La letteratura d’evasione (II): la nascita di nuovi generi

La letteratura d’evasione: nascita di nuovi generi.

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di Francesco Sasso

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Lo scrittore , non più mantenuto nelle corti, o da ricchi mecenati, come era accaduto ancora fino al Settecento, si mantiene attraverso la vendita dei suoi romanzi oppure esercitando il giornalismo, mentre l’attività letteraria tende a diventare una professione vera e propria.

In Inghilterra e in Francia gli editori abbassano fortemente il prezzo dei libri, stampando edizioni economiche. Inoltre si assiste alla nascita di piccole biblioteche individuali e familiari. All’interno di questi processi, le opere dotte rimangono interne a una circolazione molto ristretta, mentre i generi di successo come il romanzo hanno un mercato molto largo.

Alcuni dei romanzi più amati dai lettori di massa venivano da tradizioni antiche: le storie di cappa e spada, ambientate nel Medioevo, erano la continuazione del romanzo storico ottocentesco; in Italia, i romanzi di Salgari derivano dalla tradizione del romanzo esotico settecentesco. Molti altri generi, invece, hanno cominciato ad affermarsi proprio a partire dalla fine dell’Ottocento e godono ancora di grande fortuna.

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Tra l’estraneo e il familiare, l’aurora. Dove coabitano la vita e il vuoto, il silenzio e la parola.

Bonifazio Mattei, L’estraneo e il familiare. Spaesamenti e luoghi del cuore nella poesia del Novecento, Asterios editore, 2019.

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di Gustavo Micheletti

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Il titolo di questo libro – L’estraneo e il familiare – fornisce una chiave di lettura della poesia italiana del Novecento a un tempo originale e illuminante. Probabilmente quanto Bonifazio Mattei vi argomenta, talora in una maniera lucidamente lirica, potrebbe essere esteso anche ad altri poeti coevi di quelli italiani presi in esame, (quali Ungaretti e Montale, Caproni e Sbarbaro, Penna e Saba, per menzionarne solo alcuni) ma la sua narrazione permette comunque di scorgere distintamente nella poesia italiana del secolo appena trascorso quella peculiare “tensione morale” che testimonia ogni volta il “riverbero dell’io in una realtà estranea”, come se la poesia fosse nella sua essenza “un’esperienza di marginalità e annullamento, che coincide tuttavia intimamente con una condizione di rinascita, di riappropriazione del sé”.

Una simile vocazione della poesia risulta per esempio ben evidenziata dalla dimensione dell’aurora, del chiasmo ciclico e fatale cui allude, ovvero quello che si realizza allorché la vita svanisce ogni giorno nel nulla, e poi rimane in qualche modo sospesa in una radura aurorale per riemergere ogni volta dal suo eterno svanire.

Nel 1964, in occasione delle lezioni tenute alla Columbia University sui temi della propria poetica, Ungaretti si soffermò sull’importanza che in essa rivestiva il tema dell’aurora – “un’aurora non edenica, non di perfetta felicità, in qualche modo contaminata dalla storia; il tema del desiderio a un ritorno dello stato edenico; il tema della morte, del nulla”.

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Percorsi di analisi testuale e i generi letterari

Utili percorsi di analisi testuale: il Breviario dei classici italiani. Guida all’interpretazione di testi esemplari da Dante a Montale , a c. di G.M. Anselmi, A. Cottignoli ed E. Pasquini, Milano, Bruno Mondadori, 1996; P.V. Mengaldo, Attraverso la prosa italiana e Attraverso la poesia italiana. Analisi di testi esemplari , Roma, Carocci, 2008; M. Santagata, La letteratura nei secoli della tradizione. Dalla «Chanson de Roland» a Foscolo , Laterza, 2007, e La letteratura nel secolo delle innovazioni. Da Monti a d’Annunzio , Laterza, 2009. I generi letterari erano già stati oggetto di studio della Storia dei generi letterari italiani , Milano, Vallardi, 1904-1952. Strumento aggiornato di analisi è oggi il Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi , a c. di F. Brioschi e C. Di Girolamo, Torino, Bollati Boringhieri, 1993-1996. Indagini approfondite su alcuni generi: S. Zatti, Il modo epico , Roma-Bari, Laterza, 2000; Il romanzo , a c. di F. Moretti, Torino, Einaudi, 2001-2004. V. inoltre Il mito nella letteratura italiana , a c. di P. Gibellini, Brescia, Morcelliana, 2004-2007.

f.s.

“Il Mondo Nuovo. Le radici illuministiche della Modernità” a cura di Giuseppe Panella

“Il Mondo Nuovo. Le radici illuministiche della Modernità” è il nome di una serie incontri nati per raccontare in modo rigoroso ma NON accademico tutte le possibili sfaccettature del Settecento.
Nel corso di quattro serate, Giuseppe Pannella (vice-presidente della Società Filosofica Italiana sezione di Prato e Ricercatore presso la Scuola Normale Superiore) converserà con studiosi, curatori museali e artisti per delineare i caratteri principali di un secolo ricco di trasformazioni.

Il Mondo Nuovo. Il Secolo Educatore

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La letteratura d’evasione (I): le origini.

