Maurizio Serra, “D’Annunzio le Magnifique”

La prima ‘chicca’ del nuovo anniversario dannunziano esce in francese: a ottant’anni dalla morte del Vate degli italiani (1938-2018), ecco la nuova biografia di Maurizio Serra, D’Annunzio le Magnifique, Paris, Grasset, 2018 (février), 702 pp.

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 di Luciano Curreri

Maurizio Serra è un grande saggista e biografo perché sa confrontarsi in maniera nuova con l’altro ogni volta che la sfida gli pone di fronte, sul ring della scrittura, un nuovo campione del passato alle prese con sé stesso. Il biografo è una specie di arbitro imparziale, che sorveglia l’incontro di un uomo che si cimenta con la propria vita, attento fino all’ultimo, dimentico degli schiamazzi del pubblico, che sente ma di cui non si cura. Questa capacità diventa militanza se pensiamo che il suo ultimo lavoro, dedicato a D’Annunzio le Magnifique, esce in terra di Francia, da Grasset; quella terra che ha accolto, quasi come una seconda patria, l’autore italiano, che lo ha anche elogiato, ma che ha dato prova di una certa incomprensione, a partire dalla scrittura del cognome scelto dal padre di Gabriele, con o senza «d» o «D» (Serra opta subito, ma argomentando nel primo capitolo, per la «D» maiuscola, cui anch’io mi atterrò, rinunciando alla minuscola «d» nobiliare voluta dallo scrittore, come riconosce anche, fin dalle prime pagine, il lavoro di cui stiamo dicendo). Insomma, la sorella latina ha spesso trattato l’autore del Piacere (1889; L’enfant de volupté in francese) con una certa sufficienza, riducendolo, per dirla in soldoni, a un dandy donnaiolo, o poco più; a parte alcuni sodali dell’epoca — Magnifique lo definisce André Suarès in un passaggio d’una lettera a Jacques Doucet del 27 settembre 1919 posto non a caso in epigrafe — e i pochi (ma significativi) lettori avvertiti che seguirono (da Pierre de Montera a Guy Tosi), oltre, ovviamente, ai suoi traduttori, da Georges Hérelle a André Doderet, passando almeno e ancora per Natalia de Goloubeff, ribattezzata Donatella Cross, e Ricciotto Canudo.

Ecco, la militanza del biografo Serra sta nel non inseguire più di tanto le vicende d’amore e/o solo il côté mondano del Vate e nel riprendere invece quanto di meglio la cultura francese gli ha regalato a tutt’oggi, e introdurlo di nuovo in seno alla stessa, senza pregiudizi (che sono ancora evidenti e davvero poco informati, come dimostra la recensione [sic] alla biografia di Maurizio Serra uscita su «Le Monde des Livres» il 9 febbraio scorso).

Di più. Il Suo D’Annunzio le Magnifique concreta una ‘trilogia italiana’ principiata con Malaparte. Vies et légendes, volume uscito nel 2011 e Premio Goncourt per la biografia, e continuata con Italo Svevo ou l’antivie, del 2013, entrambi per i tipi di Grasset, grazie alla proposta di Jean-Paul Enthoven. Se mettiamo Malaparte tra parentesi, possiamo dire che quasi sempre, anche in Italia, chi ha scelto come oggetto di studio e di racconto biografico e critico Svevo ha invece snobbato bellamente d’Annunzio, e viceversa. A parte qualche eccezione più recente e significativa (penso a Guido Baldi in particolare), questa sorta di ‘legge non scritta’, di idiosincrasia fatta canone critico, vale ancora oggi (a partire dal sottoscritto, che ne può rendere conto ora in seno ad autocritica più che al narcisismo degli anni giovanili, alla stagione delle scelte nelle quali ci si voleva anche un po’ specchiare, diciamocelo).

Certo, la biografia dà la precedenza al personaggio di cui cerca di fare il ritratto, di dire la vita. Ma Serra, in tanti luoghi del suo D’Annunzio, dall’Introduzione all’Epilogo, in tante note, non smette di portare avanti un discorso d’ordine contestuale che non è dimentico dei diversi autori affrontati precedentemente, dal Malaparte che cerca di indurre in errore e ‘far errare’ il biografo in virtù delle sue affabulazioni allo Svevo che tenta di sedurlo con le sue multiple identità; e per non parlare di Marinetti e di Malraux in cui Serra ha saputo scovare influenze dannunziane non troppo carsiche attraverso il suo saggiare la modernità, spesso anche quella non accettata e relativa al D’Annunzio Vate nazionale, nella ‘trilogia’ edita dal Mulino negli anni Novanta e cominciata con L’esteta armato, di recente riproposto dalla Finestra editrice in Italia e da Seuil in traduzione francese.

