ESERCIZI DI LETTURA n. 5: “Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

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di Francesca Vennarucci

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Come accade che un ebreo polacco, stretto nella morsa della Russia staliniana, sviluppi una autentica passione per Dante, inizi a studiare l’italiano per leggerlo in lingua originale e, anch’egli poeta, lo elegga a sua guida, a suo nutrimento? Perché? Cosa rappresenta Dante per Osip Mandel’stam? Attraverso il dialogo con Dante, Mandel’stam intesse una fitto colloquio con altri grandi poeti europei che nella vita e nell’opera dell’esule fiorentino cercarono una chiave per comprendere se stessi e i drammatici eventi storici novecenteschi: Eliot e Pound, ma anche Montale e Seamus Heaney. Sappiamo che Mandel’stam, quando iniziò a temere di venire arrestato, portava sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia: non poteva tollerare l’idea del carcere senza Dante…e sappiamo anche che la sua ultima raccolta poetica ci è giunta perché la moglie Nadezda aveva imparato a memoria tutti i testi. L’esilio, il pane altrui che sa di sale, le scale da scendere e salire per chiedere aiuto e protezione, ma anche la sublime libertà del cielo, di uno sguardo che oltrepassa il visibile… È la storia di una amicizia, di un intimo colloquio, che, come tutti i veri profondi legami, aiuta a conoscersi e a trovare il proprio posto nel mondo.

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ELOGIO DELLA LENTEZZA. Paul Valéry e la forma della poesia (7 marzo, 2008) [In memoria]

[Ogni primo del mese segnaleremo alcuni saggi del Prof. Panella usciti su RETROGUARDIA da gennaio 2008 a oggi. (f..s.)]

ELOGIO DELLA LENTEZZA. Paul Valéry e la forma della poesia

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di Giuseppe Panella

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«La calma nell’azione. Come una cascata diventa nella caduta più lenta e sospesa, così il grande uomo d’azione suole agire con più calma di quanto il suo impetuoso desiderio facesse prevedere prima dell’azione»

(Fredrich Nietzsche, Umano, troppo umano, I)

1. La soluzione etica della poesia

Fedele ammiratore della snella levigatezza della danza, Valéry teme la fretta e la concitazione della corsa, ha timore della frenesia concatenata alla perdita di sensibilità del moto senza tregua.

Più che dal vuoto (1), appare atterrito dal movimento infinito e senza senso che incontra ad ogni pie’ sospinto: il rifiuto di “ogni prodigioso incremento di fatti e di ipotesi” (2) compare in quasi tutte le sue opere. Basteranno alcuni specimina a dimostrarlo:

« – Vuole dire che più si trova, più si cerca ; e che più si cerca, più si trova ?

–  Esatto. Certe volte mi sembra che fra la ricerca e la scoperta si sia formata una relazione paragonabile a quella che i stabilisce fra la droga e l’intossicato.

– Molto curioso. E allora tutta la trasformazione moderna del mondo…

– Ne è il risultato; e ne rappresenta, del resto, un altro aspetto … Velocità. Abusi sensoriali. Luci eccessive. Bisogno dell’incoerenza. Mobilità. Gusto del sempre più grande. Automatismo del sempre più “avanzato”, che si manifesta in politica, in arte, e … nei costumi» (3).

L’idea fissa, dialogo tra il Narratore ed un medico, è del 1931 (4) mentre in quella raccolta di études de circonstance che è il volume Regards sur le monde actuel (1945) spicca proprio un articolo, “Propos sur le progres”, che insiste sul carattere “terroristico” della velocità e della fretta.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 4: La purezza del sorriso e il divertimento del nulla

Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Piccola biblioteca Adelphi, 2011, pp.187

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di Gustavo Micheletti

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La purezza del sorriso e il divertimento del nulla. Gli esercizi di lettura suggeriti – con affetto e gratitudine – da Anna Maria Ortese

L’orsa bianca dello zoo ha appena avuto un figlio e Anna Maria Ortese non riesce a staccare gli occhi di dosso dalla scena, da quell’“immagine sacra”, dalla “cieca grazia del figlio” e dal modo in cui la madre lo accudisce offrendogli un rifugio. Il sospetto che però subito l’attraversa è che noi siamo tutti orfani di quell’orsa, di quella premura così assoluta e avvolgente, prede di un ingranaggio sinistro che rende sempre più automatici e inconsapevoli i nostri gesti e i nostri pensieri, quasi fossimo ormai dei “creditori del nulla” perduti “nel sistema senza orizzonte dell’utile”. E infatti quel bianco dell’orsa le ricorda il bianco di Moby Dick, il placido presagio di morte che incombe sulla vita di Achab, “uomo pieno di rumore e insieme taciturno, ignoto alla Parola, come un insetto, una gigantesca formica. Un uomo – del – Futuro solo in apparenza: in sostanza, Anti-Uomo, Anti-Universo, Anti-Dio”.

Nella visione della Ortese, Achab sarebbe infatti l’anticipatore dell’uomo d’oggi, irrigidito e ossessivo, capace di un odio senza limiti e per questo non più capace di produrre segreti, ma incarnazione di un unico segreto immobile e vorace.

