Non mi piace dirti addio né arrivederci

Caro Giuseppe Panella

Non posso dirti arrivederci:

non credo che (post mortem) ci sia un altro mondo dove continueremo a discutere delle nostre visioni, dei nostri sogni poetici, del comune “Marx” venturo e del suo “general intellect” (già in corso d’opera digitale), o del comune “lascito” di Michel Foucault e di George Bataille …. (tutte le pagine che scrivesti e che divoravo…).

Non posso dirti addio:

i neuroni della mia memoria tengono acceso il carburante della poesia che hai versato fra le pagine dei “nostri” testi poetici collettivi anonimi “We are winning wing” e “L’ora zero” (Noi Rebeldìa), e lo spirito che hai mostrato quando ci posizionasti rispetto al “general intellect” (attaccato come delirante e preoccupante da qualcuno, perché privo di ironia), scrivendo che “sull’autoironia altrui non so; il mio testo di ironia ne contiene e molta…il “general intellect” ovvero il sapere contenuto all’interno della formazione sociale e produttiva vigente è termine marxiano facilmente coniugabile come sapere di classe…”; non hanno dimenticato (né messo all’angolo) le parole e l’amicizia (non poca) che mi davi quando a Firenze (caffè delle “Giubbe rosse”) venivo per dedicare tempo e amore alla poesia che ci legava, o quando scrivesti “Viandanti della rivoluzione. A proposito di “Compagni di strada caminando” («RISVOLTI»,VIII, n. 13, gennaio 2005), o quando scrivesti “Una rosa per Contiliano” come introduzione alla poesia di “Terminali e Muquenti”, o “Siamo in attesa che arrivi il futuro…  Antonino Contiliano, Tempo spaginato. Chi-asmo” (… e non continuo…).

Al di là di tutto questo non posso dirti addio: avendoti conosciuto e frequentato, nonostante sia andato via, mi sento meno povero; eppure ogni volta che muore un poeta, il mondo è sempre più povero. Ma noi, Caro Giuseppe, continuiamo a lottare: non vorresti diversamente!

Antonino Contiliano

Marsala, 24 maggio 2019

Gogol, il grottesco crea indimenticabili figure della letteratura

Gogol, il grottesco crea indimenticabili figure della letteratura

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di Domenico Carosso
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Scrive Clemente Rebora, in calce alla sua traduzione del Mantello che «la novella fu per la Russia come una crisalide donde uscì la farfalla dell’arte, una volta concepita dall’originalità nazionale e organicamente addestrata al volo dalla poesia di Puškin. Sulle prime passò quasi inosservata, mentre Gogol´ levava il grande e tragico stormo delle Anime morte».

Il freddo gelido di Pietroburgo si fa sentire, ed ecco che per il mantello da riparare l’umile scrivano Akakij si reca dal sarto Petrovič, che lo prega poi di volerne ordinare uno nuovo, ché il vecchio è ormai inservibile…

«Ah, ecco qua, a te, Petrovič, io… Bisogna sapere che Akakij Akakievič si esprimeva per lo più mediante preposizioni o avverbi, e infine con particelle che non avevano assolutamente nessun significato. Se poi la cosa era molto difficoltosa, egli aveva persino l’abitudine di non terminare le frasi, per cui molto spesso cominciava un discorso con le parole “questo è proprio quello”, e poi non diceva più niente, e lui stesso dimenticava di finire la frase pensando di aver già detto tutto»1.

Ed ecco, per un confronto, la stessa sequenza nella traduzione, letterale ed elegante, barocca e giustamente antiquaria, di Landolfi:

«Ecco, t’ho portato, Petrovič, coso…- Bisogna sapere che Akakij Akakievič parlava sopratutto per avverbi, per preposizioni o comunque particelle senza significato alcuno. Se il discorso poi era imbarazzante, aveva l’abitudine di non finir neppure le frasi, sicché molto spesso, ne cominciava uno colle parole: “Ciò, in verità, senza dubbio…coso”, e poi non veniva fuori altro, ed egli stesso si fermava pensando di aver già tutto detto»2.

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LESSICO ARCIMBOLDIANO

LESSICO ARCIMBOLDIANO

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di Stefano Lanuzza

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Giardiniere del suo Hortus deliciarum rinserrato nella Kunstkammer baluginante di fuochi fatui e staffilata da luci e ombre, Vertumno, malinconico signore della metamorfosi, si circonda di monstra, naturalia, artificialia e mirabilia, di squisiti spettri, di oggetti rari e astrusi, di golem, caravanserragli e chimere… In un estremo inno al capriccio, al mutamento e all’anamorfosi, astuzie dell’intelligenza eccentrica e del sonno che, con i sogni, genera i mostri di natura e cultura, il demiurgo gryllorum sive chimerarum Giuseppe Arcimboldi (1527ca.-1593) raffigura nel nume Vertumno (1591) – titolo del suo ultimo quadro, acme di un’arte come trascrizione metapoetica che emulando la physis ne accresce le suggestioni, tanto che non è più l’arte a imitare la natura bensì questa ad offrirsi a quella – non soltanto un compendioso ritratto di Rodolfo II dalla miniaturale fissità variata coi segni dell’umor nero seguito alla letizia, ma pure se stesso.

Rodolfo-Arcimboldi-Vertumno, opera di gioco e piacere eseguita in tempi di peste e terrore, un volto unheimlich, un’icona-fantoccio dall’increspata fronte di popone tra spighe, graspi e bacche, fichi e ricascanti ciliegie, mela e pesca le guance e occhi d’oliva e gelsa sotto sopracciglia di baccelli, peracoscia per naso e due nocciole con scorza gli imperiali baffi, riccio di castagna il mento, rape, cavoli e cucurbitacee, agli, cipolle e zenzeri, funghi, carciofi e fiori il torso, e un mezzosorriso stranito, inscritto nel vellutato lussureggiare di frutti d’ogni stagione, Rodolfarcimboldi-Vertumnus riflette altresì una fricassea rimestata dalla storica Mostra veneziana del maestro milanese-praghese (Palazzo Grassi, 13 febbraio-31 maggio 1987). Per esempio, dal pinzimonio delle italiche gazzette schizzano articolesse un critico che – scrive –, se fosse direttore d’un grande quotidiano, al corrispondente artistico troppo interessato all’“effetto Arcimboldo” farebbe una fulminante telefonata per sbatterlo immantinente ai servizi di cronaca: ciò, ancora prima dell’apertura della mostra stessa); e un altro, Testori, già pittore michelangiolista e scriba manierosamente kitsch che soffrigge all’inverosimile l’unico suo argomento, “Arcimboldo e arcimbolderia”, con saltabeccanti grilli medioevali e boschiani.