La letteratura d’evasione: le origini.

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di Francesco Sasso

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La letteratura d’evasione nasce a partire dalla metà dell’Ottocento, quando si diffuse, prima in Francia e poi nel resto d’Europa, un nuovo genere letterario: il romanzo d’appendice o feuilleton. Si tratta di romanzi pubblicati a puntate nelle pagine finali, in appendice appunto, o nei supplementi dei quotidiani. All’inizio non si trattò di un genere distinto dalla narrativa tradizionale: a dispense o in appendice furono pubblicate anche opere di autori come Balzac o Hugo. Tuttavia ben presto, per le caratteristiche che una narrazione di questo tipo andava assumendo, vi si dedicarono scrittori sempre più specializzati: Eugène Sue, autore dei Misteri di Parigi, e Alexandre Dumas, autore dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo, sono forse da considerarsi i più noti e amati dal pubblico dei lettori.

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L’epistolario di Alcide De Gasperi: edizione nazionale digitale

Riportiamo qui il comunicato:

“La figura di Alcide De Gasperi (1881–1954) continua a suscitare un notevole interesse, non soltanto tra gli storici e gli studiosi della politica del Novecento. I fattori che rendono la vicenda dello statista trentino al contempo eccezionale ed emblematica sono vari: il suo contributo allo sviluppo del movimento cattolico nel Trentino e a livello nazionale e internazionale, la leadership politica nella Democrazia Cristiana, la peculiare interpretazione del ruolo di capo del governo italiano; il contributo dato alla politica internazionale di pace, l’intuizione europeista.

La storiografia ha fatto ricorso a una gran quantità di documenti di vario genere per studiare la figura di De Gasperi: scritti e discorsi pubblici, articoli di giornale, testimonianze dirette e naturalmente la corrispondenza dello statista. Proprio quest’ultimo campo costituisce un patrimonio ricchissimo e finora solo in parte esplorato: alcune lettere sono state studiate e pubblicate in studi e raccolte dedicati allo statista o ai suoi corrispondenti, ma moltissime altre attendono ancora di essere trovate e usate, per precisare i contorni personali e pubblici di una delle figure più importanti della storia del secolo scorso. Ecco perché, a più di sessanta anni dalla morte dello statista è parso opportuno avviare la realizzazione di una grande raccolta critica che riunisca e organizzi le lettere scritte e ricevute da De Gasperi secondo criteri cronologici, tematici e geografici, accompagnata da una bibliografia critica di riferimento.

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Radiohead, MINIDISCS [HACKED]

«La settimana scorsa siamo stati hackerati – qualcuno ha rubato l’archivio di minidisk di Thom che risaliva più o meno ai tempi di “Ok Computer” e a quanto pare ha chiesto 150.000 dollari minacciando di diffonderlo». I Radiohead hanno confermato il furto delle registrazioni legate alle session del loro album “Ok Computer” con un post sul loro sito e sui social e hanno deciso di reagire all’accaduto mettendo in download lo stesso materiale sulla piattaforma Bandcamp. Tutti i proventi derivanti dall’acquisto delle registrazioni, ha annunciato la band di Thom Yorke, andranno devoluti al movimento ecologista che si batte contro i cambiamenti climatici Extinction Rebellion.

https://radiohead.bandcamp.com/

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Mappa Mundi di Hereford

La Mappa di Hereford è una mappa mundi. Disegnata su un singolo foglio di vellum, misura 158 x 133 cm, ed è la più grande mappa medievale conosciuta finora. Fu dipinta fra il 1276 e il 1283 in Inghilterra da Richard di Haldingham e riproduce il mondo allora conosciuto fondando la propria rappresentazione sulla base di nozioni storiche, bibliche, classiche e mitologiche.

Il sito themappamundi.co.uk permette di esplorarla virtualmente.

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BIBLIOGRAFIA: Storie sintetiche recenti

Storie sintetiche recenti di storia della letteratura italiana

Quella classica di N. Sapegno, Compendio di storia della letteratura italiana , Firenze, La Nuova Italia, 1956; G. Petronio, L’attività letteraria in Italia , Palermo, Palumbo, 1979; G. Ferroni, Storia della letteratura italiana , Torino, Einaudi, 1991 (in 4 voll.), e Profilo storico della letteratura italiana , Torino, Einaudi, 1992 (vol. unico); G.M. Anselmi, Profilo storico della letteratura italiana , Firenze, Sansoni, 2001; Storia della letteratura italiana , a c. di A. Battistini, Bologna, Il Mulino, 2005 (in 6 parti curate rispettivamente da L. Surdich, R. Bruscagli, E. Ardissino, A. Beniscelli, R. Bonavita, A. Casadei); U. Dotti, Storia della letteratura italiana , Roma, Carocci, 2007; M. Santagata A. Casadei, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna e Manuale di letteratura italiana contemporanea , Roma-Bari, Laterza, 2007; A. Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana , Torino, Einaudi, 2009. Nella tradizione anglosassone delle storie brevi : G. Manacorda, Storia della letteratura e della lingua italiana , Roma, Newton Compton, 2001; G. Prezzolini, Storia tascabile della letteratura italiana , Palermo, Sellerio, 2002; G. De Rienzo, Breve storia della letteratura italiana , Milano, Bompiani, 2002.

f.s.