Ma questo è solo uno dei tanti spunti contenuti in questa breve rassegna di ricordi letterari, di recensioni, di schizzi e ritratti a memoria, che ha il solo privilegio di conferire il titolo alla raccolta (Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Adelphi). Non è facile individuare in essa un filo rosso ulteriore rispetto allo sguardo dell’autrice, uno sguardo che rivela una sensibilità rispettosa verso ogni forma di vita e che s’incarna in uno stile limpido, penetrante e lieve. Le opere e gli autori che in questo libro si legano in un ordito sottile sono i più disparati, tanto che potrebbe risultare assai problematico il vederli comparire insieme all’interno di in uno stesso testo. Qui la Ortese ci parla di Hemingway e De Amicis, di Melville e del Vangelo, e poi ancora di Buzzati e Anna Frank, di Edoardo De Filippo – i cui personaggi le ricordano talora quelli di Gogol – e di Leopardi, di Thomas Mann, di Wilde, della Morante, di Cechov e di molti altri scrittori da lei amati o ammirati con una singolare modulazione d’affetto o di stima, per motivi diversi ma forse anche per una stessa ragione di fondo, che potrebbe consistere in una sorta di trasparenza della loro scrittura, in una piena aderenza della loro vita alla qualità e al timbro della loro prosa o della loro poesia.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 3: Un’anima è nella mia anima… e non si ricorda d’esser morta

Cees Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, trad. it. Iperborea, Milano, 2015.

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di Gustavo Micheletti

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La tomba di Chateaubriand si affaccia sul mare della Bretagna. A SaintMalo, patria dei corsari, una croce di pietra, piuttosto tozza e massiccia, se ne sta in alto, quasi a strapiombo, come assorta a contemplare l’orizzonte, forse a ricordare. Albert Manguel scrive che per Chateaubriand “il mondo che vediamo è già memoria: di cose passeggere, effimere, perdute, che pure non vogliono abbandonarci del tutto. Il passato non se ne andrà: quello che sperimentiamo esiste soltanto nel momento che fugge,” ma nulla va perduto, nulla discende nella tomba, perché tutto ciò che abbiamo conosciuto continua a vivere intorno a noi e “la morte, toccandoci, non ci distrugge, ci rende solo invisibili”.

Come in un gioco di scatole cinesi, il poeta e scrittore olandese Caes Nooteboom ha raccolto in questo suo libro itinerante e nostalgico scritti e memorie di altri scrittori e poeti, che a loro volta ricordano e condividono con lui il gusto del non lasciar svanire, del voler far riaffiorare dal passato quanto si lascia solo levigare dal tempo. Pellegrinando di tomba in tomba, l’autore coltiva il sapore di pagine che ha amato e lascia presagire la compagnia vaga e pungente dei loro estensori.

Sono molti i poeti e i pensatori che si succedono in questa variegata teoria di pietre sonore visitate da Nooteboom. Alcuni di loro, come Goethe e Schiller, sembrano rimasti amici dopo la morte. A Weimar stanno uno accanto a l’altro, nelle rispettive urne, tanto da suggerire l’idea che la loro amicizia ignori le loro rispettive morti. Altri, invece, non solo sembrano credere pienamente nella morte, ma ne hanno una visione implacabile e algida, come della fine del tempo e di tutto. Ionesco, per esempio, immagina, in maniera scientificamente plausibile, che il mondo un giorno gelerà. Un’insensibilità polare si stenderà sopra di noi e poi “un gran sole farà sciogliere i blocchi di ghiaccio, e poi ci sarà un vapore, e anche la bruma si dissiperà nella luce azzurra”. Alla fine, “non resterà più alcuna traccia”.

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Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

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di Stefano Lanuzza
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Il vigatese? “Una lingua inventata, in continua mutazione, infedele a se stessa. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ci si è accorti che non è siciliano. I primi a capirlo sono stati proprio i miei amici in Sicilia. Ma unni a pigghiasti‘sta parola? Non esiste!” (A. Camilleri, “Il Venerdi/La Repubblica”, 21 luglio 2017).

Premessa

Il 17 giugno 2019, colpito da un infarto dopo che venti giorni prima, cadendo in casa, si provoca la rottura del femore, Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle nel 1925, lascia la vita in un ospedale romano dopo una lunga, iniqua agonia confortata dall’affetto dei parenti e di molti amici e lettori.

Insofferente di simile contesto, si segnala con un ‘coccodrillo’ preventivo e di cattivo gusto il direttore editoriale di un giornale della filiera paraleghista-sovranista il quale, il 19 giugno, deplorando che lo scrittore abbia “rivendicato fino all’ultimo la sua adesione al bolscevismo”, aggiunge: “Tuttavia l’arte non ha bandiere, e quella di Camilleri va riconosciuta per quello che è: mirabile. Non tutta, ma quasi” (dove, ndr, il ma quasi manda un cacofonico suono di ciabatte). Continua: “L’unica consolazione per la sua eventuale dipartita è che finalmente non vedremo più in televisione Montalbano, un terrone che ci ha rotto i coglioni…”. Per concludere con un soverchio e fuorviante esorcismo: “Questa comunque è una opinione personale e scherzosa, in me Camilleri suscita ammirazione, è un grande scrittore, e bisogna ricordare che la lingua italiana è nata in Sicilia, solo dopo abbiamo adottato quella Toscana. E i siciliani parlano meglio di qualunque altro italiano. E scrivono meglio degli altri italiani”.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 2: La verità impronunciabile. Il silenzio della letteratura

La verità impronunciabile. Il silenzio della letteratura

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di Francesca Vennarucci

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Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. […]

[…] Ahi, per la via

odo non lunge il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi si stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, e al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi, e il fragorio

che n’andò per la terra e l’oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

[…]

(da La sera del dì di festa, di Giacomo Leopardi)

Dopo una giornata di festa, animata da suoni, grida, fragori, solo il canto dell’artigiano che torna a casa squarcia la profondissima quiete della notte. La coltre del silenzio già posa, densa e tangibile, so­pra i campi e in mezzo agli orti, avvolge le cose nell’oblio, cancella le voci del giorno respin­gendole in una dimensione irreale, dolorosa. Solo il canto notturno che a poco a poco si allontana ripopola il silenzio di voci, di grida, ma è un attimo: la luce uniforme e silenziosa della luna riprende a posare su tutto il mondo, lasciando lo sguardo dell’osserva­tore a vagare lontano e il suo animo in sub­buglio. E’ possibile notare immediatamente come la costruzione di que­sta po­esia poggi su un’opposizione dialettica: nel silenzio della notte appa­rente­mente quieta, inondata dalla chiarezza lunare, il canto dell’ar­tigiano ha il po­tere di evocare, non solo le voci del giorno appena tra­scorso, ma tutte le voci del mondo, le voci di un passato rumorosis­simo eppure inghiottito dal silen­zio del Tempo.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (II parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti

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Le successioni di temi e idee melodiche, così come quelle di strutture di segni, sono alternate a variazioni non dissimili da quelle che caratterizzano l’uso di una parola all’interno di una lingua: anche in questo contesto gli usi possono succedersi in modi identici o poco prevedibili, evocare iterazioni convenzionali o attuare soluzioni particolarmente evocative sotto il profilo retorico o poetico.