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CONCRETA 1 – Festapoesia

Tutti i materiali di CONCRETA 1 – Festapoesia (Roma, Accademia d’Ungheria-Palazzo Falconieri, 21 aprile-5 maggio 2018), da un’idea di Giuseppe Garrera, István Puskás, Sebastiano Triulzi.

Volume a cura di Sebastiano Triulzi, 2 gennaio 2019, pp. 368, formato PDF, open access, ISBN 978-88-31913-072

http://diacritica.it/wp-content/uploads/1.-CONCRETA-1-a-cura-di-S.-Triulzi.pdf

BIBLIOGRAFIA: Storia della letteratura italiana

Punto di partenza della moderna storia della letteratura italiana è F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana , Napoli, Morano, 1870-1871 (ed. recente a c. di G. Ficara, Torino, Einaudi-Gallimard, 1996). L’impostazione positivista della Scuola Storica, orientata all’accertamento rigoroso dei documenti e dei testi, ha prodotto la Storia letteraria d’Italia , Milano, Vallardi, I ed. 1898-1926, aggiornata e rielaborata nel corso del Novecento, con l’apporto di nuovi collaboratori (l’ultima edizione a c. di A. Balduino, Padova, Piccin Nuova Libraria, completata nel 2007). Dagli anni Sessanta sono apparse altre grandi storie collettive: Storia della letteratura italiana , diretta da E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, Garzanti, 1965-1969 (ed. aggiornata 1987-1988); Letteratura italiana. Storia e testi , diretta da C. Muscetta, Bari, Laterza, 1970-1980 (con antologia di testi); Letteratura italiana , diretta da A. Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1982-2000 (ai primi volumi, di carattere tematico e dedicati alle questioni fondamentali della civiltà letteraria italiana, si aggiungono le sezioni su Storia e geografia , Gli Autori. Dizionario bio-bibliografico e Indici , Le Opere , Dizionario delle opere ); Storia della civiltà letteraria italiana , diretta da G. Bárberi Squarotti, Torino, UTET, 1990-1996; Storia generale della letteratura italiana , diretta da N. Borsellino e W. Pedullà, Milano, Motta, 1999; Storia della letteratura italiana , diretta da E. Malato, Roma, Salerno, 1995-2005. Con diversi criteri di organizzazione è stata impostata la collana Orientamenti culturali. Letteratura italiana , Milano, Marzorati, 1956-1974, suddivisa in diverse sezioni: Le correnti, I minori, I contemporanei, I critici.

SUL TAMBURO n.80: Leandro Piantini, “Il poeta non deve tacere”

Leandro Piantini, Il poeta non deve tacere, Fucecchio (Firenze), Edizioni dell’Erba, 2018

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di Giuseppe Panella

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Ma perché poi dovrebbe? Il poeta non lo spiega né desidera farlo e infatti parla, racconta, descrive, rigira il coltello nella piaga. Egli parla di sé e analizza la propria poesia:

«La poesia più bella è sempre l’ultima. Lo dico ad alta voce / quello che mi spinge all’espressione / è forte e se trova ostacoli / non s’arresta / ed ecco arrivano i soccorritori / e domani mi vedrete scalpitante / con le parole che / fanno a gara ad agghindarsi / a dimostrare la loro fedeltà / la loro vocazione ad essere / nei casi estremi il rimedio migliore» (p. 73).

Scrivere poesia è una vocazione irrefrenabile e non si contenere facilmente: le parole urgono e vanno usate per esprimere ciò che si prova e si sente in maniera assoluta. L’ansia di scrivere poesia non si arresta facilmente sulla soglia della pagina bianca. La poesia è qualcosa che non si può né si deve arginare: il poeta non deve tacere perché non può tacere. Ma di cosa parla però? Quali sono gli argomenti che mette sul tavolo quando si cimenta con la scrittura? Il poeta essenzialmente parla della poesia:

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Filippo La Porta «disorganico»

Filippo La Porta, Disorganici. Maestri involontari del Novecento, Edizioni di Storia e Letteratura («Civitas», 22), Roma 2018 (ottobre), 208 pp., 12 euro.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Ci ho messo un po’ a decidermi come scrivere questa recensione. L’avevo già in testa ma in un’altra forma, e non mi piaceva. Volevo scrivere un’altra cosa.

Volevo scrivere che questo è un libro, giunto a seconda vita in questa edizione, che entusiasma se avete avuto il coraggio di essere giovani, ovvero di leggere a 360° e non solo quello che vi mettevano sotto gli occhi i prof, dalle medie al liceo e all’università. Volevo scrivere che, nonostante l’intento dell’Introduzione (e di diversi passaggi del volume) sia lodevole, questo libro non è «ad uso delle nuove generazioni» naturaliter. Presuppone invece una generazione di lettori che preparava gli esami universitari anche con libri diversi da quelli in programma, insomma una generazione che non doveva né si voleva perdere — oserei dire: esaurire — in conti meticolosi di crediti e pagine. Filippo La Porta è del 1952, e si forma a Roma. Io sono del 1966, e mi formo a Torino. Ci sto ancora dentro, e senza venire al mondo in un luogo in cui a colazione si parlasse di Euripide o di Shakespeare. Dubito tuttavia che un ragazzo di oggi, un giovane universitario, per dire, un ventenne, riesca a starci dentro, a sentire la passione che vi circola.

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Comparazioni e omologie nel Tao filosofico-poetico di Massimo Mori

Massimo MORI, Tai Chi (Tàijí). Poematica del Principio, Castel Maggiore, Edenica, 2018, pp. 232, € 27, 50.

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di Stefano Lanuzza

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La poesia è chiara e oscura: tra una parola scritta e l’altra vi sono spazi vuoti nell’alternanza nera e bianca di Yin e Yang” (M. Mori).

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” scrive Wittgenstein nella settima e ultima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus (1921). Tale frase, che segnala un limite delle possibilità del linguaggio ed esorta a ‘stare ai fatti’, non significa ‘Non parlare’ ma invita a non pretendere d’identificare quanto trascenda il linguaggio.

Anche dell’illimitato, incommensurabile, immateriale Tao non c’è, secondo Lao Tzu, modo di parlare. Causa e custode dell’universo, l’eterno, sconosciuto, preverbale Tao, abissale, assoluto e senza forma, resta una questione metafisica intorno all’origine delle cose: “C’è qualcosa di caoticamente completo in sé / nato prima del cielo e della terra. / … / Non conoscendone il nome, lo chiamo Tao” (Lao-tzu). Secondo René Guénon, se “il Tao ‘senza nome’ è il Non Essere, […] il Tao con un nome è l’Essere”. Volendo dare, sia pure in astratto, un nome all’intraducibile Tao, “lo si chiamerà (come equivalente approssimativo) la Grande Unità” (La Grande Triade, 1946)… Nel dettato dell’antica tradizione, Tao è vivere in armonia con le leggi e i flussi della Natura: chi vi riesce, trova se stesso.