Che fare, dunque? [In memoria]

di Francesco Sasso

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Ho atteso giorni prima di prendere la parola in rete. Non riesco qui a esprimere il mio sentimento per la perdita di Giuseppe. Abbiamo lavorato insieme costantemente, giorno dopo giorno, per dodici anni nelle redazioni delle riviste “Retroguardia” e “La poesia e lo spirito”. Mi mancheranno le email quotidiane, il dibattito privato sui libri che gli autori o gli editori ci inviavano… non voglio aggiungere altro perché desidero rispettare la natura riservata di entrambi, mia e di Giuseppe.

Mi vengono in mente le parole di Meister Eckhart: “ È per questo che siamo resi perfetti da quanto ci succede e non da quanto facciamo”.

Che fare, dunque? Continuare il lavoro critico su RETROGUARDIA è difficile, la perdita del prof. Panella impone, per prima cosa, una scelta di fondo: continuare il lavoro o chiudere la rivista? La mia preferenza va, sempre più decisamente, a questa seconda scelta, per una folla di motivi che sono, tutt’assieme, culturali e morali, tecnici e sentimentali. Altra possibilità è quella di trasformare RETROGUARDIA in un altra cosa, come la vita ci impone di fare.

L’attività svolta in rete sulle pagine di RETROGUARDIA ha coinvolto tanti singoli processi (scrittori, editori, critici, lettori), anche se alcuni sembrano contrapposti, e questo ha contribuito a una buona maniera di fare critica letteraria (secondo me). Nell’andar via, Giuseppe ha lasciato a noi una pista da seguire. Ora dipende da noi, lettori e collaboratori di RETROGUARDIA, convalidare o negare quella pista.

Cari amici, caro Giuseppe: grazie.

Francesco Sasso

 

IL TERZO SGUARDO n.58: Giuseppe Rensi, “Su Leopardi”

[Pubblico l’ultima recensione inviatomi tempo fa da Giuseppe per RETROGUARDIA. (f.s.)]

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Giuseppe Rensi, Su Leopardi, a cura di Raoul Bruni, Torino, Nino Aragno, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Giuseppe Rensi è stato uno dei pensatori più lucidi e significativi del Novecento italiano. Fortemente inviso al fascismo che interdisse la lettura dei suoi libri ai fruitori delle pubbliche biblioteche, nel dopoguerra è stato parzialmente dimenticato dagli studiosi di cose filosofiche e recuperato alla fine del secolo ad opera di suoi ammiratori come Augusto Del Noce, Sergio Givone o Leonardo Sciascia che, nel 1987, curò l’edizione delle sue Lettere spirituali per Adelphi.

Anche se non ha mai scritto (come pure fece Adriano Tilgher nel 1940) un intero libro sul pensiero filosofico di Leopardi, va detto che lo studio e l’analisi del pensiero leopardiano ha inciso moltissimo sulla sua visione del mondo e sulla sua filosofia della vita. Inoltre il carattere non sistematico e frammentario del pensiero leopardiano ben si confà all’indole critica di Rensi che ha sempre rifiutato l’idea della filosofia come prospettiva sistematica e come concezione totalizzante del mondo:

«La rivalutazione di Leopardi come pensatore è, quindi, in linea con il radicale anti-idealismo di Rensi. In questo senso non è casuale che nel primo scritto in cui Rensi prende nettamente le distanze dall’idealismo, La metafisica del terremoto, affiorino echi ben riconoscibili della Ginestra, laddove si allude alle catastrofi naturali che testimoniano la precarietà della condizione umana» (p. 3).

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Non mi piace dirti addio né arrivederci [In memoria]

Caro Giuseppe Panella

Non posso dirti arrivederci:

non credo che (post mortem) ci sia un altro mondo dove continueremo a discutere delle nostre visioni, dei nostri sogni poetici, del comune “Marx” venturo e del suo “general intellect” (già in corso d’opera digitale), o del comune “lascito” di Michel Foucault e di George Bataille …. (tutte le pagine che scrivesti e che divoravo…).

Non posso dirti addio:

i neuroni della mia memoria tengono acceso il carburante della poesia che hai versato fra le pagine dei “nostri” testi poetici collettivi anonimi “We are winning wing” e “L’ora zero” (Noi Rebeldìa), e lo spirito che hai mostrato quando ci posizionasti rispetto al “general intellect” (attaccato come delirante e preoccupante da qualcuno, perché privo di ironia), scrivendo che “sull’autoironia altrui non so; il mio testo di ironia ne contiene e molta…il “general intellect” ovvero il sapere contenuto all’interno della formazione sociale e produttiva vigente è termine marxiano facilmente coniugabile come sapere di classe…”; non hanno dimenticato (né messo all’angolo) le parole e l’amicizia (non poca) che mi davi quando a Firenze (caffè delle “Giubbe rosse”) venivo per dedicare tempo e amore alla poesia che ci legava, o quando scrivesti “Viandanti della rivoluzione. A proposito di “Compagni di strada caminando” («RISVOLTI»,VIII, n. 13, gennaio 2005), o quando scrivesti “Una rosa per Contiliano” come introduzione alla poesia di “Terminali e Muquenti”, o “Siamo in attesa che arrivi il futuro…  Antonino Contiliano, Tempo spaginato. Chi-asmo” (… e non continuo…).