Dall’inizio del Novecento anche le forme e i colori si succedono sulle tele dei pittori con ritmi diversi, assumendo complessivamente forme significative alla luce di codici sempre più ridotti, probabilmente perché una tale riduzione è funzionale ad una maggiore perspicuità visiva, la quale a sua volta è in grado di rendere più icastico e perentorio l’orizzonte entro cui si svolge la combinatoria degli elementi in gioco. Per questo la vocazione grafica di questo tipo di arte pare inscindibile dalla sua propensione all’astrazione, e forse è proprio per compensare e integrare questa propensione che il colore interviene come contrappunto della narrazione grafica.

Ci sono tuttavia tanti diversi modi d’astrarre. Secondo Tomás Maldonado c’è ad esempio una profonda differenza tra l’astrattismo costruttivo e l’astrattismo genericamente inteso, nel senso che “le opere di artisti come Malévic, Mondrian e Albers sono diverse, per esempio, da quelle di Pollock”.1

L’incremento dell’entropia che caratterizza gran parte dell’arte contemporanea, e di cui Pollock costituisce il caso più esemplare, è dovuto secondo Arnheim a due specie del tutto diverse di effetti: “da un lato, un impulso verso la semplicità, che promuoverà la regolarità e l’abbassamento del livello dell’ordine; dall’altro, il dissolvimento disordinato. Ambedue conducono alla riduzione di tensione”.2 Se Pollock può essere considerato il prototipo di questo secondo caso, Mondrian o Arp possono essere considerati validi modelli del primo.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (I parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti
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Ernst Gombrich si domanda come sia stato possibile giungere a concepire la vita artistica dei nostri tempi sotto il segno dell’idea di progresso. Lo storico viennese Hans Tietze, si chiede a sua volta come sia possibile che un linguaggio artistico nato appena una dozzina di anni prima possa essere considerato superato. Alla fine degli anni venti del Novecento, lo stesso Tietze individua nello storicismo – termine che usa grosso modo nella stessa accezione con cui lo usa Popper – l’origine di questa inarrestabile propensione.1

Nel Postscriptum alla sua Storia dell’arte, è sempre Gombrich a far osservare come gli artisti rappresentino ormai, secondo l’opinione di una vasta minoranza, “l’avanguardia del futuro”, tanto che rischierebbe di apparire ridicolo chiunque non dovesse apprezzarli a dovere.2 Questa concezione dell’avanguardia artistica risulta in effetti leggibile come un’ultima conseguenza di quella concezione storicista che, se applicata all’arte, può risultare, come anche Max Weber aveva avvertito, decisamente fuorviante, perché se “l’attività scientifica è inserita nel corso del progresso”, viceversa nessun progresso “si attua nel campo dell’arte”.3

Denys Riout fa tuttavia notare che la logica che presiede alla pittura astratta contemporanea, nella concezione che ne ha per esempio un rappresentativo esponente come Reinhardt, implica almeno un’altra fede oltre a quella storicista, e cioè quella, nata con il decadentismo e l’estetismo, nell’autonomia dell’arte e del suo impianto formale.4

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DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA PITTURA E SOGNO (25 febbraio, 2008) [In memoria]

[Ogni primo del mese segnaleremo alcuni saggi del Prof. Panella usciti su RETROGUARDIA da gennaio 2008 a oggi. (f..s.)]

DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA  PITTURA E SOGNO

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di Giuseppe Panella
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“Si chiamava adesso Orfeo o Arfa che vuol dire:

colui che guarisce mediante la luce

(Edouard Schuré)

[alla memoria di Piero Cudini]

Il mito fondatore

Nella poetica orfica di Dino Campana, sono assai probabilmente confluite tutte le più importanti e variegate esperienze espressive ed estetiche europee di inizio secolo; esse sono state poi, in tempi e modi diversi, successivamente riprese e messe dialetticamente a confronto, rapprese e come decantate nel crogiuolo linguistico della sua impresa poetica.

Di esse due, per le loro caratteristiche precipue e per il loro impatto generale, sono particolarmente interessanti ai fini di una pur necessariamente sintetica ricostruzione: da un lato, la lettura dell’opera di Edouard Schuré, praticata da Campana negli anni di formazione precedenti i Canti Orfici, dall’altra la probabile frequentazione dell’esperienza pittorica del Cubismo osservato a partire dalla rivalutazione dell’opera di Cézanne (considerato quale l’ideale precursore del movimento pittorico in questione) fino a giungere alla “svolta” del 1912 effettuata dall’orfismo pittoriale di  Robert Delaunay.

Tali aspetti, comunque – che furono sicuramente tra i più significativi nel corso della cultura europea a cavallo tra i due ultimi secoli – andranno, tuttavia, sempre inquadrati e riverificati nell’ambito dell’evoluzione poetica di Campana e ritrascritti, come in filigrana, nella sua successiva produzione.

La scelta del mito di Orfeo (e delle soluzioni espressive che esso richiede, permette e obbliga) è indicativo della volontà di Campana di esplorare le possibilità semantiche e concettuali della poesia fino ai suoi limiti estremi.