Ciò premesso, risultano praticabili un ‘senso Tao’, un ‘atteggiamento Tao’, un ‘sentiero Tao’ nel percorso artistico testimoniato da Jack Kerouac (Sulla strada, 1953), l’ispirato scrittore americano votato a coniugare Beat con un’agnostica Beatitudine, e il Tao con un eterodosso Underground.

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BIBLIOGRAFIA: Introduzione alla letteratura italiana

Per un primo avviamento agli studi di area italianistica: L’italianistica. Introduzione allo studio della letteratura e della lingua italiana , a c. di G. Bárberi Squarotti e al., Torino, UTET, 1992; Guida allo studio della letteratura italiana , a c. di E. Pasquini, Bologna, Il Mulino, 1997; G. Zaccaria C. Benussi, Per studiare la letteratura italiana , Milano, Bruno Mondadori, 2002; G. Baroni M. Puppo, Manuale critico-bibliografico per lo studio della letteratura italiana , Torino, SEI, 2002; M. Pozzi E. Mattioda, Introduzione alla letteratura italiana. Istituzioni, periodizzazioni, strumenti , Torino, UTET, 2002; Manuale di italianistica , a c. di V. Roda, Bologna, Bononia University Press, 2005; G. Ferroni, Prima lezione di letteratura italiana , Roma-Bari, Laterza, 2009.

La vicenda delle spoglie di Dante

di Siro A. Chimenz

[…] Le ossa, poi, non ebbero sorte migliore del sacello: una vicenda romanzesca, non del tutto chiara. Più volte (1396, 1428, 1476) Firenze le aveva richieste a Ravenna; invano. E quando finalmente, essendo Ravenna tornata sotto il governo pontificio, i Fiorentini ottennero dal papa loro concittadino, Leone X, nel 1519, il consenso alla traslazione di esse (e nella supplica al papa, Michelangelo, oltre a sottoscriversi, si offerse “al divin poeta fare sepoltura sua chondecente e in locho onorevole” in Firenze), i messi inviati a rilevarle trovarono il sepolcro vuoto. E vuoto fu trovato anche nella verifica fatta nella solenne inaugurazione del mausoleo dopo i lavori del 1780, come risulta da testimonianze certe, sebbene la relazione ufficiale allora redatta si esprimesse ambiguamente in modo da nascondere al pubblico la verità. Finalmente, nel 1865, nell’abbattere un tratto di muro prossimo alla cappella detta di Braccioforte, fu trovata una cassetta dì legno, sul cui coperchio era scritto “Dantis ossa a me Fra Antonio Santi hic posita anno 1677 die 18 octobris”, e sul fondo “Dantis ossa a me denuper revisa die 3 junii 1677”. Fu allora aperta ufficialmente l’arca, nella quale non furono trovate se non “tre piccole falangi, che si riscontrarono appartenere allo scheletro della cassetta”; e nel lato postico superiore dell’arca fu scoperto un foro attraverso il quale si conchiuse “che benissimo si erano potute estrarre le ossa racchiuse, compreso il cranio” (Sulla scoperta delle ossa di Dante, Relazione con documenti, per cura del municipio di Ravenna, Ravenna 1870).

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.18: Bibliografia a cura di Valentina Fortichiari in “Dizionario Biografico degli Italiani” – Volume 77 (2012)

[RASSEGNA STAMPA SU GUIDO MORSELLI, a cura di Francesco Sasso]

Fonti e Bibl.: Le carte di Morselli, donate dagli eredi, sono conservate presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia; i libri della raccolta morselliana sono consultabili presso la Biblioteca civica di Varese (Il Fondo Morselli, Catalogo, San Vittore Olona 1984). G. Vigorelli, G. M., in Il Settimanale, 26 aprile 1975; G. Manganelli, in Il Mondo, 5 giugno 1975; D. Porzio, Il grande rifiutato, in Epoca, 26 luglio 1975; A. Porta, Il rifiuto di M., in Il Giorno, 6 settembre 1975; V. Spinazzola, Lo scatto della fantasia, in l’Unità, 8 ottobre 1975; N. Aspesi, in la Repubblica, 11 febbraio 1976; O. Ripa, Apriamo il caso M.: chi era, perché si è ucciso, in Gente (3 puntate) , 9-16-23 aprile 1976; N. Sapegno, in Il Giorno, 31 marzo 1977; D. Isella – G.Pampaloni – G. Pontiggia, convegno a Cortina d’Ampezzo su G. M. scrittore postumo, 24 agosto 1978 (e G. Pontiggia, in Corriere della sera, 26 agosto 1978); V. Coletti, G. M., in Otto-Novecento, II (1978), pp. 89-115; V. Fortichiari, La gloria a prezzo del suicidio, in Uomini e Libri, marzo 1980;

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Massimo Onofri, “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”

Massimo ONOFRI, Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento, Roma, INSCHIBBOLETH Edizioni («Assaggi», 1), 2018, 248 pp.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Di quale Novecento parla il nuovo libro di Massimo Onofri che inaugura un’elegante collana d’Inschibbolet Edizioni diretta da Giorgio Ficara e Raffaele Manica? Non di quello in poesia, nonostante quest’ultima (sempre ‘a tirare gli ultimi’) sia spesso e da più parti evocata come la vera eccellenza del suddetto secolo.

Se escludiamo la resa spettacolare di teatro e cinema, che pure fa significativo capolino, o quella dell’arte, che emerge nell’Appendice dedicata a Guttuso scrittore e pittore (pp. 221-245), resta, in termini non necessariamente oppositivi, la prosa; quella prosa che a livello di luoghi comuni storiografici si porta dietro, minimo minimo, il ritardo del romanzo e la sua conseguente e costitutiva debolezza (come se, per dire, un uomo, facciamo un narratore, non potesse dare il meglio di sé a cinquant’anni, per un difetto congenito); e per non parlare del risalto dato alla prosa d’arte, alla tradizione dell’elzeviro, a quel saggiare che ne veniva in parte fuori e che poteva essere a un tempo studio e svago, magari intuito tra una lettura vera e propria e una camminata, un andamento (finanche un ritmo) narrativo.