Al di là di tutto questo non posso dirti addio: avendoti conosciuto e frequentato, nonostante sia andato via, mi sento meno povero; eppure ogni volta che muore un poeta, il mondo è sempre più povero. Ma noi, Caro Giuseppe, continuiamo a lottare: non vorresti diversamente!

Antonino Contiliano

Marsala, 24 maggio 2019

Gogol, il grottesco crea indimenticabili figure della letteratura

Gogol, il grottesco crea indimenticabili figure della letteratura

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di Domenico Carosso
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Scrive Clemente Rebora, in calce alla sua traduzione del Mantello che «la novella fu per la Russia come una crisalide donde uscì la farfalla dell’arte, una volta concepita dall’originalità nazionale e organicamente addestrata al volo dalla poesia di Puškin. Sulle prime passò quasi inosservata, mentre Gogol´ levava il grande e tragico stormo delle Anime morte».

Il freddo gelido di Pietroburgo si fa sentire, ed ecco che per il mantello da riparare l’umile scrivano Akakij si reca dal sarto Petrovič, che lo prega poi di volerne ordinare uno nuovo, ché il vecchio è ormai inservibile…

«Ah, ecco qua, a te, Petrovič, io… Bisogna sapere che Akakij Akakievič si esprimeva per lo più mediante preposizioni o avverbi, e infine con particelle che non avevano assolutamente nessun significato. Se poi la cosa era molto difficoltosa, egli aveva persino l’abitudine di non terminare le frasi, per cui molto spesso cominciava un discorso con le parole “questo è proprio quello”, e poi non diceva più niente, e lui stesso dimenticava di finire la frase pensando di aver già detto tutto»1.

Ed ecco, per un confronto, la stessa sequenza nella traduzione, letterale ed elegante, barocca e giustamente antiquaria, di Landolfi:

«Ecco, t’ho portato, Petrovič, coso…- Bisogna sapere che Akakij Akakievič parlava sopratutto per avverbi, per preposizioni o comunque particelle senza significato alcuno. Se il discorso poi era imbarazzante, aveva l’abitudine di non finir neppure le frasi, sicché molto spesso, ne cominciava uno colle parole: “Ciò, in verità, senza dubbio…coso”, e poi non veniva fuori altro, ed egli stesso si fermava pensando di aver già tutto detto»2.

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LESSICO ARCIMBOLDIANO

LESSICO ARCIMBOLDIANO

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di Stefano Lanuzza

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Giardiniere del suo Hortus deliciarum rinserrato nella Kunstkammer baluginante di fuochi fatui e staffilata da luci e ombre, Vertumno, malinconico signore della metamorfosi, si circonda di monstra, naturalia, artificialia e mirabilia, di squisiti spettri, di oggetti rari e astrusi, di golem, caravanserragli e chimere… In un estremo inno al capriccio, al mutamento e all’anamorfosi, astuzie dell’intelligenza eccentrica e del sonno che, con i sogni, genera i mostri di natura e cultura, il demiurgo gryllorum sive chimerarum Giuseppe Arcimboldi (1527ca.-1593) raffigura nel nume Vertumno (1591) – titolo del suo ultimo quadro, acme di un’arte come trascrizione metapoetica che emulando la physis ne accresce le suggestioni, tanto che non è più l’arte a imitare la natura bensì questa ad offrirsi a quella – non soltanto un compendioso ritratto di Rodolfo II dalla miniaturale fissità variata coi segni dell’umor nero seguito alla letizia, ma pure se stesso.

Rodolfo-Arcimboldi-Vertumno, opera di gioco e piacere eseguita in tempi di peste e terrore, un volto unheimlich, un’icona-fantoccio dall’increspata fronte di popone tra spighe, graspi e bacche, fichi e ricascanti ciliegie, mela e pesca le guance e occhi d’oliva e gelsa sotto sopracciglia di baccelli, peracoscia per naso e due nocciole con scorza gli imperiali baffi, riccio di castagna il mento, rape, cavoli e cucurbitacee, agli, cipolle e zenzeri, funghi, carciofi e fiori il torso, e un mezzosorriso stranito, inscritto nel vellutato lussureggiare di frutti d’ogni stagione, Rodolfarcimboldi-Vertumnus riflette altresì una fricassea rimestata dalla storica Mostra veneziana del maestro milanese-praghese (Palazzo Grassi, 13 febbraio-31 maggio 1987). Per esempio, dal pinzimonio delle italiche gazzette schizzano articolesse un critico che – scrive –, se fosse direttore d’un grande quotidiano, al corrispondente artistico troppo interessato all’“effetto Arcimboldo” farebbe una fulminante telefonata per sbatterlo immantinente ai servizi di cronaca: ciò, ancora prima dell’apertura della mostra stessa); e un altro, Testori, già pittore michelangiolista e scriba manierosamente kitsch che soffrigge all’inverosimile l’unico suo argomento, “Arcimboldo e arcimbolderia”, con saltabeccanti grilli medioevali e boschiani.