Nell’Orfismo, infatti, la volontà di riforma all’interno del culto dionisiaco nasce – giusta l’influente opinione contenuta in Psyche di Erwin Rohde (la grande sintesi di storia delle religioni del 1894 la cui importanza non era sfuggita a Campana) – dal desiderio di spostare nella dimensione dell’ascesi e in forma catartica l’originaria caratterizzazione estatica, di culto e ritualizzazione dell’orgia che aveva contraddistinto la religione di Dioniso.

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AVVICINANDOMI A UN LIBRO CHE SENTO AFFINE. Cosimo Marco Mazzoni, “Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea”

Cosimo Marco Mazzoni, Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea, Firenze, Olschki («Ambienti del diritto», 1), 2019, VII-128 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Aperto e suggestivo il titolo di una nuova collana di Olschki: «Ambienti del diritto». In effetti, in molti ambienti, circola ancora l’idea che il diritto sia chiuso nel suo, di ambiente, e a doppia mandata. Quando invece il diritto, e non dovrei certo dirlo io, fa parte a pieno titolo, e dalle sue origini quanto meno, di una vasta storia delle idee (o della cultura) che di ambienti ne infila uno dopo l’altro: dalla filosofia, morale e non, alla psicologia, dall’antropologia culturale alla sociologia politica, dalla teologia etica alla critica artistica e letteraria a un tempo, dalle filosofie dell’educazione, dei diritti alle politiche comunitarie europee, dalla letteratura alla saggistica più avvertita et j’en passe.

Ecco, tra archetipi dei diritti umani e visioni giusnaturaliste, il diritto si dà e si dice nella realtà tutta, in seno a quel «lungo viaggio di un’idea» che non proprio a caso è evocato nel sottotitolo del libro di Cosimo Marco Mazzoni; libro cui provo ad avvicinarmi, pur non avendo particolari competenze, perché lo sento affine.

Due, comunque, i numi tutelari: Giovanni Pico della Mirandola e Immanuel Kant, presenti dall’inizio alla fine del libro e veri fautori, tra Umanesimo e Modernità, del principio della dignità umana. Quasi tutto il discorso di Mazzoni ruota attorno al pensiero di questi grandi personaggi. E solo per fare un esempio e accennare così a un altro concetto su cui ritorneremo in chiusura, direi che non è un caso che Pico introduca il discorso sulla «responsabilità», tesa a chiarire il senso della parola «dignità». Ma proviamo a procedere con ordine, perché il rischio di una recensione a un libro molto denso (e pure molto chiaro) è proprio questo: inanellare subito troppi concetti-parole intorno alla «dignità», con cui molti discorsi quotidiani (quello cattolico per esempio e per tacere del politico) vanno a nozze, infilandola dappertutto.

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ESERCIZI DI LETTURA n.1: La vocazione di chi pensa senza esistere? Non scrivere. La letteratura del «No» e il fantasma dell’inazione

Con questa nuova rubrica, esercizi di lettura – titolo liberamente ispirato a quello di un’opera omonima di Gianfranco Contini – s’intende qualcosa di più di una recensione e qualcosa di meno di un saggio, e cioè lo sviluppo di una serie di note in margine o di considerazioni critiche, di risonanze o d’implicazioni che qualsiasi testo significativo suggerisce e rende possibile. (Gustavo Micheletti)

Enrique Vila-Matas, Bartleby e compagnia, Feltrinelli, 2002

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di Gustavo Micheletti
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L’idea di scrivere un libro su Bartleby e i suoi ideali compagni di viaggio nella storia della letteratura nacque nella fantasia di Enrique Vila-Matas un martedì in ufficio, quando a un certo punto ebbe l’impressione che la segretaria del capo dicesse al telefono: “Il signor Bartleby è in riunione”. Poiché gli risultò difficile immaginare Bartleby in riunione con qualcuno, “immerso nell’atmosfera tesa di un consiglio d’amministrazione”, al solo pensiero si mise a ridere da solo.

Sul tema della sindrome di Bartleby – scrive Vila-Matas – “ci sono due racconti fondamentali, inventori oltretutto della sindrome e della sua possibile poetica. Si tratta di Wakefield di Nathaniel Hawthorne e Bartleby lo scrivano di Herman Melville. In questi due racconti compaiono delle rinunce (alla vita coniugale nel primo, e alla vita in generale nel secondo), e, sebbene tali rinunce non siano in rapporto con la letteratura, il comportamento dei protagonisti prefigura i futuri libri fantasma e altri ripudi della scrittura che non tardarono poi a inondare la scena letteraria”.

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Passione per la Classicità. Opere di Pino Caminiti (1948-2018)

Passione per la Classicità. Opere di Pino Caminiti (1948-2018)

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di Stefano Lanuzza
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Il poeta è un irregolare. […] Il poeta è la summa delle diverse ‘esperienze’ dell’uomo del suo tempo, ha un linguaggio che non è più quello delle avanguardie, ma concreto nel senso dei classici” (dal Discorso dell’11 dicembre 1959 di Salvatore Quasimodo, insignito del Premio Nobel “per la sua poesia lirica che con fuoco classico esprime l’esperienza tragica nella vita dei nostri tempi”).