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Breve nota su tre elegie di Hölderlin dal “Quaderno in folio di Homburg”

Breve nota su tre elegie di Hölderlin dal “Quaderno in folio di Homburg”

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di Domenico Carosso
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L’Almanacco delle Muse per l’anno 1808 è il progetto poetico che Hölderlin elabora al suo ritorno a Nürtingen da Ratisbona, quando inaugurando una fase di profonda rielaborazione di alcune elegie, come Ritorno in patria, Stoccarda e Pane e vino che induce e anzi costringe lo studioso che se ne occupi a rivedere le proprie considerazioni. Che sono di due tipi. Hellingrath e Beißner, all’opera durante la prima guerra mondiale, di cui peraltro fu poi vittima, il primo, e il secondo attivo negli anni dal 1943 al 1947, trascurano, con buone ragioni i testi monchi, scarni, sempre visti e rivisti dall’autore, in fin dei conti e in buona parte illeggibili, e lo stesso fa il compilatore della StA, (Stuttgarter Ausgabe, edizione di Stoccarda) che considera valide solo le pagine compiute e “leggibili”.

Lo studioso considera in due distinte sezioni gli inni e le elegie che sono di forma compiuta, mentre trascura i cosiddetti “abbozzi innici” che hanno posto in altra sezione, e tutto il resto come frammenti e notizie non altrimenti integrabili nel corpo autentico del testo finale.

Uno dei più recenti commentatori, Michael Knaupp, ha da parte sua deciso di pubblicare e commentare solo le pagine sicuramente hölderliniane, tralasciando quelle ambigue, troppo corrette o i passi scritti e riscritti.

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Tra la donna-sole e la donna-pesco, la “Noe Itō” di Franciso Soriano

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

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di Antonino Contiliano

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Di “Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese” (Mimesis, Milano – Udine, 2018) autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti, il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra il sommovimento tellurico (noto come il “Grade terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

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AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

«”Tel Aviv non era abbastanza radicale”, “solo il kibbutz era abbastanza radicale“»

(Amos Oz)

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di Giuseppe Panella

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Amos Oz (ed è quasi ovvia) non si chiamava così. Il suo cognome era Klausner ma fu cambiato in OZ per effetto di una forte controversia con il padre con il quale la rottura intervenne dopo il suicidio della madre cui Oz era molto legato (aveva solo dodici anni). OZ in ebraico si traduce forza e fu adottato all’epoca del trasferimento dello scrittore da Tel Aviv al kibbutz di Hulda. Ma nulla mi toglie dalla testa che quell’Oz oltre che una parola che indica combattività non sia che un omaggio a quel Mago di Oz che fondeva la funzione fantastica e creativa della letteratura a una volontà di accettare la realtà della vita. Oz era un intellettuale (la sua incapacità nei lavori agricoli divenne leggendaria) che voleva confrontarsi con la dimensione autentica dell’esperimento politico-sociale di Israele. Nel suo libro forse più bello, Una storia di amore e di tenebra (insieme alla parabola dolce amara di Giuda) il racconto della morte della madre si intreccia con le storie del kibbutz e della formazione umana, politica e letteraria di Oz. Quest’ultima avviene nel momento in cui si forma la struttura futura del nuovo Stato israeliano.

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Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, “Piture parolà”

Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, Piture parolà. Arte in poesia, Novara, Interlinea, 2018, pp. 108, € 12.

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di Stefano Lanuzza

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Maestro del colore e della forma è il poeta (O. Wilde)

Al pari del siciliano e del lombardo, l’idioma piemontese non appare propriamente un dialetto e, pur condividendo con l’italiano diversi segni grafici, per la varietà e la precisione del suo vocabolario risulta essere una lingua autonoma. Il fatto è confermato anche dalla raccolta poetica in piemontese di Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt (2015), ispirati sonetti dove il codice dialettale, finemente tessuto nelle sue molteplici possibilità espressive, rivela indubbie qualità letterarie. Allora, in questo libro, l’autore vuole confermare, intanto nel suo piemontese, una rigorosa idea del sonetto: L’è pròpe vera che ‘l sonèt l’ha ‘n color sol. Idea già anticipata nel 1985 allorché, pubblicando con un editore catanese il libro di versi in italiano In punto di svolta, segnala la sua predilezione per lo schema ritmico della forma chiusa inventata nella prima metà del XIII secolo da Jacopo da Lentini alla corte palermitana di Federico II di Svevia.

È una predilezione divenuta virtuosistica maestria con i versi di Vita dacant e da canté (2017), cospicuo florilegio sul ‘vivere riservati’; e predilezione, oggi vieppiù affinata, in questo Piture parolà, pitture cui ‘dare la parola’ o canzoniere di esemplari sonetti dedicati a una sequela di artisti figurativi maggiori e minori, di varia epoca e dislocazione geografica: tutti, affrancati da cronologie o storicizzazioni e resi immanenti come, per esempio, un Antonello da Messina con la sua secondoquattrocentesca Annunciata e il Raffaello della primocinquecentesca tavola della Madonna dei garofani. Essi – sembra suggerire Tesio mediante classiche ekphrasis – annunciano un persistente umanesimo beatificante il corpo che Francis Bacon contraddice coi suoi còrp ëscarvajà, “corpi scamozzati”, tragiche fenomenologie d’un primonovecento di guerre, massacri e sterminio.

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Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini (a cura di), “Un «osservatore e testimone attento». L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo”

Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini (a cura di), Un «osservatore e testimone attento». L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo, Modena, Mucchi, «Lettere Persiane» (12), 2018, 762 pp., 30 euro.

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 di Luciano Curreri

È la seconda volta che mi capita di recensire, senza pensarci su, un libro sulla critica co-curato da Stefano Lazzarin. Ma questa occasione, forse più della prima, mi fa muovere al di là della simpatia e della stima che ho nei confronti suoi (e del co-curatore del nuovo libro, Pierluigi Pellini). Perché questa volta si tratta di Remo Ceserani (1933-2016), cioè di un critico che a 23 anni, in una lettera al maestro Mario Fubini (1900-1977) per la tesi, ha il coraggio di scoprirsi «dispersivo e centrifugo», dimostrando una maturità di sguardo (anche in altre missive) che, come puntualizza subito Lucia Rodler, «segnala precocemente quel desiderio di allargare i confini della ricerca che diviene la cifra interpretativa del Ceserani critico» (p. 27).