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Intervista a Hubert Selby Jr.

di Ellen Burstyn
traduzione di Dario Matrone

ELLEN BURSTYN: Cubby [soprannome di Hubert Selby Jr., n.d.t.], mi interessa conoscere il tuo percorso spirituale. Voglio sapere da dove sei partito spiritualmente e qual è stato il tuo cammino.
HUBERT SELBY JR.: Non saprei. Probabilmente non scoprirò da dove sono partito come spirito finché non lascerò il mio corpo. Ma sono sicuro che tutto sia iniziato poco prima di nascere. Trentasei ore prima di nascere ho iniziato a morire. Morire per me è diventato uno stile di vita. Quando sono nato avevo la cianosi, il cervello danneggiato. Ero pure brutto, che tu ci creda o no. E poi ho fatto il mio ingresso nel ventesimo secolo strillando, ero infuriato. Non so bene perché ero tanto infuriato, ma lo ero. Strano, per tutta la vita, fin da bambino guardavo il mondo intorno a me e dicevo: «Non dovrebbe essere così». Non capivo, e non capisco tuttora – ma da bambino la cosa mi confondeva ancora di più – perché la gente si faccia del male, gli uni con gli altri. Non lo capivo proprio. Da bambino ricordo che avevo… avevo due eroi. Uno era Paul Robeson, l’altro il Mahatma Gandhi. Non so perché, ma queste due figure le amavo proprio. E Paul Robeson una volta l’ho anche incontrato di persona. Comunque è tutta un’altra… cioè, fa parte della stessa storia ma… E poi c’è stata un’esperienza spirituale che mi ha fatto prendere una decisione consapevole – anche se all’epoca non lo sapevo. Mi riferisco a quando ho iniziato a scrivere.

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CONCRETA 1 – Festapoesia

Tutti i materiali di CONCRETA 1 – Festapoesia (Roma, Accademia d’Ungheria-Palazzo Falconieri, 21 aprile-5 maggio 2018), da un’idea di Giuseppe Garrera, István Puskás, Sebastiano Triulzi.

Volume a cura di Sebastiano Triulzi, 2 gennaio 2019, pp. 368, formato PDF, open access, ISBN 978-88-31913-072

http://diacritica.it/wp-content/uploads/1.-CONCRETA-1-a-cura-di-S.-Triulzi.pdf

BIBLIOGRAFIA: Storia della letteratura italiana

Punto di partenza della moderna storia della letteratura italiana è F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana , Napoli, Morano, 1870-1871 (ed. recente a c. di G. Ficara, Torino, Einaudi-Gallimard, 1996). L’impostazione positivista della Scuola Storica, orientata all’accertamento rigoroso dei documenti e dei testi, ha prodotto la Storia letteraria d’Italia , Milano, Vallardi, I ed. 1898-1926, aggiornata e rielaborata nel corso del Novecento, con l’apporto di nuovi collaboratori (l’ultima edizione a c. di A. Balduino, Padova, Piccin Nuova Libraria, completata nel 2007). Dagli anni Sessanta sono apparse altre grandi storie collettive: Storia della letteratura italiana , diretta da E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, Garzanti, 1965-1969 (ed. aggiornata 1987-1988); Letteratura italiana. Storia e testi , diretta da C. Muscetta, Bari, Laterza, 1970-1980 (con antologia di testi); Letteratura italiana , diretta da A. Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1982-2000 (ai primi volumi, di carattere tematico e dedicati alle questioni fondamentali della civiltà letteraria italiana, si aggiungono le sezioni su Storia e geografia , Gli Autori. Dizionario bio-bibliografico e Indici , Le Opere , Dizionario delle opere ); Storia della civiltà letteraria italiana , diretta da G. Bárberi Squarotti, Torino, UTET, 1990-1996; Storia generale della letteratura italiana , diretta da N. Borsellino e W. Pedullà, Milano, Motta, 1999; Storia della letteratura italiana , diretta da E. Malato, Roma, Salerno, 1995-2005. Con diversi criteri di organizzazione è stata impostata la collana Orientamenti culturali. Letteratura italiana , Milano, Marzorati, 1956-1974, suddivisa in diverse sezioni: Le correnti, I minori, I contemporanei, I critici.

SUL TAMBURO n.80: Leandro Piantini, “Il poeta non deve tacere”

Leandro Piantini, Il poeta non deve tacere, Fucecchio (Firenze), Edizioni dell’Erba, 2018

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di Giuseppe Panella

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Ma perché poi dovrebbe? Il poeta non lo spiega né desidera farlo e infatti parla, racconta, descrive, rigira il coltello nella piaga. Egli parla di sé e analizza la propria poesia:

«La poesia più bella è sempre l’ultima. Lo dico ad alta voce / quello che mi spinge all’espressione / è forte e se trova ostacoli / non s’arresta / ed ecco arrivano i soccorritori / e domani mi vedrete scalpitante / con le parole che / fanno a gara ad agghindarsi / a dimostrare la loro fedeltà / la loro vocazione ad essere / nei casi estremi il rimedio migliore» (p. 73).