Iam iam non domus accipiet te laeta neque uxor / optima, nec dulces occurrent oscula nati / praeripere et tacita pectus dulcedine tangent. / Non poteris factis florentibus esse tuisque / praesidium. Misero misere” aiunt “omnia ademit / una dies infesta tibi tot praemia vitae”. / Illud in his rebus non addunt “nec tibi earum / iam desiderium rerum super insidet una”… Queste parole del Libro III del De rerum natura, poema filosofico-enciclopedico del I secolo a. C. dell’epicureo Lucrezio (Titus Lucretius Caro), Pino Caminiti le traduce/traspone in tensione analogica, interpretandole con empatia e filosofico accordo a significare che vana è la paura della morte, questo sonno senza pensieri né sogni: “Ecco, ormai / nulla più tu godrai / della casa ricolma di gioia / e dell’ottima, amata tua donna. / I tuoi bimbi, oramai / non potranno più correrti incontro / a baciarti e ricevere baci / e a toccarti, nel cuore / di segreta, infinita dolcezza. / Non avrai / più l’ebbrezza d’un fato / benigno, non sarai / più la forza dei tuoi. / Un sol giorno, funesto / ti ha reciso le gioie della vita. / Questo dicono, stolti / e non sanno / che ormai / più di nulla ti sfiora il rimpianto” (Leptalée [1997, 2003], 2014)… È palese l’effetto dei versi lucreziani su quelli, autoreferenziali, composti dall’imperatore Adriano (Publius Aelius Traianus Hadrianus) negli ultimi giorni di vita (anno 138 d. C.): “Animula vagula, blandula, / hospes comesque corporis / quae nunc abibis in loca / pallidula, rigida, nudula, / nec, ut soles, dabis iocos” (Aa. Vv., Historia Augusta. Adriano, IV sec.). [“Piccola anima smarrita e dolce, / compagna e ospite del corpo, / ora t’appresti a scendere in luoghi / scialbi, impervi e vuoti, / ove non avrai più le gioie consuete”].

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Marco Mondini, “Fiume 1919. Una guerra civile italiana”

Marco Mondini, Fiume 1919. Una guerra civile italiana, Roma, Salerno («Aculei», 35), 2019, 129 pp., 14 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Un esperimento di recensione.

Una guerra non finisce mai quando vogliamo – magari nutriti delle migliori intenzioni del mondo – che finisca. Non basta, come dovrebbe essere ormai noto, un trattato di pace, sia perché quest’ultimo può nascondere le origini di un’altra guerra, sia perché una guerra è come un grosso autotreno sparato ai cento all’ora in autostrada: pur frenando, non si ferma subito e, spesso e volentieri, sbanda e travolge non pochi mezzi e non poche persone presenti sul suo ormai irregolare percorso. Se poi la guerra si chiama Prima guerra mondiale o, addirittura, Grande Guerra…

Dice subito Mondini: «All’Italia andò anche peggio. Convinti di aver vinto la guerra sul campo, ma di aver perduto la pace, molti italiani non deposero mai né le coscienze né (quel che è peggio) le armi, e il paese scivolò quasi senza interruzione dalla guerra mondiale alla guerra civile» (p. 10). E qui sta anche una certa novità, che già campeggia, peraltro, nel sottotitolo del libro-anniversario di Marco Mondini, Fiume 1919. Una guerra civile italiana, uscito da un paio di mesi, nella collana della Salerno diretta da Alessandro Barbero, «Aculei», di cui mi era capitato di dire qualcosa, non proprio a caso, tempo fa, all’altezza delle prime, pungenti uscite (http://domani.arcoiris.tv/il-fascismo-e-stato-e-rimane-antisemita-e-razzista-non-date-retta-alla-bugia-italiani-brava-gente/).

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Il primo giorno della luna nuova. Elia Malagò, “Calende”

Elia Malagò, Calende, Manni, 2018, pp. 174, € 18,00

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di Stefano Lanuzza
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Dopo Incauta solitudine (2010), riflessivo percorso nel cuore di una realtà entropica sorvegliata da un dio barbaro e muto verso cui non esistono preghiere, dopo Golena (2014), diario in versi di un sogno di fuga da una pervasiva musica di acufeni secernente parole come “lacrime invisibili”, ecco, nell’opera ormai cospicua di Elia Malagò, un libro di vera eccellenza qual è Calende (Manni, novembre 2018 ma 2019, pp. 174, € 18,00), alacre raccolta di versi (2012- 2018) accordati con l’innata vocazione narrativa di questa autrice che esordisce all’età di vent’anni pubblicando il talentoso Dieci racconti – gente del fiume (1968)… Quanto alla parola Calende, che per i latini sarebbe il primo giorno della luna nuova di ogni mese dell’anno, essa viene adattata alle atmosfere di Felonica Po, paese-metafora e ‘luogo dell’anima’ cui la nativa scrittrice ispira esplicitamente molta parte della sua opera.

Muovendo da affabulazioni tutte autobiografiche (quasi refertali nel romanzo di un ritorno all’infanzia L’ombra ripresa, 1988), con pagine sospese tra realismo e codici linguistico-lessicali carichi di risonanti gerghi, dialettalità e neoconiazioni o neologismi come clausole psicologico-esistenziali, la Malagò aduna reminiscenze crepuscolari e frantumi memoriali che, volti in strofe di vario schema metrico, altresì adombrano una serie di microracconti e quanto potrebbe costituire materia di una vicenda ricca di episodi incombenti, distolti dalla loro anonimia e vivificati entro inconsueti rapporti sematici.

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Il lemmario del Tractatus theologico-politicus. Scelte lessicali ed evoluzione teorica

Lamonica, Gabriella (2019) Il lemmario del Tractatus theologico-politicus. Scelte lessicali ed evoluzione teorica. ILIESI digitale, 5 . ILIESI-CNR, Roma. ISBN 978-88-97828-12-9

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Official URL: http://www.iliesi.cnr.it/pubblicazioni/Ricerche-05-Lamonica.pdf

 

Abstract
Una parte importante del dibattito sul pensiero politico di Spinoza ha riguardato l’uso che il filosofo fa del vocabolario e il modo in cui l’evoluzione del lessico politico ha rimodellato la sua teoria al riguardo. Il presente studio intende contribuire a tale dibattito in due modi. In primo luogo, aggiunge a quelli già esistenti strumenti e analisi di ricerca lessicale. Uno di questi è il lemmario del Tractatus theologico-politicus; un altro, che chiamo shift lessicale, è una sorta di quadro sinottico dei cambiamenti terminologici occorsi tra Tractatus theologico-politicus e Tractatus politicus. In secondo luogo, lo studio cerca di indicare alcuni possibili modi di utilizzazione dei dati del lemmario. Nel capitolo 2 della parte introduttiva al lemmario, ad esempio, si misura nei diversi capitoli del Tractatus theologico-politicus la presenza di vocaboli dei primi scritti di Spinoza, per cercare di capire quali parti potrebbero appartenere alle fasi iniziali della composizione dell’opera, e quali alle ultime. Nel capitolo 4 si usa lo strumento dello shift lessicale per stabilire se la teoria contrattualistica presentata nel Tractatus theologico-politicus sia ancora sostenuta nel Tractatus politicus.

