SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

I riti agrari che si tingono di religiosità diffusa e spesso inconsapevolmente pagana, la conservazione di pratiche tradizionali tramandate nel tempo, la sicura ripetizione di pratiche antiche e legate alle generazioni scandiscono i ritmi delle Opere e i giorni che Virgilio Moretti riscrive nel suo libro. Come Esiodo ha fatto nel poemetto che lo ha consegnato alla storia della letteratura occidentale, l’esame delle attività agricole più significative è legata al loro significato mitico-cultuale e alla loro dimensione psicologica. L’opera esiodea viene classificata come un testo didascalico e descrittivo ma ovviamente si tratta di un giudizio troppo riduttivo: il poeta greco di Ascra abbozza nella sua analisi dell’attività lavorativa rurale del tempo suo una scansione narrativa legata a una vera e propria filosofia della storia (il passaggio dall’Età dell’Oro della felicità produttiva primigenia all’Età del Ferro attuale cui si giunge dopo aver attraversato l’Età dell’Argento, del Bronzo e degli Eroi) e le attività lavorative dei contadini vanno inquadrate in questo contesto generale (e drammaticamente pessimistico).

Il tono del libro di Moretti, tuttavia, non è tragico e neppure sconvolto dal dolore per quello che non c’è e non ci sarà mai più – è invece attraversato continuamente da una nostalgia simpatetica (talvolta assai forte nel pathos dimostrato, talvolta bonaria o ridanciana) per un passato ormai irrimediabilmente scomparso e destinato a non ritornare più. E’ il rito che emerge dal ricordo di adolescenza e poi di giovinezza, rito pagano aggiustato da una cristianità un po’ ingenua:

«I falò alla vigilia delle feste. Ci fa / di paglia / la vigilia / della festa. / Splendono / all’or di notte / delle campane, / nella domestica / via, / i sacri fuochi. / Si sta / nel semicerchio / di penombra, / ché intera / salga / calda la luce / fin le stelle. / Ardono / nelle braci / fragili / ultime le croci» (p. 22).

Di questo suo testo poetico lo stesso Moretti scrive nelle note a pie’ di pagina che fioriscono nel libro e fanno parte integrante del suo discorso poetico: “Era una di quelle tradizioni religiose, che teneva legata la gente di campagna ai riti del cristianesimo, al parroco, il punto di riferimento della comunità, colui che con la celebrazione della messa riuniva nella chiesa le famiglie, cementava quel senso dell’appartenenza ad un popolo, mentre favoriva gli incontri, le amicizie, la conoscenza reciproca e la solidarietà. Momenti importanti per coloro che, ed erano tanti, durante la settimana erano impegnati da mattina a sera nel podere” (p. 23).

Il poeta rimpiange queste occasioni, queste occasioni, queste forme di aggregazione “barbare” ma vitali e solidali. In un altro testo successivo, i valori evocati precedentemente emergono con vivida burbanzosità e vigorosa veemenza:

«Solidarietà in campagna. Si sta insieme: / nei campi, / nell’aia, / oltre la sera / che accende / le stanze / di lumi. / A un grido / si corre / dove si nasce / o si muore / lontano / dal campanile» (p. 179).

La solidarietà scatta “ad un grido” e individui isolati si ritrovano ad aiutarsi, a soccorrersi, a darsi soccorso e sostegno l’un l’altro. La lontananza nei campi viene superata dalla volontà di ritrovarsi di fronte al bisogno, al dolore, alla morte. Su tutto svetta il campanile del paesello. E’ un mondo d’antan questo presente nelle pagine di Moretti, un mondo di ieri che non c’è più, una dimensione del vivere che in città (ma anche in centri più grandi e più popolosi, distesi sul territorio) si è perso e non si ritrova se non in circostanze davvero eccezionali.

La solidarietà come valore è trasposta nel verso spezzato, spesso monoverbale, ridotto all’osso di Moretti: le sue parole si inseguono sulla pagina per cercare una contiguità e una continuità che da sole hanno perso e che, nel contesto memoriale cui vengono ricondotte, riacquistano un valore aggiunto lirico. Ne è eccellente esempio un testo apparentemente im-poetico come:

«La stufa alle botti. D’ottobre / vedi / della botte / il rotolio / giù per l’aia; / ma io / non gioco / al Bravio / di Montepulciano, / per quanto appaia. / Faccio la stufa / d’acqua di cotogna / a mendar / l’ascosa magagna / e il soffio / a treno / con un colpo / pieno / al cerchio / che mal avvigna» (p. 48).

Sembra una storia di ordinaria manutenzione: le botti vanno riparate, ripulite, verificate nelle doghe che si erano allentate e riconnesse con un mazzuolo per evitare dispersioni di liquido quando sarebbero state utilizzate. Niente di apparentemente poetico in questo processo annuale di verifica e ripulitura – eppure nel “rotolio” delle botti (evocato dalla gara moltepulcianesi tra giovani e vigorosi “rotolatori” di vasi vinari), nel “mendare” l’”ascosa” mancanza nelle doghe, nel “soffio a treno”, gli stessi termini tecnici si riempiono di una soffusa liricità che è nei fatti e forse non soltanto nelle parole. L’amore per le botti da riparare evoca la vendemmia, la spremitura dei grappoli d’uva, la produzione di vino, la festa e l’ebbrezza – tutto questo contenuto in poche parole che indicano operazioni ripetute ogni anno e ormai consolidate nella memoria produttiva della famiglia che le praticano. Tutta la vita quotidiana, di conseguenza, appare un susseguirsi di ricordi, di operazioni necessarie mandate a mente, un susseguirsi di doveri che non si possono evitare:

«Folla di ricordi. Ho imparato / a memoria / i gironi / fradici / di pioggia, / i solari / senza quiete, / le notti / brevi / con la chiaría / d’oriente / ne’ campi, / d’estate / nell’attesa / del pane / nella madia / bianca» (p. 115).

La poesia di Moretti si rivela così una poesia fatta di ricordi, di rimembranze, di nostalgie, di rimpianti e di sogni. Si tratta di un mondo complesso e compiuto, un insieme di “opere e giorni” che non ritorneranno più. Il suo tentativo di riportarlo in vita, tuttavia, con il suo complesso sistema di testi in versi, di notazioni in prosa e di disegni solo apparentemente ingenui, funziona nel far riemergere dal pozzo profondo e apparentemente senza fine del passato la verità di un tempo che non c’è più – un tentativo il suo portato a termine con gli strumenti inesausti della poesia e della volontà personale di raccontarsi per non perdere la speranza di ritrovarsi ancora nella bellezza della natura e del mondo apparentemente perfetto che è stato.

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