Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, “Piture parolà”

Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, Piture parolà. Arte in poesia, Novara, Interlinea, 2018, pp. 108, € 12.

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di Stefano Lanuzza

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Maestro del colore e della forma è il poeta (O. Wilde)

Al pari del siciliano e del lombardo, l’idioma piemontese non appare propriamente un dialetto e, pur condividendo con l’italiano diversi segni grafici, per la varietà e la precisione del suo vocabolario risulta essere una lingua autonoma. Il fatto è confermato anche dalla raccolta poetica in piemontese di Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt (2015), ispirati sonetti dove il codice dialettale, finemente tessuto nelle sue molteplici possibilità espressive, rivela indubbie qualità letterarie. Allora, in questo libro, l’autore vuole confermare, intanto nel suo piemontese, una rigorosa idea del sonetto: L’è pròpe vera che ‘l sonèt l’ha ‘n color sol. Idea già anticipata nel 1985 allorché, pubblicando con un editore catanese il libro di versi in italiano In punto di svolta, segnala la sua predilezione per lo schema ritmico della forma chiusa inventata nella prima metà del XIII secolo da Jacopo da Lentini alla corte palermitana di Federico II di Svevia.

È una predilezione divenuta virtuosistica maestria con i versi di Vita dacant e da canté (2017), cospicuo florilegio sul ‘vivere riservati’; e predilezione, oggi vieppiù affinata, in questo Piture parolà, pitture cui ‘dare la parola’ o canzoniere di esemplari sonetti dedicati a una sequela di artisti figurativi maggiori e minori, di varia epoca e dislocazione geografica: tutti, affrancati da cronologie o storicizzazioni e resi immanenti come, per esempio, un Antonello da Messina con la sua secondoquattrocentesca Annunciata e il Raffaello della primocinquecentesca tavola della Madonna dei garofani. Essi – sembra suggerire Tesio mediante classiche ekphrasis – annunciano un persistente umanesimo beatificante il corpo che Francis Bacon contraddice coi suoi còrp ëscarvajà, “corpi scamozzati”, tragiche fenomenologie d’un primonovecento di guerre, massacri e sterminio.

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Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini (a cura di), “Un «osservatore e testimone attento». L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo”

Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini (a cura di), Un «osservatore e testimone attento». L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo, Modena, Mucchi, «Lettere Persiane» (12), 2018, 762 pp., 30 euro.

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 di Luciano Curreri

È la seconda volta che mi capita di recensire, senza pensarci su, un libro sulla critica co-curato da Stefano Lazzarin. Ma questa occasione, forse più della prima, mi fa muovere al di là della simpatia e della stima che ho nei confronti suoi (e del co-curatore del nuovo libro, Pierluigi Pellini). Perché questa volta si tratta di Remo Ceserani (1933-2016), cioè di un critico che a 23 anni, in una lettera al maestro Mario Fubini (1900-1977) per la tesi, ha il coraggio di scoprirsi «dispersivo e centrifugo», dimostrando una maturità di sguardo (anche in altre missive) che, come puntualizza subito Lucia Rodler, «segnala precocemente quel desiderio di allargare i confini della ricerca che diviene la cifra interpretativa del Ceserani critico» (p. 27).

Al tempo stesso, pur allargando di continuo la mappa grazie a quella «curiosità sempre in viaggio» di cui parla Giulio Ferroni (pp. 503-509), il Nostro sarà, più di altri, in grado di «raccontare»: di raccontare la letteratura e tanti altri, convergenti saperi (su cui si veda il saggio di Simona Micali, pp. 271-286), e non solo in seno al famoso libro del 1990, edito da Bollati Boringhieri, di cui Lazzarin, nell’esemplare Bibliografia (pp. 533-762), non fa fatica a dire che si tratta «dell’indagine e del bilancio più sistematici che Ceserani abbia prodotto su un argomento, la storia letteraria, da sempre al centro dei suoi interessi» — fin dalle lettere giovanili a Fubini — e «di una costellazione che comprende [una ventina di] scritti sul tema» (p. 624), i primi dei quali risalgono all’inizio degli anni Settanta.

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Venedikt Vasil’evič Erofeev, MOSCA-PETUŠKI

“[…] Va tutto per il verso giusto. Se vuoi andare a sinistra, Venička, vai a sinistra, io non ti impongo nulla. Se vuoi andare a destra, vai a destra.”
Sono andato a destra, un po’ barcollante per il freddo e la disperazione. Oh, il peso mattutino sul cuore! Oh, l’effimera sensazione di sciagura! Oh, il sentirsi senza scampo! Che c’è di più in questo peso che nessuno ha ancora definito con un nome preciso, che c’è di più? Paralisi o nausea? Esaurimento nervoso o mortifera angoscia, e mica poi tanto lontano dal cuore? E se ce ne fosse in dosi uguali, cosa prevarrebbe: la catalessi o il delirio?
“Fa nulla, fa nulla,” mi sono detto, “riparati dal vento e va’ avanti pian piano. E respira a rade boccate. Respira così, per non inciampare. E segui almeno una direzione, una qualsiasi. Non importa quale. Anche se prendi a sinistra finirai per sbucare alla Stazione di Kursk. E anche se vai dritto finirai alla Stazione di Kursk. Perciò prendi a destra, così ci finirai a colpo sicuro.” (Venedikt Vasil’evič Erofeev, MOSCA-PETUŠKI e altre opere, traduzione di G. Zappi, Feltrinelli 2004)

Paolo Nori legge integralmente – in quattro parti – il capolavoro del grande Venedikt:

1) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/11/25/mosca-petuski-parte/
2) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/12/02/mosca-petuski-seconda-parte/
3) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/12/09/mosca-petuski-terza-parte/
4) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/12/16/mosca-petuski-ultima-parte/