Fonte: eprints.bice.rm.cnr.it/19086/

Sulle tracce di una fede implicita. Paolo Ghezzi, “Il Vangelo secondo De André”

Paolo Ghezzi, Il Vangelo secondo De André. “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”. Ancora edizioni, 2003.

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di Gustavo Micheletti
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Sulle tracce di una fede implicita. Una rilettura di un saggio di Paolo Ghezzi su Fabrizio De André alla luce del pensiero di Simone Weil.

Nessun altro autore di canzoni del Novecento italiano, nella sua opera, ha toccato così profondamente il problema di Dio, il mistero di Gesù di Nazareth, la coscienza di chi ha fede, i dubbi dei non credenti, i sentieri dei cercatori di qualche verità o del senso della vita”. Paolo Ghezzi, in un libro di ormai una quindicina di anni fa, sosteneva questa tesi difficile da confutare, sottolineando un aspetto dell’opera di Fabrizio de André che, pur essendo stato da molti avvertito, non era stato fino ad allora individuato come un aspetto saliente e decisivo della sua poetica. In effetti, le canzoni di Fabrizio sono disseminate di orme evangeliche in una variegata galleria di santi peccatori, in tante “anime salve” perdute per il potere e prive di potere, in personaggi che si sono svuotati dal loro essere “persona” e che hanno rinunciato a identificarsi con la propria forza, di qualsiasi tipo essa sia, per riconoscersi piuttosto nella loro debolezza.

La stroncatura che Sanguineti ne fece nel 2003, fino a considerarlo un autore mediocre e sopravvalutato, sembra oggi un lascito disanimato di sterili preconcetti intellettualistici, e non solo alla luce del successo di quelle canzoni presso varie generazioni e diversi contesti culturali, ma per la miopia estetica che tale stroncatura aveva ispirato. L’amore che s’impara nella pietà che non cede al rancore doveva forse sembrare al novissimo poeta un motivo ispiratore di scarso prestigio intellettuale, o poco rivoluzionario, mentre costituisce da almeno duemila anni il motivo rivoluzionario per eccellenza dell’occidente, e di gran lunga il più scandaloso. Nell’opera di De André, persino lo scandalo politico dell’ideale anarchico gli è in qualche modo subordinato: la libertà gratuita che cercava nell’anarchia, anche questa mèta ostinata e infinita, aveva infatti, come sfondo, una dimensione religiosa, qualcosa che rimaneva incomprensibile alle sue spiegazioni razionali, qualcosa che gli “veniva spontaneo chiamare Dio”.

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LA NOSTALGIA E’ SEMPRE QUELLA DI UN TEMPO (24 gennaio, 2008) [In memoria]

[Ogni primo del mese segnaleremo alcuni saggi del Prof. Panella usciti su RETROGUARDIA da gennaio 2008 a oggi. (f..s.)]

LA NOSTALGIA E’ SEMPRE QUELLA DI UN TEMPO
La poesia, i poeti e il Mediterraneo di oggi

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di Giuseppe Panella

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«E poi al mattino dimentichiamo. Non sappiamo neanche più riconoscere le finestre che brillavano nella notte. Tornata la luce del giorno, esse sono tutte uguali. E di giorno, sulla Piazza, tutto è allegro, sempre. Se piove, diciamo: “Che tempo!”; se fa bello, diciamo: “Che tempo!”. Mi sono fatta tornare a casa. Ero pericolosamente vicina a cadere nella cronaca. Non sarebbe mai finito. Non c’era ragione per non continuare fino alla mia morte… Con una certa ipocrisia ho giocato sulle parole “memoria” e “nostalgia”. Non posso giurare di essere stata di una sincerità totale quando affermavo di non provare nostalgia. Ho forse la nostalgia della memoria non condivisa…»
(Simone Signoret, La nostalgia non è più quella di un tempo, trad. it. di Vera Dridso, Torino, Einaudi, 19802, p. 390)

1.

La poesia è sempre nostalgia (la Nostalgia) di qualcosa che si è perduto.
E’ il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, la volontà di ritrovare il passato e di anticipare il futuro sulla base di ciò che una volta fu e non è mai più ritornato, è il desiderio di ripetere i momenti felici e di esorcizzare quelli sbagliati, infausti, infelici, paurosi, assurdi.

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Gli Annali d’Italia (1744-1749) di Lodovico Antonio Muratori

Sul sito del Centro studi muratoriani si trovano i link alle riproduzioni digitalizzate dei 12 volumi della prima edizione degli Annali d’Italia di Lodovico Antonio Muratori.

Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno 1500, compilati da Lodovico Antonio Muratori bibliotecario del serenissimo Duca di Modena, In Milano, a spese di Giovambatista Pasquali libraro in Venezia, 1744-1749, 12 v.; 4°.

Dal v. 10 il tit. diventa: Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino al 1749.

Comprende:

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Gustavo Micheletti, “La sventura e la grazia”

[Proponiamo l’Introduzione al volume La sventura e la grazia, appena uscito per i tipi di Asterios Editore, ad opera di Gustavo Micheletti. (f.s.)].