Al tempo stesso, pur allargando di continuo la mappa grazie a quella «curiosità sempre in viaggio» di cui parla Giulio Ferroni (pp. 503-509), il Nostro sarà, più di altri, in grado di «raccontare»: di raccontare la letteratura e tanti altri, convergenti saperi (su cui si veda il saggio di Simona Micali, pp. 271-286), e non solo in seno al famoso libro del 1990, edito da Bollati Boringhieri, di cui Lazzarin, nell’esemplare Bibliografia (pp. 533-762), non fa fatica a dire che si tratta «dell’indagine e del bilancio più sistematici che Ceserani abbia prodotto su un argomento, la storia letteraria, da sempre al centro dei suoi interessi» — fin dalle lettere giovanili a Fubini — e «di una costellazione che comprende [una ventina di] scritti sul tema» (p. 624), i primi dei quali risalgono all’inizio degli anni Settanta.

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Venedikt Vasil’evič Erofeev, MOSCA-PETUŠKI

“[…] Va tutto per il verso giusto. Se vuoi andare a sinistra, Venička, vai a sinistra, io non ti impongo nulla. Se vuoi andare a destra, vai a destra.”
Sono andato a destra, un po’ barcollante per il freddo e la disperazione. Oh, il peso mattutino sul cuore! Oh, l’effimera sensazione di sciagura! Oh, il sentirsi senza scampo! Che c’è di più in questo peso che nessuno ha ancora definito con un nome preciso, che c’è di più? Paralisi o nausea? Esaurimento nervoso o mortifera angoscia, e mica poi tanto lontano dal cuore? E se ce ne fosse in dosi uguali, cosa prevarrebbe: la catalessi o il delirio?
“Fa nulla, fa nulla,” mi sono detto, “riparati dal vento e va’ avanti pian piano. E respira a rade boccate. Respira così, per non inciampare. E segui almeno una direzione, una qualsiasi. Non importa quale. Anche se prendi a sinistra finirai per sbucare alla Stazione di Kursk. E anche se vai dritto finirai alla Stazione di Kursk. Perciò prendi a destra, così ci finirai a colpo sicuro.” (Venedikt Vasil’evič Erofeev, MOSCA-PETUŠKI e altre opere, traduzione di G. Zappi, Feltrinelli 2004)

Paolo Nori legge integralmente – in quattro parti – il capolavoro del grande Venedikt:

1) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/11/25/mosca-petuski-parte/
2) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/12/02/mosca-petuski-seconda-parte/
3) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/12/09/mosca-petuski-terza-parte/
4) http://www.ilpost.it/paolonori/2014/12/16/mosca-petuski-ultima-parte/

Stefano Lanuzza, “Argotier”

Stefano Lanuzza, Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l’argot, il Novecento, Milano, Jouvence, 2018, pp. 86, € 9,00

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di Marco Fagioli

Argotier: un saggio di letteratura comparata che ha come spunto emblematico il Louis-Ferdinand Céline innovatore ‘argotico’ del linguaggio letterario posto a confronto con altri autori e con le vicende storiche novecentesche riflesse nel nostro tempo. Céline non è quel tipo di romanziere che narrando dimentica se stesso. Piuttosto, valorizzando in funzione stilistica le possibilità espressive del linguaggio, i neologismi e gli argotismi, le assonanze o gli echi prodotti dalle parole, egli vuole attirare i lettori dentro la propria soggettività delimitatrice dell’orizzonte d’un reale che lo stesso autore – velleitario ideologo e imperfetto politico, moralista paradossale, filosofo anomalo e mistico ateo, ma, alla fine, scrittore inarrivabile – non affabula bensì “presenta” a tutto tondo.

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Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l’argot, il Novecento (Milano, Jouvence, 2018, pp. 86, € 9,00) di Stefano Lanuzza è un piccolo libro, ma è destinato a occupare un posto di rilievo nella più estesa bibliografia critica céliniana degli ultimi anni. All’autore si devono anche altri libri sul grande scrittore francese (Maledetto Céline, 2010; Céline della libertà, 2015; Louis-Ferdinand Céline. La parola irregolare, 2015; Céline testimone dell’Europa, 2016), oltre alla curatela e alla traduzione nel 2013 del libro del 1938 di Hanns-Erich Kaminski Céline in camicia bruna.

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Remainders n.18: Silvio Pellico, “Le mie prigioni”

Silvio Pellico, Le mie prigioni, Ed. Mursia, 1981, pp. 226.

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di Francesco Sasso

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Silvio Pellico (1789-1854), autore della Francesca da Rimini e di parecchie altre tragedie, aderente alla Carboneria, fu arrestato e condannato a morte, ma poi inviato allo Spielberg, dove maturò quel suo splendido libro, Le mie prigioni, che pubblicò due anni dopo la liberazione dal carcere. In carcere per dieci anni, l’autore ritrova la fede cattolica.

L’esperienza di dieci anni di carcere politico è decisiva per il nuovo orientamento spirituale del Pellico (si converte la fede cattolica), ma anche per il suo destino di artista, giacché dal racconto di essa derivò il capolavoro della letteratura memorialistica del nostro primo Ottocento: Le mie prigioni.

Le mie prigioni, pubblicato a Torino nel 1832 e poi accresciuto di dodici nuovi capitoli nell’edizione francese del 1843, non nacquero dal proposito polemico di segnalare all’esecrazione del mondo civile la tirannia austriaca e la barbarie dei suoi sistemi carcerari, e neppure mossero dall’intento di fare del recluso dei “Piombi” e dello Spielberg un’esemplare figura di martire ed eroe, ma ebbero per fine quello di edificare religiosamente il lettore attirandolo sulla vicenda di un’anima che dall’esperienza del dolore s’innalza alla conquista della fede e s’apre umanamente alla comprensione e al perdono. Da qui il respiro pacato del racconto, e quella luce mite e serena che avvolge anche i suoi tratti più mesti e li colora di una trepida speranza cristiana. È da questi processi che deriva il rilievo umano e poetico delle figure di Schiller, della Zanze, di Maddalena, del piccolo sordomuto, di Maroncelli, e dell’Orboni. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.79: Paolo Marati, “Gli indecenti”

Paolo Marati, Gli indecenti, Siena, Melville, 2017

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di Giuseppe Panella

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Perché Gli indecenti come titolo di un romanzo di costume? Perché l’in-decenza come categoria centrale in una riflessione sulla deriva della società contemporanea? Marati riprende alcuni personaggi del suo precedente L’intrusione delle onde anomale (Siena, Barbera, 2014) per raccontare una società in declino che non riesce più a trovare un centro, una direzione, un “centro di gravità permanente”. Soprattutto non riesce più a capire dove vuole andare a parare con i suoi stili di vita, i suoi tic, le sue mode, la sua ricerca di qualcosa di nuovo che la faccia uscire dalle asfittiche pareti del già visto. Federico Galbiati è un anti-eroe, un “inetto” – si sarebbe detto ai tempi di Verga e di Svevo. Divorziato ma felicemente accoppiato con una ragazza svedese, Harriet, conosciuta in circostanze avventurose nel primo romanzo, in procinto di volare a Stoccolma come fa ogni due settimane, viene bloccato da una perentoria richiesta di sua madre: l’anziana donna vuole rivedere Claudia, la figlia primogenita, l’un tempo severissima professoressa di latino protagonista di vicende sentimentali molto sfortunate narrate in L’intrusione delle onde anomale e apparentemente scomparsa quattro anni prima. La madre è radicale nelle sue richieste: se non rivedrà la figlia entro domenica, sicuramente il suo cuore si schianterà.