Scrivere poesia è una vocazione irrefrenabile e non si contenere facilmente: le parole urgono e vanno usate per esprimere ciò che si prova e si sente in maniera assoluta. L’ansia di scrivere poesia non si arresta facilmente sulla soglia della pagina bianca. La poesia è qualcosa che non si può né si deve arginare: il poeta non deve tacere perché non può tacere. Ma di cosa parla però? Quali sono gli argomenti che mette sul tavolo quando si cimenta con la scrittura? Il poeta essenzialmente parla della poesia:

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Filippo La Porta «disorganico»

Filippo La Porta, Disorganici. Maestri involontari del Novecento, Edizioni di Storia e Letteratura («Civitas», 22), Roma 2018 (ottobre), 208 pp., 12 euro.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Ci ho messo un po’ a decidermi come scrivere questa recensione. L’avevo già in testa ma in un’altra forma, e non mi piaceva. Volevo scrivere un’altra cosa.

Volevo scrivere che questo è un libro, giunto a seconda vita in questa edizione, che entusiasma se avete avuto il coraggio di essere giovani, ovvero di leggere a 360° e non solo quello che vi mettevano sotto gli occhi i prof, dalle medie al liceo e all’università. Volevo scrivere che, nonostante l’intento dell’Introduzione (e di diversi passaggi del volume) sia lodevole, questo libro non è «ad uso delle nuove generazioni» naturaliter. Presuppone invece una generazione di lettori che preparava gli esami universitari anche con libri diversi da quelli in programma, insomma una generazione che non doveva né si voleva perdere — oserei dire: esaurire — in conti meticolosi di crediti e pagine. Filippo La Porta è del 1952, e si forma a Roma. Io sono del 1966, e mi formo a Torino. Ci sto ancora dentro, e senza venire al mondo in un luogo in cui a colazione si parlasse di Euripide o di Shakespeare. Dubito tuttavia che un ragazzo di oggi, un giovane universitario, per dire, un ventenne, riesca a starci dentro, a sentire la passione che vi circola.

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Comparazioni e omologie nel Tao filosofico-poetico di Massimo Mori

Massimo MORI, Tai Chi (Tàijí). Poematica del Principio, Castel Maggiore, Edenica, 2018, pp. 232, € 27, 50.

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di Stefano Lanuzza

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La poesia è chiara e oscura: tra una parola scritta e l’altra vi sono spazi vuoti nell’alternanza nera e bianca di Yin e Yang” (M. Mori).

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” scrive Wittgenstein nella settima e ultima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus (1921). Tale frase, che segnala un limite delle possibilità del linguaggio ed esorta a ‘stare ai fatti’, non significa ‘Non parlare’ ma invita a non pretendere d’identificare quanto trascenda il linguaggio.

Anche dell’illimitato, incommensurabile, immateriale Tao non c’è, secondo Lao Tzu, modo di parlare. Causa e custode dell’universo, l’eterno, sconosciuto, preverbale Tao, abissale, assoluto e senza forma, resta una questione metafisica intorno all’origine delle cose: “C’è qualcosa di caoticamente completo in sé / nato prima del cielo e della terra. / … / Non conoscendone il nome, lo chiamo Tao” (Lao-tzu). Secondo René Guénon, se “il Tao ‘senza nome’ è il Non Essere, […] il Tao con un nome è l’Essere”. Volendo dare, sia pure in astratto, un nome all’intraducibile Tao, “lo si chiamerà (come equivalente approssimativo) la Grande Unità” (La Grande Triade, 1946)… Nel dettato dell’antica tradizione, Tao è vivere in armonia con le leggi e i flussi della Natura: chi vi riesce, trova se stesso.

Ciò premesso, risultano praticabili un ‘senso Tao’, un ‘atteggiamento Tao’, un ‘sentiero Tao’ nel percorso artistico testimoniato da Jack Kerouac (Sulla strada, 1953), l’ispirato scrittore americano votato a coniugare Beat con un’agnostica Beatitudine, e il Tao con un eterodosso Underground.

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BIBLIOGRAFIA: Introduzione alla letteratura italiana

Per un primo avviamento agli studi di area italianistica: L’italianistica. Introduzione allo studio della letteratura e della lingua italiana , a c. di G. Bárberi Squarotti e al., Torino, UTET, 1992; Guida allo studio della letteratura italiana , a c. di E. Pasquini, Bologna, Il Mulino, 1997; G. Zaccaria C. Benussi, Per studiare la letteratura italiana , Milano, Bruno Mondadori, 2002; G. Baroni M. Puppo, Manuale critico-bibliografico per lo studio della letteratura italiana , Torino, SEI, 2002; M. Pozzi E. Mattioda, Introduzione alla letteratura italiana. Istituzioni, periodizzazioni, strumenti , Torino, UTET, 2002; Manuale di italianistica , a c. di V. Roda, Bologna, Bononia University Press, 2005; G. Ferroni, Prima lezione di letteratura italiana , Roma-Bari, Laterza, 2009.