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Gustavo Micheletti, La sventura e la grazia. Come credere in un Dio assente. Un saggio su Simone Weil, Asterios Editore, 2019, pp.302, € 29,00

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di Gustavo Micheletti
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Il pensiero di Simone Weil ha un andamento musicale. Specialmente nei Quaderni, lo sviluppo della sua riflessione filosofica procede attraverso la proposta di temi e di variazioni in cui riaffiorano tracce di temi precedenti, in un succedersi di riproposizioni che delle sonate, dei concerti e delle sinfonie classiche simulano vagamente la struttura.1 Quest’aspetto diviene a poco a poco così evidente e significativo da non poterne prescinderne quando ci si accinge a scrivere l’ennesimo saggio su di lei. Di qui la scelta di procedere a nostra volta in maniera musicale, lasciando riaffiorare a più riprese gli stessi problemi e gli stessi argomenti all’interno di diverse strutture tematiche e problematiche. Così, ad esempio, l’idea centrale del libro, quella secondo cui il Dio in cui la Weil crede è un Dio assente, verrà più volte ripresa e modulata in relazione sia alle sue diverse implicazioni sia alle concezioni di quei pensatori che possono averla anche solo in parte condivisa.

Ci sono echi di molti pensatori <<classici>> e di alcuni <<santi>> nell’opera di Simone Weil: in ordine sparso, potremmo menzionare Platone, S. Agostino, S. Francesco, S. Caterina da Siena, S. Giovanni della Croce, Cartesio, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, Marx, oltre, naturalmente, ad Alain, forse il principale tra i suoi maestri diretti. Tutte queste influenze danno vita a una sintesi originale, che in uno stile di pensiero rigoroso e schietto nulla concede alla retorica, al sentimentalismo e all’approssimazione.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.20: “Dall’amore in macchina ai rifiuti di Spadolini” – «Il Giornale»

[RASSEGNA STAMPA SU GUIDO MORSELLI, a cura di Francesco Sasso]

di Linda Terziroli

In una stradina secondaria, una via chiusa, non lontano dall’imbocco dell’Autostrada dei Laghi, un uomo e una donna si baciano, appassionatamente, a bordo di una macchina. Il gioco dell’amore si fa intenso e i due non si accorgono di essere osservati. O forse sì. La macchina ha le tendine, ma si intravede, si intuisce comunque la scena da fuori. Il gioco delle ombre. Dalle finestre di una villa affacciata su quella stradina, due bambine guardano, curiose e incollate alle finestre della loro cameretta al piano di sopra, ridono ammiccanti e divertite. Hanno scostato la tenda, per guardare meglio. Si vede che lo spettacolo si è già ripetuto, sotto ai loro occhi bambini, in altri giorni. Si sono messe d’accordo con la cameriera, che, per farle divertire, le chiama sempre. Lui è un bell’uomo, la camicia sbottonata sul davanti, lo sguardo impertinente e fiero, ha quasi trent’anni. Lei, più giovane, mora e dalle morbide curve, è una bella ragazza, dai tratti mediterranei. Incuriosita, la madre delle due bambine, sale a cercarle e le sente ridere e scherzare alla finestra, dietro le tende chiare. Per loro è un gioco. Ma visto che la faccenda si prolunga, la madre, con fare deciso, apre, rumorosamente, la finestra e si rivolge a quell’uomo: «Scusi, non sa che nelle case ci sono le finestre?». Quell’uomo, apparentemente, in nessun modo toccato dal rimprovero, ribatte con insolenza. La madre delle bimbe allora risponde piuttosto seccata: «La compatisco perché è un ragazzo». «Non potrei dire altrettanto di lei» le risponde, divertito, l’uomo. È il 1942 e Maria Bruna Bassi ricorda così il primo incontro-scontro con Guido Morselli. «Non potei fare a meno di ammirare la prontezza di spirito, anche se non ne fui lusingata. Non sapevo che fosse un Morselli. Non l’avevo visto mai. O era militare o in casa, durante le nostre visite, non si mostrava e non le ricambiava». In Un dramma borghese, romanzo dei primi anni Sessanta, Teresa e il padre della sua amica Mimmina, io narrante del romanzo, per una stradetta laterale, vicino a Melide sul lago di Lugano, in pieno giorno, fanno all’amore. È una scena dipinta con molta delicatezza, l’atteggiamento timido e collegiale della ragazza, la ruvidezza dei modi del giornalista, un uomo maturo. «Mi afferra a mezza persona, mi preme contro il suo viso con una abbandonata dolcezza così confidente e felice che io per un attimo penso: ma è amore!, e resisto per un attimo a una felicità che coglie anche me, avventizia, irresponsabile». Ma poi il pensiero corre, nell’uomo, non senza rimpianti, alla sua amata Hilde, la moglie morta, in un incidente, la madre di sua figlia, Mimmina.

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Silvana Turzio, “Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli”

Silvana Turzio, Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli, Milano, Meltemi, «Biblioteca / Estetica e culture visuali» (n. 16), 2019, 214 pp. (con illustrazioni), 24 €.

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di Luciano Curreri (ULiège, Traverses)
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Una recensione (quasi un tentativo di micro-saggio)

«Il restringimento istituzionale della letteratura nel XIX secolo non tiene conto del fatto che, per chi legge, ciò che legge è sempre letteratura, che si tratti di Proust o di un fotoromanzo, e trascura la complessità dei livelli della letteratura (come esistono livelli della lingua) nell’ambito di una società». Cito dall’edizione italiana, a cura di Monica Guerra, di un famoso libro del 1998: Antoine Compagnon, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune, edito nella «PBE» di Einaudi nel 2000 (p. 28), due anni dopo la prima edizione, in francese, per Seuil (pp. 33-34).

