Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà.

D. H. Lawrence

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di Stefano Lanuzza
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La corda pazza (1970)

In principio è la Sicilia, e non c’è libro di Leonardo Sciascia su cui l’Isola non proietti la sua ombra, ora sfolgorante ora fosca, che si estende impregnando di sé, del suo multiculturale retaggio e del suo carattere irriducibile a formule definitive, l’Europa e il mondo.

Scrittore europeo rivolto al mondo, il maestro di Racalmuto, maestro dei suoi lettori e di empatici esegeti, Sciascia si sofferma dapprima sul tema dell’insularità foriera di “una specie di alienazione, di follia” (cfr. il paradosso pirandelliano circa la “corda pazza” che connoterebbe una “‘tipicità’ della vita siciliana”) o di “atteggiamenti di presunzione, di fierezza, di arroganza” che sono gli altri nomi dell’“insicurezza”, della “vulnerabilità” e d’una inveterata “tendenza al separatismo”. Se poi se ne distacca, lo fa ricordando come la cultura siciliana nel corso dei secoli abbia saputo esprimersi “in precisa sincronia ai movimenti culturali europei”.

Pertanto non è da condividere la tesi del filosofo Giovanni Gentile che, in nome del suo idealismo confluito in un “nazionalismo […] divenuto poi fascismo”, si rappresenta una Sicilia pressoché “sequestrata”, hortus conclusus emarginato e marginale o privo di conoscenza fuori di sé…

Ma allora – obietta Sciascia – “da quali ‘officine’ uscivano tutti quei quadri che nei secoli XV e XVI le dogane siciliane registrano in esportazione? E come mai nel Seicento poeti in dialetto siciliano vengono stampati a Venezia e a Firenze? […] perché e come gli architetti siciliani del barocco ebbero più contatti con Parigi che con Roma?”.

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ESERCIZI DI LETTURA n.6: Lo Zarathustra crocefisso. I seminari di C. G. Jung su “Lo Zarathustra” di Nietzsche

Lo Zarathustra crocefisso. I seminari di C. G. Jung su “Lo Zarathustra” di Nietzsche

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di Gustavo Micheletti

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Nel biennio 1934-35 C. G. Jung tenne, nei pressi di Zurigo e dopo qualche sollecitazione da parte di alcuni suoi allievi ed estimatori, un seminario su “Lo Zarathustra di Nietzsche”. Tra tutte le opere di Jung – sia scritte che trascritte in seguito, sia pubblicate in vita che postume – questa ci pare senza dubbio una delle più dense e significative, e non solo perché vi si legge “Lo Zarathustra” da una prospettiva nuova, che offre un contributo critico assolutamente originale e comunque molto diverso da quelli usciti in epoche diverse dall’ambito accademico-universitario, ma soprattutto perché le numerose digressioni su tematiche religiose, filosofiche e psicologiche fanno di questo testo (recentemente tradotto in italiano per Bollati Boringhieri da Alessandro Croce, in un volume curato da James L. Jarrett) uno dei più preziosi per la stessa comprensione del pensiero di Jung.

Oltre alle diverse letture psicologiche e allegoriche delle stesse allegorie nietzschiane, si possono trovare infatti, nel testo tratto da questi seminari, riflessioni a ruota libera che spaziano dal tema della solitudine di Dio fino al tema, presente anche in molti altri scritti junghiani, del rapporto tra Dio e il Demonio, o tra Dio e il male; tra il Sé, tra le sue proiezioni e i suoi simboli, e l’ombra; tra lo Spirito, la mente e il corpo; tra la Fede e la Grazia. I concetti di Enantiodromia, di Anima e di Animus, di coscienza e inconscio vengono approfonditi, e sebbene non risultino sempre più chiari di quanto non lo fossero prima della lettura risultano alla fine meno esposti a schematizzazioni semplicistiche.

Volendo qui fornire solo un breve riassunto e qualche esempio della fecondità e originalità delle divagazioni junghiane su questi ed altri argomenti, ci limiteremo a esaminare alcuni temi che ci sono parsi particolarmente indicativi e illuminanti per comprendere lo spessore psicologico e filosofico di questi seminari: quello del rapporto tra Zarathustra e Cristo, quello dell’ “Enantiodromia” e poi il “Sé”, con le sue relative proiezioni.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 5: “Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

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di Francesca Vennarucci

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Come accade che un ebreo polacco, stretto nella morsa della Russia staliniana, sviluppi una autentica passione per Dante, inizi a studiare l’italiano per leggerlo in lingua originale e, anch’egli poeta, lo elegga a sua guida, a suo nutrimento? Perché? Cosa rappresenta Dante per Osip Mandel’stam? Attraverso il dialogo con Dante, Mandel’stam intesse una fitto colloquio con altri grandi poeti europei che nella vita e nell’opera dell’esule fiorentino cercarono una chiave per comprendere se stessi e i drammatici eventi storici novecenteschi: Eliot e Pound, ma anche Montale e Seamus Heaney. Sappiamo che Mandel’stam, quando iniziò a temere di venire arrestato, portava sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia: non poteva tollerare l’idea del carcere senza Dante…e sappiamo anche che la sua ultima raccolta poetica ci è giunta perché la moglie Nadezda aveva imparato a memoria tutti i testi. L’esilio, il pane altrui che sa di sale, le scale da scendere e salire per chiedere aiuto e protezione, ma anche la sublime libertà del cielo, di uno sguardo che oltrepassa il visibile… È la storia di una amicizia, di un intimo colloquio, che, come tutti i veri profondi legami, aiuta a conoscersi e a trovare il proprio posto nel mondo.

