL TAMBURO n.61: Andrea Verri, “Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga”

Andrea Verri, Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga, prefazione di Ricciarda Ricorda, Mira (Venezia), ArtPrint Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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La bibliografia su Leonardo Sciascia e la sua produzione letteraria, saggistica, aforistica, teatrale (e chi più ne ha più ne metta) è ormai così vasta e così ampia da risultare incontrollabile anche al più attento dei critici e /o dei lettori. Questa raccolta di saggi di Andrea Verri sarebbe sfuggita anch’essa se non fosse per l’originalità delle connessioni e dei rapporti che costruisce a partire dallo scrittore siciliano per giungere a lambire e affrontare gran parte della cultura letteraria italiana. La cultura letteraria dispiegata da Sciascia nelle sue opere è stata enorme e i collegamenti presenti nella sua produzione sono stati di grande ampiezza e notevole qualità fino a formare una vera e propria ragnatela di riferimenti letterari. L’intertestualità, quindi, come tecnica di indagine a livello di analisi della tessitura stilistica e ideologica presente nelle opere dello scrittore siciliano costituisce il contributo metodologico più significativo presente in questo volume di Verri mentre a livello tematico molto significativi sono i diversi sondaggi compiuti riguardo la sua relazione con alcuni autori classici italiani e il suo possibile riscontro nel complesso della produzione stessa sciasciana.

Come annota Ricciarda Ricorda nella sua intensa prefazione al volume:

L’attenzione al dato etico sembra essere il filo rosso che consente di accostare all’analisi del manzonismo di Sciascia il rilevamento del suo interesse per Belli, la cui continuità nel tempo Verri riporta a ragione proprio alla dimensione morale evidente nella produzione del poeta ottocentesco. Anche in lui, dunque, lo scrittore siciliano cerca quanto più gli sta a cuore, cerca, nonostante tutte le differenze e la distanza, se stesso» (p. 3).

Dunque:Verri si concentra sul debito che Sciascia ammette di avere con l’opera etico-letteraria di Manzoni mentre quello che gli interessa in Belli e soprattutto in Verga è maggiormente legato alla dimensione linguistica e stilistica. Se nel caso dell’autore dei Promessi Sposi la tensione etica che contraddistingue entrambi porta lo scrittore siciliano a privilegiare certe sue opere apparentemente marginali ma che ben rappresentano il magistero non solo letterario del suo autore, prima fra tutti la Storia della Colonna infame di cui Sciascia era un forte estimatore, per Belli la separazione tra uomo e opera è assai importante da rilevare ai fini della valutazione dell’impatto sul modello di intellettuale che emerge dalle pagine di Il fiore della poesia romanesca, l’antologia curata per l’editore Sciascia di Caltanissetta già dal 1952. Introdotta da Pier Paolo Pasolini e redatta in collaborazione con il grande studioso Mario dell’Arco (Mario Fagiolo all’anagrafe), questa antologia risulta a tutt’oggi poco studiata se non attraverso la preziosa testimonianza di Franco Onorati che ha raccolto il testimone lasciato da dell’Arco nell’ambito della poesia dialettale romana. Verri riprende le annotazioni sciasciane su Belli e conclude la sua disamina con una postilla interessante sul giudizio dato sull’uomo piuttosto che sul grande poeta:

«La divaricazione tra Belli e la sua opera è trattata dal punto di vista dell’uomo. La sua bifrontalità permette allo scrittore nel ’52 di parlare di “felice gesuitica posizione”, quindi di avanzare di già il giudizio negativo sulla morale media italiana cattolica di tipo compromissorio. Si intravede lo scrittore che dedicherà la sua opera a indagare gli effetti del cattolicesimo in Sicilia e in Italia. Sciascia ritorna sul rapporto tra Belli e la sua opera in Verga e il Risorgimento. Qui osserva la questione dal punto di vista dell’opera: “Il caso di Verga ha qualche analogia con quello del Belli: la cui opera, indubbiamente rivoluzionaria, appare sciolta da ogni rapporto con le convinzioni e il comportamento del suo autore”» (pp. 162-163).

La negazione delle qualità umane di Belli e le considerazioni fatte sulla sua mediocrità come figura pubblica non esente da compromessi e condizionamenti non impedisce a Sciascia di affermare la positività della sua scrittura e del suo sforzo letterario. La “rivoluzionarietà” della sua opera va rintracciata tutta nel suo stile e nel suo progetto letterario. La stessa condizione di ambiguità saprà presente nella figura di Giovanni Verga. Se la sua ricerca soprattutto linguistica è da considerarsi di rottura rispetto alla tradizione italiana precedente e in diretto rapporto con la cultura francese del Naturalismo, i contenuti veicolati in essa sono ampiamente reazionari e riflettono una Weltanschauung antirisorgimentale e antipopolare. Verga è un classico esempio – secondo Sciascia – di un autore capace di modificare profondamente la lingua grazie alle sue proposte di poetica ma incapace di andare al di là del modello socio-politico di appartenenza:

«Ciò che non piace a Sciascia del catanese è sempre lo stesso dagli anni ’60 alla fine degli anni ’80. Si rivela uguale anche il giudizio positivo su di lui. Verga è un grande scrittore, dell’88 è il breve testo, Masoch e Verga: leggendo alcune lettere del primo al secondo, nelle quali gli chiede di collaborare a una sua rivista, Sciascia considera: “Verga, il cui ingresso come grande scrittore avviene nella letteratura italiana intorno al 1920, già nel 1881, era considerato grande scrittore europeo da uno scrittore europeo”. Sempre, Sciascia da una parte riconosce la grandezza di Verga e dall’altra i suoi limiti» (p. 225).

Di conseguenza, Verga, pur essendo uno scrittore europeo, si rivela fin troppo legato alla cultura italiana per quanto riguarda la dimensione politico-sociale della sua poetica (simile critica dal punto di vista dell’ideologia Sciascia rivolgerà al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa).

Il saggio di Verri, assai minuzioso nella ricostruzione della produzione letteraria e della formazione culturale dello scrittore di Racalmuto, allude in questo modo a questioni di frontiera ancor oggi attuali: il ruolo dello scrittore nella lotta socio-politica, la sua posizione come espressione di una ben determinata classe sociale, il compito della letteratura nella lotta per il cambiamento e la rivoluzione sociale risultano ancora oggi questioni centrali nell’ambito di una visione della scrittura e dello stile che non voglia essere puro intrattenimento o sterile estetismo.

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