Tra l’estraneo e il familiare, l’aurora. Dove coabitano la vita e il vuoto, il silenzio e la parola.

Bonifazio Mattei, L’estraneo e il familiare. Spaesamenti e luoghi del cuore nella poesia del Novecento, Asterios editore, 2019.

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di Gustavo Micheletti

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Il titolo di questo libro – L’estraneo e il familiare – fornisce una chiave di lettura della poesia italiana del Novecento a un tempo originale e illuminante. Probabilmente quanto Bonifazio Mattei vi argomenta, talora in una maniera lucidamente lirica, potrebbe essere esteso anche ad altri poeti coevi di quelli italiani presi in esame, (quali Ungaretti e Montale, Caproni e Sbarbaro, Penna e Saba, per menzionarne solo alcuni) ma la sua narrazione permette comunque di scorgere distintamente nella poesia italiana del secolo appena trascorso quella peculiare “tensione morale” che testimonia ogni volta il “riverbero dell’io in una realtà estranea”, come se la poesia fosse nella sua essenza “un’esperienza di marginalità e annullamento, che coincide tuttavia intimamente con una condizione di rinascita, di riappropriazione del sé”.

Una simile vocazione della poesia risulta per esempio ben evidenziata dalla dimensione dell’aurora, del chiasmo ciclico e fatale cui allude, ovvero quello che si realizza allorché la vita svanisce ogni giorno nel nulla, e poi rimane in qualche modo sospesa in una radura aurorale per riemergere ogni volta dal suo eterno svanire.

Nel 1964, in occasione delle lezioni tenute alla Columbia University sui temi della propria poetica, Ungaretti si soffermò sull’importanza che in essa rivestiva il tema dell’aurora – “un’aurora non edenica, non di perfetta felicità, in qualche modo contaminata dalla storia; il tema del desiderio a un ritorno dello stato edenico; il tema della morte, del nulla”.

Il presagio dello svanire nel nulla può infatti manifestarsi anche nel timore della morte, nel punto di reversibilità di vita e morte, come ad esempio nella poetica di Caproni, dove l’alba diviene il punto di contatto in cui si simula e anticipa tale reversibilità. Questo “senso totale di sradicamento e di vuoto, legato all’alba” che ricorre in tutta l’opera di Caproni, anche in tempi assai distanti, è evidente per esempio nella parte finale di Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia, dove è appunto “l’alba che separa, nella sua sottile lama di trasparenze, la vita dalla non vita, dal vuoto, dal nulla”.

L’alba rivela dunque per Mattei la “polarità dell’estraneo”, il “punto di contatto e reversibilità di vita e di morte”. In questo modo la prossimità al nulla diviene la premessa fondamentale del fare poesia, e il nulla stesso si rivela come il “vuoto generativo” in grado di garantire l’apertura verso ciò che rimarrebbe altrimenti nascosto o escluso.

Nella poetica di Camillo Sbarbaro, esemplare per evidenziare la presenza di questa dialettica, il nulla può irrompere in modo improvvido in un’apparenza – come nelle lacrime che, sotto sguardi curiosi, possono scoppiare a un tratto in volto mentre si parla di vane cose, oppure, in maniera più sommessa, nella visione notturna di una casa vuota, o di un porto che brilla silenzioso nella notte – ma è la poesia del nostro Novecento in generale che per Mattei sembra germinare e procedere dalla rielaborazione simbolica dell’apparire del nulla e dallo spaesamento che sa indurre.

Da questa “consapevole omissione del suo vuoto originario” la poesia di Sbarbaro sembra però, forse più di altre, trarre la sua ispirazione cruciale: essa si tende lungo l’arco che congiunge la nostalgia radicale del vuoto con una ricerca di senso. Nei suoi versi prende spesso il sopravvento il desiderio, e ad un tempo l’agnizione, d’essere morti, di giacere accanto alle cose come cosa loro eguale, senza più doversi stagliare contro il mondo, come invece capita all’io mortale; allora, insieme alle cose, estranee e familiari a un tempo, lo sguardo del poeta si fa riva, spiaggia, risacca in cui risuona un’onda eterna, l’oscillazione muta e sacra della vita e del nulla, dell’escrescenza che rispetto a questo nulla è ogni cosa.

Assomigli ad un lago tutto uguale /sotto un cielo di latta tutto uguale. /Assonnato mi muovo sulla riva. /Non voglio non desidero, neppur / penso. / Mi tocco per sentir se sono. / E l’esser e il non essere, come l’acqua / e il cielo di quel lago si confondono.

In Pianissimo, per esempio, la solitudine ove la morte s’annida, il nulla che annuncia, fanno sì che l’erba tremi come la mano che l’accarezza in una lenta reciproca elisione, in un muto accorato appello privo d’altra speranza che non sia quell’unica estrema che consiste nello sfiorarsi.

Perché a me par, vivendo questa mia vita / povera vita, un’altra rasentarne / come nel sonno, e che quel sonno sia / la mia vita presente. // Come uno smarrimento allor mi coglie, / uno sgomento pueril. / Mi seggo / tutto solo sul ciglio della strada, / guardo il misero mio angusto mondo / e carezzo con man che trema l’erba.

La vita presente s’illumina così di una luce sempre nuova e aurorale: quella del familiare che si fa estraneo e dell’estraneo che si riconosce familiare, e perciò può ritrovarsi nel chiasmo perfetto della congiunzione del nulla evocato dall’estraneo, da uno spaesamento originario del cuore, col familiare che trema al suo contatto.

Il pensiero poetico si rivela dunque altresì “un pensiero di esilio, perché perde la sua origine di realtà e la sua patria, per coabitare la vita e il vuoto, la parola e il silenzio, l’essere e la sua mancanza. In questo senso, il poeta si fa custode di un’ideale linea di confine, di un recinto senza giurisdizione, aperto sui due lati, in confusi campi di dominio”.

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