SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

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Emiliano Gucci, “L’ umanità”

Emiliano Gucci, L’umanità,  Elliot, 2010, 157 p

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di Gabriele Lastrucci

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Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca Nadir e Zenit della tua significazione,

però non separarti da me,

ti prego,

sii Luce,

non disabitata trasparenza.

(Mario Luzi)

Non scriverti tra i Mondi,

Al margine della traccia di lacrime

Impara a vivere.

(Paul Celan)

Qual è l’Umanità di cui scrive Gucci in questo potente e necessario libro?

O, meglio, quali sono le plurali e dolorose umanità protagoniste di questo testo meravigliosamente straziante e neramente luminoso di cui l’autore toscano è portatore e, insieme, tragico e appassionato demiurgo-spettatore?

E, in fondo, chi siamo noi, smarriti cercatori di popolate e sanguinanti solitudini?

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SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

I riti agrari che si tingono di religiosità diffusa e spesso inconsapevolmente pagana, la conservazione di pratiche tradizionali tramandate nel tempo, la sicura ripetizione di pratiche antiche e legate alle generazioni scandiscono i ritmi delle Opere e i giorni che Virgilio Moretti riscrive nel suo libro. Come Esiodo ha fatto nel poemetto che lo ha consegnato alla storia della letteratura occidentale, l’esame delle attività agricole più significative è legata al loro significato mitico-cultuale e alla loro dimensione psicologica. L’opera esiodea viene classificata come un testo didascalico e descrittivo ma ovviamente si tratta di un giudizio troppo riduttivo: il poeta greco di Ascra abbozza nella sua analisi dell’attività lavorativa rurale del tempo suo una scansione narrativa legata a una vera e propria filosofia della storia (il passaggio dall’Età dell’Oro della felicità produttiva primigenia all’Età del Ferro attuale cui si giunge dopo aver attraversato l’Età dell’Argento, del Bronzo e degli Eroi) e le attività lavorative dei contadini vanno inquadrate in questo contesto generale (e drammaticamente pessimistico).

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SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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