SUL TAMBURO n.68: Raul Montanari, “Sempre più vicino”

Raul Montanari, Sempre più vicino, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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L’ultimo romanzo di Raul Montanari rientra a pieno titolo in quella categoria letteraria (quasi un nuovo genere o sottogenere volutamente non codificato come tale) che è stato battezzato post-noir dalla critica e che si rifà ad autori che sfuggono alle regole del noir classico e tradizionale per approdare a un progetto di scrittura libero dai condizionamenti che il genere inevitabilmente comporta. Vi apparterrebbero autori come la Patricia Highsmith di Sconosciuti in treno o il Friedrich Dürrenmatt del ciclo del commissario Hans Barlach o del “requiem per il romanzo poliziesco” intitolato La promessa. Che cos’è il post-noir? E’ un romanzo che non presenta personaggi particolari, dotati di abilità investigative perspicue se non eccezionali (come nei romanzi di Chandler o di Hammett) oppure interessanti per le loro caratteristiche fisiche e morali ma persone comuni che si trovano in circostanze avventurose o straordinarie spesso senza volerlo o per loro errore e spesso improntitudine. Si tratta di persone “normali” in situazioni non comuni costrette ad affrontarle con i (pochi) mezzi a loro disposizione. Il risultato è una sequenza di eventi misteriosi che trovano uno scioglimento, spesso tragico (ma non sempre), alla fine di un percorso di ricerca scandito da colpi di scena, di trovate bizzarre, di soluzioni inedite.

E’ il caso di Valerio, ventisette anni, aspirante sfaccendato ma costretto dal padre a lavorare nella sua impresa di recupero crediti e che vive affittando tramite l’agenzia online Airb’n’b un appartamento che non è suo e che apparteneva a uno zio, Willy, dalla vita e soprattutto dalle ricchezze misteriose, sospettato in vita di essere stato legato a sette sataniste e morto in circostanze misteriose. L’abitudine del giovane ad affittare (ricavandone un lauto profitto) l’appartamento del defunto a occupanti occasionali lo porterà a ricevere in casa una misteriosa donna, Viola Mastrangelo, la cui presenza lo affascina immediatamente. Valerio farebbe qualunque cosa per sedurla (anche un tuffo in una vasca d’acqua gelida per recuperare la barchetta perduta di una bambina in lacrime) ma non ha idea di dove questo suo desiderio lo porterà nel corso della narrazione. Dall’arrivo di Viola si scatena una ridda di vicende tragicomiche e drammatiche che vedranno coinvolti Simon, l’amico del cuore di Valerio, Elena, l’architetta masochista che usa Valerio per i suoi giochi sessuali solo in apparenza perversi, Raffaele Mastrangelo, il marito sadico e ferocemente accanito nella ricerca della moglie in fuga, la sua spietata guardia del corpo, l’investigatore privato non-seriale Ric Velardi (già protagonista del romanzo Strane cose, domani, Baldini & Castoldi 2009 e in versione juvenile di Il regno degli amici, Einaudi 2015) e soprattutto il tesoro nascosto dello zio, un’eredità la cui esistenza è sempre in dubbio e il cui enorme valore verrà rivelato solo alla fine della narrazione.

L’azione si sposterà lontano da Milano, fino in Brasile e si svilupperà in maniera drammatica fino a una (parziale) conclusione, risolvendosi in un finale aperto.

Ma quello che conta non è tanto la soluzione dell’enigma (e il ritrovamento del tesoro come nei migliori romanzi d’avventura tradizionali) quanto il fatto che più si va avanti nella costruzione della vicenda, tanto più vicino si arriva a toccare la dimensione profonda, la sostanza scottante dei rapporti umani, la realtà nascosta della verità dei fatti. Sempre più vicino ma ovviamente mai definitivamente al nocciolo della questione (come avviene nei romanzi di Graham Greene, un autore che, come Dürrenmatt, assomiglia molto nel progetto letterario alla proposta di Montanari). Nella pagina finale del romanzo, infatti, dopo l’agnizione e lo scioglimento dell’intreccio, la fuga di Valerio dalla vita si rovescia nella sua prodigiosa immersione in essa. Vale la pena di leggerla almeno in parte come un explicit dal sapore liberatorio e ricostitutivo dei parametri della soggettività rimessi più volte in discussione nel romanzo:

«A Venezia!, disse fra sé , e intanto ormai il cielo all’orizzonte era coperto ma non troppo scuro, non da doversi fermare e tornare indietro – almeno così sperava. Qualche goccia rada cominciò a scendere, e da terre lontane, che non poteva ancora vedere, il vento gli portò un odore che riconobbe subito e che non assomigliava a nessun altro. Lo aspettava. Era come una vecchia canzone di cui sai che ti accompagnerà per tutta la vita. Un odore che si sente solo d’estate e che per lui era l’estate, fin da quando era bambino, o forse era anche qualcosa di più. L’odore dell’asfalto quando piove» (p. 316).

Quello che conta in questo romanzo di Montanari, di conseguenza, è la sua capacità di intrecciare destini personali,spesso bizzarri ma mai banali o consueti, in una ricerca di qualcosa che vada oltre il recinto abituale dell’esistenza, nel tentativo di andare sempre più vicino alla verità di essa.

Nell’intreccio di dimensione onirica e di allucinazione realistica che contraddistingue la tessitura stilistica e narrativa del libro, la verità si intreccia con il sogno e il desiderio: Viola vale il tesoro e il tesoro, ambizione segreta di ogni adolescente lettore di Robert Louis Stevenson, vale la maturità e il conseguimento di un centro che il lavoro e le frequentazioni occasionali non sono capaci di raggiungere. E’ per questo che andare sempre più vicino significa cercare il nucleo “mistico” delle cose (e “scrittore mistico”, forse un po’ avventatamente, Andrea Camilleri ha definito l’autore di questo romanzo che si colloca tra post-noir e avventura alchemica).

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