SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

La Chimera si affaccia dal cielo ormai lontano per invitare a sciogliere il suo mistero e sognare alla sua melodia sospirante pace e piacere. Ma se, invece, a differenza di quel che scrive Dino Campana, il suo volto non è dolce e non induce alla tenerezza ma, invece, abita una grotta dove abitano la prevaricazione e il dolore diventa il simbolo di un altro mondo fatto di lacerazioni e di violenze, una rappresentazione della sofferenza e dell’angoscia tipiche del mondo contemporaneo.

Il libro di Amelia Casadei è composto da sedici brevi apologhi il cui senso profondo è la compassione per un universo condannato al male di vivere. Ma non si tratta di testi scritti intingendo la penna in un pessimismo di maniera o cercando una facile condanna delle aberrazioni e delle frustrazioni che scandiscono i passaggi sempre uguali e imprescindibili dell’esistenza.

Gli apologhi della Casadei sono fulminee incursioni in un mondo malato o tragico, in situazioni di disagio e di angoscia, in una dimensione di dolore e di impotenza che alludono forse a una possibile speranza ma sono una lucida descrizione del presente prossimo.

Come scrive simpateticamente Franco Manescalchi nel suo preludio al libro:

 

«[…] la Casadei è innanzi tutto cosciente delle lacerazioni del proprio tempo e, invece di essere una narratrice che dà vita a “personaggi in cerca d’autore”, affida alla pagina figure estreme, eponime di una condizione, ma che finiscono col far parte del tessuto della propria interiorità, come smpre è accaduto ai veri narratori che rimangono a caposaldo di una definizione dell’uomo nel tempo. D’altronde essa sa che nel postmoderno “le grandi narrazioni” sono finite (per ricordare Lyotard) e che dunque occorre scrivere personalizzando al massimo la scrittura, non potendo usufruire di schemi narrativi fissati una volta per sempre in canoni naturalistici, psicologici, strutturalisti o che altro»

 

Per questo motivo, l’apologo va rinnovato nelle sue modalità di funzionamento e nella sua mobilità espressiva. L’autrice si rivela capace di invenzioni narrative notevoli e sconvolte come quando mette in scena un piccolo nato prematuramente o un migrante o altri modelli di umanità ferita o distrutta o mutata per sempre nel profondo dalle asprezze e dalle ingiustizie della vita.

Il passato non è meno feroce del presente – la “prima femmina preistorica” racconta vicende di sopraffazione simili e conturbanti come potrebbe farlo una donna del Medioevo abbandonata dal marito o una prostituta (divenuta tale per effetto di un inganno maschile e quindi condannata all’anatema sociale) nel ventesimo secolo. Un migrante racconta la sua storia triste e desolata di naufrago (Andar per mare) e una persona ormai anziana si lamenta della sua condizione di persona derelitta, abbandonata dai figli, affidata a una badante e in preda alla più devastante malinconia.

Allo stesso modo, un killer seriale ricostruisce nella propria mente attraversata dai fantasmi di morte i propri delitti mentre un bambino nasce e si compiace della vita che l’attenderà.

Alla Biblioteca delle Oblate i libri dialogano tra di loro e si incontrano sul piano inclinato dei loro titoli (come nel finale di Fahrenheit 451) e un nano conosce la verità sul proprio vero padre, quello naturale, che l’ha abbandonato insieme alla madre mentre il suo padre adottivo, René il Marsigliese,  mentre un uomo solitario rinnova la sofferenza della sua solitudine fatta di vino bevuto e di notti insonni in attesa di un’alba che spazzi via la nebbia e permetta al sole di sorgere e splendere nel cielo. Si tratta di una Chimera? Forse – ma la vita è sempre intessuta di futili quanto indispensabili speranze, di verità sottaciute, di amori impossibili e bellissimi, di sogni infranti dal realismo implacabile della vita.

Nella Seconda Parte del libro, una gallina ricorda la propria esistenza operosa e i suoi amori disattesi; un topo di campagna sceglie la compagnia dei gatti selvatici rifiutando quella dei ben pasciuti felini casalinghi; un cane ritrova fiducia in se stesso grazie ai saggi consigli della pulce Corinne; una iena ridens accetta la propria natura ancestrale di parassita del leone re della giungla e rifiuta i servigi del pesce-palla psichiatrico che avrebbe voluto risanarne il carattere agendo da perfetto psicoanalista consumato; altri animali attendono e insistono nella ricerca della loro rivalsa e un albero si riserva di tornare a rivivere nella brezza primaverile la propria rinascita abituale invece che credere allo strappo del disincanto e del timore di decadere irreversibilmente.

La raccolta di racconti di Amelia Casadei si rivela, quindi, a una lettura attenta, una miniera di spunti, di intuizioni, di riflessioni, di attenzioni al mondo che la trasformano da libro di apologhi in un registro inquietante di impossibilità, dove la Chimera trionfa e il mondo mostra tutta la sua potenziale gamma di atrocità e di speranza. Nonostante l’insistito pessimismo di molte delle sue brevi narrazioni, infatti, la possibilità di una vita più giusta e migliore resta sempre a disposizione di chi è disperato: per coloro che lo sono, infatti, la speranza è il rifugio di una vita che non dovrebbe averne o mostrarla e tuttavia la conserva “come un vizio assurdo” o un sogno mattutino di possibile felicità.

 

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