Folgorati da César Aira, scrittore eccentrico

César Aira, Il pittore fulminato, Introduzione di Roberto Bolaño, Traduzione di Raul Schenardi, Fazi Editore, Roma, 2018, pp. 94, euro 16,00.

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di Primo De Vecchis

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Il pittore fulminato (2000) di César Aira narra un particolare episodio della vita del pittore tedesco Johann Moritz Rugendas (1802-1858), accaduto nel 1838 circa, durante uno dei suoi viaggi tra il Cile e l’Argentina. La storia oscilla tra verità storica e finzione e l’autore argentino César Aira si mostra molto abile nel rendere verosimile la vicenda talora inverosimile di Rugendas, accompagnato dal suo amico pittore Robert Krause.

Il breve romanzo di César Aira inizia quindi come una novella storica, documentata, enciclopedica e si trasforma rapidamente in una finzione quasi mistica, visionaria, ricca di folgorazioni pittoriche e meditazioni zen. L’abilità di Aira sta proprio nell’introdurre il lettore in un mondo apparentemente realistico e scientifico per trascinarlo sempre più in una dimensione onirica, visionaria, allucinata. Il centro ineffabile del romanzo è proprio costituito dalla caduta del fulmine nel corpo di Rugendas, che tuttavia si salva, ma a caro prezzo. Quest’episodio centrale e folgorante costituisce una sorta di spartiacque nella vita del pittore raffigurato da Aira. C’è un prima e un dopo la caduta del fulmine. La vita del pittore risulta cambiata irreversibilmente. La visione scientifica, humboldtiana, geografica, sembra lasciare spazio a una visione più mistica e visionaria, con ricorrenti riferimenti al buddismo zen (dove non a caso abbondano illuminazioni, intuizioni, flash). La storia delle religioni è ricca di episodi simili, che mettono l’uomo di fronte al trauma della morte, dal quale però esce ancora vivo e rafforzato. Pare che un fulmine cadde vicino al giovane Martin Lutero, spingendolo poi a farsi monaco. Paolo di Tarso fu folgorato sulla via di Damasco da una luce intensissima (forse provocata da un attacco epilettico), che favorì la sua conversione. Un trauma si tramuta spesso in una rivelazione. Mi è venuto subito in mente l’episodio narrato da Mircea Eliade in Un’altra giovinezza (e tradotto in film da Francis Ford Coppola): il professore rumeno Dominic Matei viene colpito da un fulmine a Bucarest nella notte di Pasqua del 1938 (un secolo dopo Rugendas!), ma rimane illeso, anzi si ritrova ringiovanito di trent’anni e dotato di una memoria ipertrofica. Non accade la stessa cosa al povero Rugendas, ma l’impatto traumatico e trasformativo è il medesimo: «le emicranie sovrumane lo lasciavano prostrato nel suo letto in soffitta, dove si contorceva per il dolore come un serpente incantato» (p. 56). Aira dimostra con questo romanzetto come si possa essere profondi pur rimanendo in superficie. Ogni psicologismo frusto e narcisistico è bandito, rimangono le pure cose percepite dal soggetto a testimoniare la loro partecipazione all’Essere che permea il cosmo. Ripeto, la suggestione del buddismo zen, così legato alla poetica visuale dell’haiku, credo che eserciti una certa influenza nello stile, che rimane però pur sempre un flusso di percezione eterogeneo filtrato dalla coscienza. Potrei mettere insieme alcune immagini per dimostrarlo:

1. «l’edificio bianco delle Poste, piccolo come un dado» (p. 69);

2. «si sarebbero dovuti rassegnare a vedere gli indios piccoli come soldatini di piombo» (p. 71);

3. «Le mucche da latte si erano coricate e apparivano come masse scure» (p. 76);

4. «Rugendas […] vedeva le cose, non importava quali, e scopriva che erano dotate di “essere”, come gli ubriachi al bancone di una bettola infame che fissano una parete scrostata, una bottiglia vuota, il bordo della cornice di una finestra, e li vedono sorgere dal nulla in cui la loro serenità interiore li ha immersi» (p. 82);

5. «gli indios si disperdevano, così minuscoli che sembravano cavalcare zanzare» (p. 85).

La stessa estetica di Rugendas, ancor prima del fatale evento, sembra rispondere a questa esigenza di rarefazione e semplificazione istantanea:

«Nei suoi quadri la semplicità avvolgeva ogni cosa, e conferiva all’opera uno splendore di madreperla e la luce di una giornata primaverile» (p. 21).

L’inesauribile bellezza del creato è un fenomeno che appartiene soprattutto al grado di coscienza raggiunto dal soggetto che la percepisce. Ogni cosa è illuminata in una mente sfiorata dallo splendore. Si tratta ovviamente di illuminazioni parziali, che sottraggono l’artista dal dolore del mondo e dalla volontà di vita (come sosteneva l’immancabile Arthur Schopenhauer). I grandi scrittori, che considerano la letteratura la principessa delle arti, sono spesso arrivati a queste conclusioni, hanno provato questa sensazione fisica, che nelle poetiche primonovecentesche s’incarna talora nelle epifanie, nella madeleine, persino nel fuoco dannunziano. Penso però soprattutto a uno scrittore folgorante come J. D. Salinger, precursore della beat generation, che dopo aver detto tutto quello che c’era da dire si trincerò in un apparente silenzio meditativo. Il racconto Teddy (1953), contenuto nei Nove racconti (Einaudi, 2009), riassume quanto da me precedentemente esposto, e vorrei citare un passo, che attirò anche l’attenzione di Renato Barilli, in una sua nota critica (in L’azione e l’estasi. Le neoavanguardie degli anni ’60, Testo & Immagine, 1999): «Avevo sei anni quando ho capito che tutte le cose sono Dio, e i capelli mi si sono drizzati sulla testa eccetera. Era una domenica, ricordo. Mia sorella era una bambina di pochi mesi, allora, e stava bevendo il suo latte, e all’improvviso ho visto che lei era Dio e che il latte era Dio. Voglio dire che non faceva altro che versare Dio dentro Dio, capisce cosa voglio dire?» (p. 221).

A quanto pare il pittore Rugendas continua a vivere nelle finzioni latinoamericane: di recente è entrato a far parte anche di un romanzo storico del cileno Carlos Franz, Si te vieras con mis ojos (2016).

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