La vicenda delle spoglie di Dante

di Siro A. Chimenz

[…] Le ossa, poi, non ebbero sorte migliore del sacello: una vicenda romanzesca, non del tutto chiara. Più volte (1396, 1428, 1476) Firenze le aveva richieste a Ravenna; invano. E quando finalmente, essendo Ravenna tornata sotto il governo pontificio, i Fiorentini ottennero dal papa loro concittadino, Leone X, nel 1519, il consenso alla traslazione di esse (e nella supplica al papa, Michelangelo, oltre a sottoscriversi, si offerse “al divin poeta fare sepoltura sua chondecente e in locho onorevole” in Firenze), i messi inviati a rilevarle trovarono il sepolcro vuoto. E vuoto fu trovato anche nella verifica fatta nella solenne inaugurazione del mausoleo dopo i lavori del 1780, come risulta da testimonianze certe, sebbene la relazione ufficiale allora redatta si esprimesse ambiguamente in modo da nascondere al pubblico la verità. Finalmente, nel 1865, nell’abbattere un tratto di muro prossimo alla cappella detta di Braccioforte, fu trovata una cassetta dì legno, sul cui coperchio era scritto “Dantis ossa a me Fra Antonio Santi hic posita anno 1677 die 18 octobris”, e sul fondo “Dantis ossa a me denuper revisa die 3 junii 1677”. Fu allora aperta ufficialmente l’arca, nella quale non furono trovate se non “tre piccole falangi, che si riscontrarono appartenere allo scheletro della cassetta”; e nel lato postico superiore dell’arca fu scoperto un foro attraverso il quale si conchiuse “che benissimo si erano potute estrarre le ossa racchiuse, compreso il cranio” (Sulla scoperta delle ossa di Dante, Relazione con documenti, per cura del municipio di Ravenna, Ravenna 1870).

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.18: Bibliografia a cura di Valentina Fortichiari in “Dizionario Biografico degli Italiani” – Volume 77 (2012)

[RASSEGNA STAMPA SU GUIDO MORSELLI, a cura di Francesco Sasso]

Fonti e Bibl.: Le carte di Morselli, donate dagli eredi, sono conservate presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia; i libri della raccolta morselliana sono consultabili presso la Biblioteca civica di Varese (Il Fondo Morselli, Catalogo, San Vittore Olona 1984). G. Vigorelli, G. M., in Il Settimanale, 26 aprile 1975; G. Manganelli, in Il Mondo, 5 giugno 1975; D. Porzio, Il grande rifiutato, in Epoca, 26 luglio 1975; A. Porta, Il rifiuto di M., in Il Giorno, 6 settembre 1975; V. Spinazzola, Lo scatto della fantasia, in l’Unità, 8 ottobre 1975; N. Aspesi, in la Repubblica, 11 febbraio 1976; O. Ripa, Apriamo il caso M.: chi era, perché si è ucciso, in Gente (3 puntate) , 9-16-23 aprile 1976; N. Sapegno, in Il Giorno, 31 marzo 1977; D. Isella – G.Pampaloni – G. Pontiggia, convegno a Cortina d’Ampezzo su G. M. scrittore postumo, 24 agosto 1978 (e G. Pontiggia, in Corriere della sera, 26 agosto 1978); V. Coletti, G. M., in Otto-Novecento, II (1978), pp. 89-115; V. Fortichiari, La gloria a prezzo del suicidio, in Uomini e Libri, marzo 1980;

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Massimo Onofri, “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”

Massimo ONOFRI, Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento, Roma, INSCHIBBOLETH Edizioni («Assaggi», 1), 2018, 248 pp.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Di quale Novecento parla il nuovo libro di Massimo Onofri che inaugura un’elegante collana d’Inschibbolet Edizioni diretta da Giorgio Ficara e Raffaele Manica? Non di quello in poesia, nonostante quest’ultima (sempre ‘a tirare gli ultimi’) sia spesso e da più parti evocata come la vera eccellenza del suddetto secolo.

Se escludiamo la resa spettacolare di teatro e cinema, che pure fa significativo capolino, o quella dell’arte, che emerge nell’Appendice dedicata a Guttuso scrittore e pittore (pp. 221-245), resta, in termini non necessariamente oppositivi, la prosa; quella prosa che a livello di luoghi comuni storiografici si porta dietro, minimo minimo, il ritardo del romanzo e la sua conseguente e costitutiva debolezza (come se, per dire, un uomo, facciamo un narratore, non potesse dare il meglio di sé a cinquant’anni, per un difetto congenito); e per non parlare del risalto dato alla prosa d’arte, alla tradizione dell’elzeviro, a quel saggiare che ne veniva in parte fuori e che poteva essere a un tempo studio e svago, magari intuito tra una lettura vera e propria e una camminata, un andamento (finanche un ritmo) narrativo.