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SUL TAMBURO n.78: Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Milano, Chiarelettere, 2018

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di Giuseppe Panella

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Questo romanzo si basa su un desiderio rimasto inesausto: mettere in parole la nostalgia di una patria nella quale non si è potuto vivere come si sarebbe voluto. I personaggi della storia si ritengono tutti esuli (molti, come Christel, la matura mediatrice di immobili per i “russi” di cui Leo si invaghisce e che vorrebbe portarsi a letto) e il loro soggiorno sulla riviera ligure Magliani è un narratore nato e la sua ricerca linguistica non è mai disgiunta dalla volontà di raccontare storie, di illuminare con la luce radente dello stile vicende umane di grande spessore e di dolorosa potenza. Questo suo ultimo romanzo racconta un durissimo apprendistato di vita ma anche la struggente riconquista di un passato. Leo Vialetti di Sorba (Imperia), ligure come quasi tutti i protagonisti dei romanzi di Magliani, nasce e appartiene a una Liguria scabra, rocciosa, poco generosa con i suoi abitanti che pure la amano, costruita su baluardi montuosi, intervallati da brevi tratti di pianura, da salite erte e difficili, popolata di cinghiali e di uomini spesso più testardi e duri di quegli stessi animali selvatici cui danno la caccia.

Nello stesso tempo, il romanzo di Magliani descrive un mondo che dovrebbe risultare radicalmente opposto a quello nativo del protagonista: la Liguria e l’Argentina appaiono nelle sue pagine due continenti diversi e lontanissimi, eppure simili nel loro rapporto con l’umanità dolente che le abita.

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Critico militante solo a favore della letteratura. Saggio di Stefano Lanuzza

Critico militante solo a favore della letteratura

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di Stefano Lanuzza

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Geno Pampaloni (1918-2001)

Diversamente da un’affermazione di Pietro Citati secondo cui “Pampaloni non era un critico: ma uno scrittore che si nascondeva” (invero, è un po’ se stesso che Citati… cita), Pampaloni ha le qualità di scrittore pertinenti a un vero critico esperto del canone letterario. A raccoglierne i saggi più belli, “che sono molti, […] ci accorgeremmo” aggiunge Citati “che il romanzo scritto da Geno Pampaloni sulla letteratura italiana moderna rivaleggia con quelli di Pavese, di Bassani, di Cassola, di Calvino” (“Corriere della Sera”, 14 novembre 2011).

Mai dichiaratamente engagé, Pampaloni s’affranca dai moduli dello storicismo, del marxismo, della stilistica, del formalismo, dell’avanguardismo, dello strutturalismo, della semiologia, della filologia, della psicanalisi…; e, convinto della funzione soprattutto civile della critica, interpreta meglio dell’ideologizzante filoneorealista Carlo Salinari il decisivo libro di Alberto Asor Rosa Scrittori e popolo (1965) che giudica sfavorevolmente i provincialismi del populismo e ridimensiona il ruolo dell’impegno sociopolitico degli scrittori. Poiché – rivendica Asor Rosa – “il fatto estetico ha proprie leggi, non confondibili con quelle della politica”.

Libero critico per lettori liberi e possibilmente competenti, così rari nell’italico popolo di non troppo antica alfabetizzazione, Pampaloni scansa in linea di principio le ideologie che vorrebbero prescindere dal merito di un’opera e, pur senza derogare dal ruolo di cronista letterario “giornaliero”, sintetizza la propria nobile opinione della letteratura nel ritratto ‘a specchio’ di Pietro Pancrazi critico-scrittore (saggio pubblicato sul n. 4, aprile 1953, della rivista “Il Ponte” fondata nel 1945 da Piero Calamandrei) e nell’aureo Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, incluso nel volume Il Novecento (1987) della Storia della letteratura italiana di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno. 

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Serena Vitale, “Il defunto odiava i pettegolezzi”

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, 2015, Adelphi, pp. 284, €19

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di Francesco Sasso
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È lavoro raffinatissimo, dato da un ingegno e una esperienza letteraria come quelli di Serena Vitali. Il libro è allo stesso tempo un romanzo giallo, un saggio letterario, un’inchiesta giornalistica su Vladimir Vladimirovič Majakovskij, un saggio sociologico e storico. L’autrice ha scavato di buona voglia tra libri del poeta, le testimonianze dei contemporanei, i giornali dell’epoca, i documenti riemersi dagli archivi dopo il 1991, i verbali degli interrogatori, i «pettegolezzi» raccolti da informatori della polizia politica, i saggi letterari, le autobiografie dei protagonisti. Ha scovato incongruenze, bugie, mezze verità. Ha ipotizzato, immaginato, confutato.

Tutto ha inizio il 14 aprile 1930. Vladimir si suicida con uno sparo al cuore nella sua camera a Mosca. Con lui nella stanza c’è la sua amante Nora. Accorrono vicini, spie, amici e curiosi. La stanza si riempie. Da qui iniziano le bugie, gli omissis, nasce la leggenda e il mistero. Per alcuni la ragione della fine è da ricercare nella vita privata del poeta, altri ipotizzano la sifilide; alcuni riferiscono che Majakovskij era oppresso dalle tasse. Dal racconto emergono protagonisti affascinanti e terribili: i coniugi Brik (Lili e Osip), Veronika Polonskaja (Nora), Tat’jana Jakoleva e, naturalmente, Majakovskij. Su di essi aleggia la fosca vita ai tempi dell’Unione Sovietica.

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SUL TAMBURO n.77: Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, “Marginalia intorno a Louis-Ferdinand Céline”

Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, Marginalia intorno a Louis-Ferdinand Céline, Firenze, AION Edizioni, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Non sono certo marginali i problemi, le connessioni e i rapporti intellettuali e letterari sollevati da Fagioli e Lanuzza a proposito dell’opera di Louis-Ferdinand Céline, soprattutto rispetto ai suoi scritti più controversi e combattuti come le Bagatelles pour une massacre o i romanzi “autobiografici” del grande scrittore francese. Così come non sono marginali gli interrogativi morali suscitati da questioni ancora scottanti come il “forsennato” antisemitismo di Céline o quelli estetici legati al suo rapporto con le altre arti (la pittura, il cinema, la musica, la canzone).