E il Vate degli italiani per l’appunto? Maurizio Serra ha avuto come l’impressione che se ne infischiasse in maniera regale del potenziale biografismo altrui; e al limite e finanche di un canonico autobiografismo, e pure di quello suggerito e reso biografico da sé, magari via i ‘servigi’ d’un segretario ‘alla Antongini’. Insomma, il biografo non si fa prendere in castagna ma non può neanche illudersi di entrare davvero in gioco e magari di mettere alle corde D’Annunzio Gabriele, di finirlo nell’angolo. Non è questo il suo lavoro, del resto. La provocazione del biografo, al limite, è un’altra e riguarda chi resta fuori dal ring: quel pubblico che non si rende conto che l’agone dannunziano, per esempio, non è poi così diverso da quello pasoliniano («Osate dire che l’egocentrismo di Pasolini e il suo desiderio di dominare la sua epoca rivela una matrice dannunziana: non vi resterà che scegliere l’albero a cui sarete impiccati»).

Serra sfuma o cassa tout court tanti luoghi comuni della nostra cultura e storia, grazie a D’Annunzio, e nega la facilità con cui lo si è via via accusato di dilettantismo e di mediocrità, prima, di fascismo e demenza senile, poi. Di più. Serra non crede che la vita dannunziana si possa risolvere tutta e facilmente — e quindi sterilmente — in un’ansia di metamorfosi che tutto spiega. Troppo spesso, in effetti, si è voluto credere che tutto fugga in modo costante e preventivo nell’uomo e nell’opera che rispondono al nome di Gabriele D’Annunzio.

Invece tutto è più netto di quanto non si pensi e a un tempo tutto è più umano, vulnerabile, in quest’uomo che non ha monoliticamente investito in una statua di sé data nel marmo una volta per tutte ma l’ha sempre decostruita a favore di una nuova costruzione, disattendendo anche i più polemici e inveterati critici d’antan (ma anche più d’uno dei giorni nostri). Nel tracciare tale altalenante e presentificata immersione nella vita in quattro corpose parti — L’innocente (1863-1896), Il conquistatore (1897-giugno 1914), Il Comandante (luglio 1914- «Natale di sangue» 1920), Il morituro (1921-1938) — Serra non dimentica il contesto (ripeto) e, da eccellente storico, la Storia e l’Epoca che fu di d’Annunzio, il cui limite, che è poi è il limite di ciascun uomo, è quello di esserci rimasto (troppo) invischiato. Dalla tua epoca non ci scappi neanche se prendi l’aeroplano, pardon il «velivolo», se ami la velocità e sali e corri sugli «automobili», come fanno, per esempio, i protagonisti del Forse che sì forse che no (1910).

E del resto, dalla sua «Belle Époque», Gabriele non voleva certo scappare, perché ci stava dentro «da Arcangelo», dal — se vogliamo riciclare le classiche date che delimitano generalmente quell’età — 1879 della prima edizione di Primo vere al 1913 di La Leda senza cigno; poi, la prima guerra mondiale del 1914 spegne in fretta gli ultimi rimasugli illusionistici dell’epoca, la cui svolta bellicista è abbracciata dal Nostro attraverso il noto interventismo a fianco della sorella latina che l’aveva accolto in seno all’esilio della prima metà degli anni Dieci e poi via l’avventura di Fiume, a fianco dei popoli oppressi, prima di quel lungo congedo al Vittoriale che è una vitale approssimazione alla morte e mai una resa incondizionata alla stessa. Anche se l’odiata e odiosa vecchiaia non lascia scampo e l’arbitro-biografo ferma l’incontro in tempo per ricordare al pubblico che, tre settimane prima della morte, D’Annunzio ha ancora il fiato per scrivere «Oh, ricordi dolci e laceranti! / E fu la mia ultima felicità».


*Luciano Curreri è professore ordinario di Lingua e letteratura italiana all’Université de Liège dal 2008. Fra i suoi ultimi volumi pubblicati: Play it again, Pinocchio. Saggi per una storia delle “pinocchiate” (Moretti&Vitali, 2017); Fiction, propagande, témoignage, réalité. Cinq micro-essais sur la représentation de la guerre civile espagnole en Italie (Quodlibet, 2017).

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