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Breve nota su tre elegie di Hölderlin dal “Quaderno in folio di Homburg”

Breve nota su tre elegie di Hölderlin dal “Quaderno in folio di Homburg”

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di Domenico Carosso
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L’Almanacco delle Muse per l’anno 1808 è il progetto poetico che Hölderlin elabora al suo ritorno a Nürtingen da Ratisbona, quando inaugurando una fase di profonda rielaborazione di alcune elegie, come Ritorno in patria, Stoccarda e Pane e vino che induce e anzi costringe lo studioso che se ne occupi a rivedere le proprie considerazioni. Che sono di due tipi. Hellingrath e Beißner, all’opera durante la prima guerra mondiale, di cui peraltro fu poi vittima, il primo, e il secondo attivo negli anni dal 1943 al 1947, trascurano, con buone ragioni i testi monchi, scarni, sempre visti e rivisti dall’autore, in fin dei conti e in buona parte illeggibili, e lo stesso fa il compilatore della StA, (Stuttgarter Ausgabe, edizione di Stoccarda) che considera valide solo le pagine compiute e “leggibili”.

Lo studioso considera in due distinte sezioni gli inni e le elegie che sono di forma compiuta, mentre trascura i cosiddetti “abbozzi innici” che hanno posto in altra sezione, e tutto il resto come frammenti e notizie non altrimenti integrabili nel corpo autentico del testo finale.

Uno dei più recenti commentatori, Michael Knaupp, ha da parte sua deciso di pubblicare e commentare solo le pagine sicuramente hölderliniane, tralasciando quelle ambigue, troppo corrette o i passi scritti e riscritti.

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Tra la donna-sole e la donna-pesco, la “Noe Itō” di Franciso Soriano

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

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di Antonino Contiliano

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Di “Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese” (Mimesis, Milano – Udine, 2018) autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti, il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra il sommovimento tellurico (noto come il “Grade terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

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AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

«”Tel Aviv non era abbastanza radicale”, “solo il kibbutz era abbastanza radicale“»

(Amos Oz)

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di Giuseppe Panella

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Amos Oz (ed è quasi ovvia) non si chiamava così. Il suo cognome era Klausner ma fu cambiato in OZ per effetto di una forte controversia con il padre con il quale la rottura intervenne dopo il suicidio della madre cui Oz era molto legato (aveva solo dodici anni). OZ in ebraico si traduce forza e fu adottato all’epoca del trasferimento dello scrittore da Tel Aviv al kibbutz di Hulda. Ma nulla mi toglie dalla testa che quell’Oz oltre che una parola che indica combattività non sia che un omaggio a quel Mago di Oz che fondeva la funzione fantastica e creativa della letteratura a una volontà di accettare la realtà della vita. Oz era un intellettuale (la sua incapacità nei lavori agricoli divenne leggendaria) che voleva confrontarsi con la dimensione autentica dell’esperimento politico-sociale di Israele. Nel suo libro forse più bello, Una storia di amore e di tenebra (insieme alla parabola dolce amara di Giuda) il racconto della morte della madre si intreccia con le storie del kibbutz e della formazione umana, politica e letteraria di Oz. Quest’ultima avviene nel momento in cui si forma la struttura futura del nuovo Stato israeliano.

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Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, “Piture parolà”

Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, Piture parolà. Arte in poesia, Novara, Interlinea, 2018, pp. 108, € 12.

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di Stefano Lanuzza

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Maestro del colore e della forma è il poeta (O. Wilde)

Al pari del siciliano e del lombardo, l’idioma piemontese non appare propriamente un dialetto e, pur condividendo con l’italiano diversi segni grafici, per la varietà e la precisione del suo vocabolario risulta essere una lingua autonoma. Il fatto è confermato anche dalla raccolta poetica in piemontese di Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt (2015), ispirati sonetti dove il codice dialettale, finemente tessuto nelle sue molteplici possibilità espressive, rivela indubbie qualità letterarie. Allora, in questo libro, l’autore vuole confermare, intanto nel suo piemontese, una rigorosa idea del sonetto: L’è pròpe vera che ‘l sonèt l’ha ‘n color sol. Idea già anticipata nel 1985 allorché, pubblicando con un editore catanese il libro di versi in italiano In punto di svolta, segnala la sua predilezione per lo schema ritmico della forma chiusa inventata nella prima metà del XIII secolo da Jacopo da Lentini alla corte palermitana di Federico II di Svevia.

È una predilezione divenuta virtuosistica maestria con i versi di Vita dacant e da canté (2017), cospicuo florilegio sul ‘vivere riservati’; e predilezione, oggi vieppiù affinata, in questo Piture parolà, pitture cui ‘dare la parola’ o canzoniere di esemplari sonetti dedicati a una sequela di artisti figurativi maggiori e minori, di varia epoca e dislocazione geografica: tutti, affrancati da cronologie o storicizzazioni e resi immanenti come, per esempio, un Antonello da Messina con la sua secondoquattrocentesca Annunciata e il Raffaello della primocinquecentesca tavola della Madonna dei garofani. Essi – sembra suggerire Tesio mediante classiche ekphrasis – annunciano un persistente umanesimo beatificante il corpo che Francis Bacon contraddice coi suoi còrp ëscarvajà, “corpi scamozzati”, tragiche fenomenologie d’un primonovecento di guerre, massacri e sterminio.

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