Marco Palladini, “Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians”

Marco Palladini, Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians, Zona Contemporanea, 2017.

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di Francesca Farina

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Partendo da un famoso titolo degli anni ’20, quello del romanzo “Naja tripudians” di Annie Vivanti, che alludeva al nome scientifico del “cobra sputatore” e non ha nulla a che vedere con la naja di cui parla l’autore, ossia il famigerato servizio militare, parola di derivazione oscura ma che è legata ad un periodo della vita dei giovani di una volta, perlopiù inteso come “tempo perduto”, Marco Palladini, esperto di linguaggi innovativi, fin dal titolo del suo racconto autobiografico gioca, con una certa ironia che però non si spinge mai al sarcasmo, sull’ambiguità di una situazione stoicamente sopportata, cercando di trovarci anche del buono. Nelle citazioni poste in exergo, quella di Pasolini che rievoca il Passato come “l’unica cosa che noi conosciamo ed amiamo veramente” e quella della canzone “Hotel California” degli Eagles, che allude all’impossibilità di lasciare le persone un tempo amate, lo scrittore dà l’accesso alla porta della narrazione, strutturata in sessantuno brevi capitoli, costituiti ciascuno da due, tre pagine assai dense, in cui un giovane militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, che voleva abbattere lo Stato borghese, si ritrova a 25 anni, nel 1980, a combattere con tutte le contraddizioni che la condizione di soldato gli prospetta.

Immerso da subito nella schizofrenia che la stessa comporta, “scisso tra il soggetto fondamentalmente ribelle, insofferente, bastian contrario che naturalmente era, e il soggetto subordinato, obbediente, integralmente sottomesso ai comandi altrui che il corpo militare ti costringe ad essere” si adegua, di tappa in tappa, come nelle stazioni di una Via Crucis laica, a trascorrere quell’interminabile anno di naja con un atteggiamento di resistenza passiva, che ne fa quasi un tenero “eroe del nostro tempo”. Si assiste così alla registrazione dei più minuti istanti della vita di caserma, dalla farsa dell’addestramento delle reclute al tran-tran dei giorni da coscritto, dapprima a Salerno e dintorni, quindi a Padova e adiacenze, sempre sottoposto ai regolamenti, alla rigida quanto assurda disciplina, che talvolta si poteva eludere, schiacciato dall’arroganza di ufficiali fascisti o tollerato dalla bonomia di sottufficiali accomodanti, costretto a sopportare compagni rozzi o violenti, ovvero a fare lega con i pochi usciti dalla Bocconi, barcamenandosi tra le snervanti “guardie” notturne e il cibo immangiabile della mensa, tra le incongruenze del lavoro al centralino e le smanie degli amori, sognati e vissuti, dal sesso praticato occasionalmente come puro svago e distrazione all’angoscia del presente assai duro da affrontare.

Il racconto, a tratti divertito e divertente, delle vicende di Michele Parravicini, ritratto realistico dell’assurdità dell’esperienza di soldato, sovente intollerabile a causa della stessa ideologia che rappresenta, totalmente contraria al comunismo ideale e all’individualismo anarcoide da lui vagheggiati, coinvolge pagina dopo pagina sempre di più, sia per il tono pacato e quasi colloquiale, da amico fraterno timido e ritroso, che l’autore ha saputo infondere al suo personaggio, sia per la tenerezza che sa suscitare un giovane “presuntuoso e stronzetto anzichenò”, però in fondo assai umile, semplice, modesto nel suo rapportarsi col mondo feroce che lo circonda, agendo, o meglio non agendo, senza sbraitare contro le sue follie, senza pretendere di cambiarlo ma accettandolo come un morbo inevitabile, diventato a un certo punto una vera e propria malattia che lo mandò in ospedale, da cui sarebbe guarito alla fine di quei fatidici trecentosessantacinque giorni.

La terribile noia della naja, gioco di parole che il protagonista avrà senza dubbio pensato, tra i tanti calembour di cui si pregia il volume, nascondeva, in maniera non eccessivamente subdola, l’assoluta inutilità, se non il danno, del servizio militare, come dimostrato dall’assegnazione dei falsissimi “diplomi” che Michele riceve, nonostante non abbia mai seguito i corsi a cui era iscritto d’ufficio. Si tratta insomma della ricostruzione perfetta di un anno “demenziale”, che appartiene a quasi tutti i giovani della sua generazione, che hanno patito quei giorni straniati con relativo contorno di film, canzoni, luoghi e persone in cui rispecchiarsi, con cui condividere sogni ed emozioni, ma soprattutto illusioni, delusioni e dolori in attesa della vita “vera”.

 

 

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