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ELOGIO DELLA LENTEZZA. Paul Valéry e la forma della poesia (7 marzo, 2008) [In memoria]

[Ogni primo del mese segnaleremo alcuni saggi del Prof. Panella usciti su RETROGUARDIA da gennaio 2008 a oggi. (f..s.)]

ELOGIO DELLA LENTEZZA. Paul Valéry e la forma della poesia

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di Giuseppe Panella

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«La calma nell’azione. Come una cascata diventa nella caduta più lenta e sospesa, così il grande uomo d’azione suole agire con più calma di quanto il suo impetuoso desiderio facesse prevedere prima dell’azione»

(Fredrich Nietzsche, Umano, troppo umano, I)

1. La soluzione etica della poesia

Fedele ammiratore della snella levigatezza della danza, Valéry teme la fretta e la concitazione della corsa, ha timore della frenesia concatenata alla perdita di sensibilità del moto senza tregua.

Più che dal vuoto (1), appare atterrito dal movimento infinito e senza senso che incontra ad ogni pie’ sospinto: il rifiuto di “ogni prodigioso incremento di fatti e di ipotesi” (2) compare in quasi tutte le sue opere. Basteranno alcuni specimina a dimostrarlo:

« – Vuole dire che più si trova, più si cerca ; e che più si cerca, più si trova ?

–  Esatto. Certe volte mi sembra che fra la ricerca e la scoperta si sia formata una relazione paragonabile a quella che i stabilisce fra la droga e l’intossicato.

– Molto curioso. E allora tutta la trasformazione moderna del mondo…

– Ne è il risultato; e ne rappresenta, del resto, un altro aspetto … Velocità. Abusi sensoriali. Luci eccessive. Bisogno dell’incoerenza. Mobilità. Gusto del sempre più grande. Automatismo del sempre più “avanzato”, che si manifesta in politica, in arte, e … nei costumi» (3).

L’idea fissa, dialogo tra il Narratore ed un medico, è del 1931 (4) mentre in quella raccolta di études de circonstance che è il volume Regards sur le monde actuel (1945) spicca proprio un articolo, “Propos sur le progres”, che insiste sul carattere “terroristico” della velocità e della fretta.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 4: La purezza del sorriso e il divertimento del nulla

Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Piccola biblioteca Adelphi, 2011, pp.187

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di Gustavo Micheletti

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La purezza del sorriso e il divertimento del nulla. Gli esercizi di lettura suggeriti – con affetto e gratitudine – da Anna Maria Ortese

L’orsa bianca dello zoo ha appena avuto un figlio e Anna Maria Ortese non riesce a staccare gli occhi di dosso dalla scena, da quell’“immagine sacra”, dalla “cieca grazia del figlio” e dal modo in cui la madre lo accudisce offrendogli un rifugio. Il sospetto che però subito l’attraversa è che noi siamo tutti orfani di quell’orsa, di quella premura così assoluta e avvolgente, prede di un ingranaggio sinistro che rende sempre più automatici e inconsapevoli i nostri gesti e i nostri pensieri, quasi fossimo ormai dei “creditori del nulla” perduti “nel sistema senza orizzonte dell’utile”. E infatti quel bianco dell’orsa le ricorda il bianco di Moby Dick, il placido presagio di morte che incombe sulla vita di Achab, “uomo pieno di rumore e insieme taciturno, ignoto alla Parola, come un insetto, una gigantesca formica. Un uomo – del – Futuro solo in apparenza: in sostanza, Anti-Uomo, Anti-Universo, Anti-Dio”.

Nella visione della Ortese, Achab sarebbe infatti l’anticipatore dell’uomo d’oggi, irrigidito e ossessivo, capace di un odio senza limiti e per questo non più capace di produrre segreti, ma incarnazione di un unico segreto immobile e vorace.

Ma questo è solo uno dei tanti spunti contenuti in questa breve rassegna di ricordi letterari, di recensioni, di schizzi e ritratti a memoria, che ha il solo privilegio di conferire il titolo alla raccolta (Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Adelphi). Non è facile individuare in essa un filo rosso ulteriore rispetto allo sguardo dell’autrice, uno sguardo che rivela una sensibilità rispettosa verso ogni forma di vita e che s’incarna in uno stile limpido, penetrante e lieve. Le opere e gli autori che in questo libro si legano in un ordito sottile sono i più disparati, tanto che potrebbe risultare assai problematico il vederli comparire insieme all’interno di in uno stesso testo. Qui la Ortese ci parla di Hemingway e De Amicis, di Melville e del Vangelo, e poi ancora di Buzzati e Anna Frank, di Edoardo De Filippo – i cui personaggi le ricordano talora quelli di Gogol – e di Leopardi, di Thomas Mann, di Wilde, della Morante, di Cechov e di molti altri scrittori da lei amati o ammirati con una singolare modulazione d’affetto o di stima, per motivi diversi ma forse anche per una stessa ragione di fondo, che potrebbe consistere in una sorta di trasparenza della loro scrittura, in una piena aderenza della loro vita alla qualità e al timbro della loro prosa o della loro poesia.

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