Céline è ancora tutto un continente letterario e storico da esplorare nonostante la gran quantità di inchiostro versato sulla sua vita e sulla sua opera e la grande battaglia critica e politica combattuta in suo nome. Forse per nessuno degli altri grandi scrittori del Novecento lo schieramento si è diviso in maniera così netta tra chi lo voleva relegato nell’enfer degli scrittori pericolosi e funesti, da evitare o da boicottare (si pensi alla severa quanto infondata condanna di Sartre che pure aveva attinto a piene mani dalla sua proposta letteraria e dal suo laboratorio stilistico) e chi, invece, tendeva a giustificare tutto di lui, ogni suo scritto compresi i pamphlet antisemiti più accesi, in nome della supremazia della scrittura e dello stile. Il fatto è che anche nel caso Céline, anche se ammetto che è molto difficile, bisogna distinguere tra le asprezze dell’uomo e le sue vicende personali e il risultato della sua proposta di scrittura e la sua rivoluzione stilistica.

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Clemente Rebora: storia di un’anima

Clemente Rebora: storia di un’anima

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di Domenico Carosso

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I Frammenti lirici (1913) sono tali, cioè frammenti, perché ripetono tutti uno stesso orientamento, mentre il motivo, l’explicit, cioè i versi, svolgono motivi sempre diversi e nuovi. Sono inoltre, i Frammenti, il riflesso pensoso e inquieto, non scolastico né cattedratico, d’una condizione morale diffusa, che nella Lombardia del secolo è il riflesso, pragmatico e teorico, cioè di teoria applicata alle cose di quel mondo, dell’illuminismo che ha influenzato a suo tempo, prima il Parini, facendolo totalmente irreligioso, e pienamente illuminista, poi, con diversa intensità, Manzoni e il Porta.

La sua prima attività poetica tende a coincidere, in Rebora, più che con se stesso o con una individualità disprezzata e odiata, con l’aspirazione ad un clima, sia storico che extrastorico, cioè “soprannaturale”. E il suo poema sarà scritto, ma è in primo luogo vitale, e vissuto, perché è la storia dell’anima dell’uomo. E l’idea o l’ideale non si distingue dal lavoro: perché «rivivi / Nell’atto la fede / Simile a chi luce non vede / Mentr’essa schiara le fatiche assorte… / Nelle faccende è l’idea» (Fr. LXIII).

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SUL TAMBURO n.76: Evaristo Seghetta Andreoli, “Il paradigma di esse”

Evaristo Seghetta Andreoli, Il paradigma di esse, prefazione di Carlo Fini e con una nota critica di Franco Manescalchi, Firenze, Passigli, 2017

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di Giuseppe Panella*

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Il destino poetico di Evaristo Seghetta Andreoli è tutto racchiuso in quell’esse, in quell’essere che non vuol decidersi a confondersi con l’avere o scivolare nell’esserci: un verbo che si fa sostantivo e si appoggia alla vita per continuare il suo percorso esistenziale.

Scrive Carlo Fini nella sua densa e intuitiva prefazione:

«In queste nuove liriche, tuttavia, l’autore approfondisce la sua consolidata vena poetica: il linguaggio, di affascinante creatività, si prosciuga, come attestano l’apparente naturalezza e la scorrevolezza. In questa rinnovata essenzialità lo stile si esalta nelle immagini, nelle riflessioni su se stesso e l’altro. Il ritmo dei versi acquista sicurezza e musicalità. Appare importante aggiungere a queste prime annotazioni un particolare innovativo: l’autore spazia ancora di più (e con maggiore aderenza) sulla vita reale, sulle incerte sue sorti e in quelle del mondo. Ecco, allora, nella parte finale della silloge, comparire – come antiche divinità ostili – Il Tempo, lo Spazio e il Caos» (p. 5).

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Dalle discrasie di Giovanni Fontana, insorgenze neghentropiche

Giovanni Fontana, Discrasie- sessioni metacritiche, Edizioni Novecento Libri, Roma, 2018, € 12,00, pp. 139

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di Antonino Contiliano

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Discrasie: un presupposto come sistema. Sessioni metacritiche: un campo di mutamenti e trasformazioni del/nel sistema. Un sistema di fasi che correlano in circolo il presimbolico – lo stato di mescolanza caotico del quid materico delle dis-crasie in brodo quantico – e le diramazioni analitiche della critica come campo di atti logo-linguistici differenziali in onda artistica ritmico-po(i)etica – separazione, distinzione, esame, giudizio, valutazione, giudizio. Atti che incidono la miscela delle discrasie e le mettono in frequenza enunciativa inscrivendone l’individuazione testuale significante differenziale.

Una significazione che per le vie del senso mette in gioco anche un certo plurilinguismo inter-mediale anti-controllo per dare battaglia al degrado dell’informazione psico-collettiva impiegando il Pegaso utopico quanto emarginato dell’arte e della poesia (non a caso Marcello Carlino nel testo che accompagna il libro – Discrasie – sessioni metacritiche – di Giovanni Fontana, identifica lo stesso come un poliartista che sfrutta l’inter-medialità quale arma antagonista che scompagina il monolinguismo della comunicazione medusatizzata del postmoderno).

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IL TERZO SGUARDO n.57: Adriano Tilgher, “La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani”

Adriano Tilgher, La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani, a cura e con un introduzione di Raoul Bruni, Torino, Aragno, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Adriano Tilgher è certamente più famoso per i suoi studi sulla filosofia teatrale di Luigi Pirandello e le sue analisi del teatro contemporaneo (Studi sul teatro contemporaneo, Roma, Libreria di Scienze e Lettere, 1923 e sgg.) e per la sua grottesca e sconcertante liquidazione del pensiero di Giovanni Gentile (Lo spaccio del Bestione trionfante, Torino, Gobetti, 1926) che per la sua analisi del pensiero di Leopardi. Eppure è stato uno dei primi a valutare positivamente Leopardi come pensatore e a rifiutare la stroncatura che della sua poesia aveva fatto proprio Benedetto Croce (la celebre definizione di una “vita strozzata” che si trova in Poesia e non poesia del 1923, anno della sua prima edizione). Scrive Raoul Bruni nel suo intelligente saggio introduttivo a questo volume che raccoglie tutti gli interventi leopardiani del pensatore di Ercolano:

«Con La filosofia di Leopardi, Tilgher fornì un contributo fondamentale alla conoscenza del pensiero leopardiano. Eppure questo saggio viene quasi sempre ignorato o trascurato nei manuali di storia letteraria, che attribuiscono il merito di aver scoperto il valore filosofico dell’opera di Leopardi a Cesare Luporini, e al suo fortunatissimo saggio Leopardi progressivo» (p. IX).

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Francesco Muzzioli, “Mario Lunetta. La scrittura all’opposizione”

Francesco Muzzioli, Mario Lunetta. La scrittura all’opposizione, Odradek, Roma, 2018, pp. 141, € 16,00

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di Antonino Contiliano

Un poligrafo alchimista e proliferante. Una vita e una parola oppositiva, l’opera di Mario Lunetta. Una scrittura anti-sistema-mondo variamente proposta ma sempre nell’ottica di una espressione polisemica e plurilinguistica aggressiva. Una lotta materialista e una sottrazione engagé – giocate tra denuncia e demistificazioni, autoironia, ironia e sarcasmo (troskianamente permanente, direi) – che, nonostante il degrado invadente e pervasivo del sistema-mondo e della stessa “Forma Italia” (sventrata e sminuzzata dal capitalismo globalizzato dell’impresa finanziarizzata) mai sono dimentiche della possibilità antagonista-alternativa: hasta la vista, “il giovanissimo nome di comunismo”. Una scelta e un “fine vita” che Mario Lunetta (caro il caravaggesco moto “Senza Speranza. Senza Paura”) affida ai versi dell’opera “L’allenamento è finito” (Robin, Torino, 2016) e che Francesco Muzzioli richiama a chiusura della prima parte – “Il percorso poetico” – dello studio monografico (p. 65) che gli dedica. Ne riportiamo il pezzo:

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SUL TAMBURO n.75: Gianluca Barbera, “Magellano”

Gianluca Barbera, Magellano, Roma, Castelvecchi, 2018

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di Giuseppe Panella
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«12 settembre 1568. Mi chiamo Juan Sebastián del Cano – detto el Perro, il cane – e, come la maggior parte dei miei connazionali senz’altro ricorda, ho viaggiato in qualità di nocchiero sulla Trinidad, al fianco di Ferdinando Magellano, per un anno, sette mesi e diciassette giorni: tanti ne ho contati. Delle cinque caracche partite per sfidare gli oceani con a bordo duecentosessantacinque uomini di equipaggio solo una tornò, la Victoria, che il destino aveva posto sotto il mio comando, quale ultimo ufficiale rimasto di tutta quella gran spedizione; invero la più piccola e fragile della flotta dopo la Santiago, affondata tra i crepacci del Rio Santa Cruz, ad appena due gradi di latitudine dallo stretto di Todos los Santos, da noi scoperto il 1 novembre dell’anno di grazia 1520. Sì, io ebbi la ventura (o chiamatela come vi pare) di essere stato uno dei diciotto uomini cui fu concesso di fare ritorno, dopo tre anni intorno al globo e avventure e tragedie al di là di ogni umana sopportazione. Io, Sebastián del Cano, el Perro, lo confesso, qui, ora, per la prima volta, ho tradito il mio comandante e ammiraglio, Ferdinando Magellano, nel più abietto dei modi…»

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SUL TAMBURO n.74: Rita Monaldi – Francesco Sorti, “Malaparte – Morte come me”

Rita Monaldi – Francesco Sorti, Malaparte – Morte come me, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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Rita Monaldi e Francesco Sorti sono autori molto conosciuti di romanzi storici e di brillanti ricostruzioni satiriche di eventi del passato che probabilmente non hanno bisogno di presentazioni per il vasto pubblico dei loro lettori. Le vicissitudini del loro primo romanzo, Imprimatur, pubblicato con buon successo da Mondadori nel 2002 e poi non più ristampato dallo stesso editore per ragioni mai compiutamente emerse nel corso della violenta polemica che ne seguì, sono state anch’esse l’oggetto di un importante dibattito sulla scrittura letteraria e i condizionamenti esterni esercitati su di essa (ne parlai proprio su Retroguardia in anni non sospetti, per la precisione il 16 luglio del 2009). Nel 2016, pur proseguendo la serie di romanzi storici incentrati sulla figura della spia vaticana Atto Melani e le sue imprese politico-poliziesche ambientate in tutta Europa (alla conclusione della serie mancano i due volumi conclusivi), i due scrittori hanno deciso di dedicare un ampio e intrigante volume a una vicenda poco nota della biografia umana e intellettuale di Curzio Malaparte, ambientandola in gran parte nella Capri mondana di fine anni Trenta. Ma la storia della persecuzione poliziesca ai danni dello scrittore pratese, la ricostruzione delle sue indagini effettuate con lo scopo di evitare l’arresto e un processo che ne avrebbe distrutto la reputazione e infine la scoperta della verità sulla misteriosa morte di Pamela Reynolds, giovane poetessa dal profilo dolcissimo con la quale Malaparte aveva avuto quattro anni prima un breve flirt, non esauriscono la fitte rete di rimandi storici, politici, letterari e umani che attraversano e sorreggono la potente ricostruzione effettuata dai due autori.

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SUL TAMBURO n.73: Domenico Cipriano, “L’origine”

Domenico Cipriano, L’origine, Forlimpopoli (Forlì-Cesena), L’Arcolaio, 2017

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di Giuseppe Panella
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Che cosa c’è alle scaturigini prime, all’origine vera e profonda della poesia, della sua produzione inevitabile? Cipriano ha pochi dubbi al proposito, c’è il ritmo, c’è la musica, c’è la scansione delle parole che si intrecciano con il suono e il significante prodotto dal suono stesso.

«Io sono / tutte le terre che ho visitato / anche se da una sola / ho preso vita. // Lì / è rimasta ferma una ferita / per ogni passo / trascinato stanco / per ogni sguardo / che non mi riconosce. // E sono tanti i segni sul mio corpo / che ha tracciato la poesia / di chi / non ha più un luogo / e chiede asilo» (p. 15).

E’ il primo testo poetico, quello che apre la raccolta, e dà il senso dell’operazione messa in atto da Cipriano. L’origine della poesia affonda nel passato, in un passato così lontano che di esso rimane poco da analizzare e di condividere – si può soltanto accertarne l’esistenza e trasformarla in una parola che cerchi di delimitarlo. Il poeta rappresenta, di conseguenza, ciò che esiste fin dagli albori e lo sintetizza nelle sue parole del presente. Il corpo vivente della poesia si rastrema nell’immagine del corpo ferito del poeta che porta su di sé i segni del percorso che lo porta verso la propria autorealizzazione. La scrittura poetica non ha luogo definito e si realizza sempre nell’esilio della mente dove avviene ciò che la rende visibile e comprensibile ai più.

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