Presa a sé e assolutizzata, tale citazione, potrebbe essere un esempio de la «mauvaise réputation» del fotoromanzo. Letta come parte integrante di quel paragrafo di quattro pagine dedicato a L’estensione della letteratura (pp. 26-29; pp. 31-35), è anche un modo brillante e certo un po’ provocatorio per mettere sotto gli occhi di tutti quanto la «letteratura (il confine tra letterario e non letterario)» possa «variare notevolmente a seconda delle epoche e delle culture» (p. 26; p. 32).

Nei tre decenni precedenti, dai Sessanta agli Ottanta (ma già i Cinquanta non ne sono digiuni e i Novanta non stanno a guardare), un ruolo importante aveva avuto la riflessione sulla paraletteratura o letteratura di consumo, maturata nell’alveo di una cultura popolare che – se declinata in maggior misura sul versante politico e culturale ancora gramsciano – era filtrata da un discorso ideologico e sociologico e produceva libri come quello edito, non a caso, per Savelli, nel 1979, da Maria Teresa Anelli, Paola Gabbrielli, Marta Morgavi, Roberto Piperno (e con Gramsci in quarta di copertina come non superato ammonitore): Fotoromanzo: fascino e pregiudizio. Storia, documenti e immagini di un grande fenomeno popolare (1946-1978).

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Due scrittori svizzeri, Hohl e Walser

Ludwig Hohl, Sentiero notturno , Casagrande editore, 1991, trad. di Giusi Valent.

Robert Walser, La passeggiata, Adelphi, Milano 1976, Trad. di Emilio Castellani

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di Domenico Carosso
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Un uomo ne vede un altro davanti a sé, in una notte d’inverno; la stradina di una piccola cittadina, completamente addormentata, è percorsa da un’aria gelida, e la vicinanza della locanda sembra però proporre una sosta calda e accogliente.

Tutti i racconti di Hohl sono come occupati da un’aria tagliente, percorsi «dall’algida forza della limpida notte invernale» che si abbatte, come nel «Sentiero notturno», sul protagonista come qualcosa di inevitabile, di fatale, un fato tutto umano, dunque tanto più invincibile del divino, invalicabile.

I testi del «Sentiero notturno», scritti tra il 1931 e il 1938, descrivono paesaggi, montagne, solitudini, con una prosa secca e ruvida che come un blocco di granito sfocia in pianure impossibili, meno ospitali delle altitudini, occupate al più da una vuota eternità.

Alcune donne in un paese di montagna, in cima ad un pendio infinitamente irsuto, nero, sconfinato, altissimo, tanto che l’occhio che lo percorre non può che perdersi nelle profonde fenditure che spaccano il paese in tanti abituri sostenuti da un rudere pericolante, sembrano visitate da qualcuno che vuole conoscere il passato, e si trova invece di fronte tre figure (passate, presenti o future?) che si ergono nitide sullo sfondo.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.19: “Morselli? Il suo teatro, tutto inedito, è modernissimo” – «Il Giornale»

[RASSEGNA STAMPA SU GUIDO MORSELLI, a cura di Francesco Sasso]

Fabio Pierangeli, italianista dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, è tra i massimi studiosi di Guido Morselli.

di Luigi Mascheroni

E sulla sua rivista Mosaico italiano ha appena ospitato un saggio su Il comunista…

Frederika Randall lo scorso anno ha tradotto negli Stati Uniti The Communist. E deve uscire anche Dissipatio HG. Sembra esserci un risveglio di interesse per Morselli fuori l’Italia.

«La fortuna all’estero oggi è una specie di risarcimento postumo per uno scrittore che dalla sua provincia di Varese è stato capace di guardare alla scena europea come pochi nostri autori. Le letterature francese e anglosassone facevano parte del suo vastissimo bagaglio culturale in misura anche maggiore della cultura italiana».

E da noi? È ancora venduto, studiato?

«Non so i dati di vendita, ma sentendo insegnanti e colleghi universitari posso dire che l’interesse per Morselli non diminuisce in Italia, specialmente presso i giovani. La bibliografia in rete di uno tra i migliori studiosi di Morselli, Domenico Mezzina, lo attesta. E alle riunioni annuali degli Italianisti, nelle sessioni animate dai dottorandi, trovo sempre un intervento su di lui. La forte eticità, e nello stesso tempo la sua avversione a pensieri granitici, lo rendono un autore capace di parlare al presente. Scrisse addirittura un testo, rimasto in stato di abbozzo, Uonna, sulla parità dei sessi e su quello che oggi è il problema dei gender…».

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Dall’Amor Cortese all’Amore-Passione

“Se l’arte deve avere la capacità di commuovere, di far vibrare le corde delle nostre emozioni, la musica diventa il linguaggio più immediato e più diretto delle nostre passioni.”

Se le relazioni tra i sessi all’epoca del massimo fulgore delle corti erano state improntate al neo-platonismo dell’amore cortese (con ampie concessioni all’amore carnale) il passaggio all’amore come passione avverrà nel Seicento con l’esplosione del fenomeno delle Lettere di una monaca portoghese. Dopo di esse, grazie allo strepitoso successo della Nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau, l’amore conoscerà il trionfo sia dell’amore-passione in cui vengono privilegiati i sentimenti liberi dalle convenzioni morali che dell’amore-vanità in cui moda e condotta sociale avranno lo spazio maggiore.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=UHo_451ch9I

Remainders n.19: Johann Wolfgang Goethe, “Le affinità elettive”

Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive

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di Francesco Sasso

Ne Le affinità elettive (1809) il poeta studia il problema della coppia umana ed applica ad un caso morale il principio chimico delle affinità. Il matrimonio felice tra Eduard e Charlotte si incrina con l’arrivo al castello di due giovani, Ottillie (protetta da Charlotte) e il Capitano (amico di Eduard). Giorno dopo giorno i rapporti tra i personaggi paiono evolversi secondo dinamiche simili a quelle che si verificano tra gli elementi chimici: Charlotte è attratta dal Capitano, Eduard da Ottillie.

Il romanzo, che tratta delle vicende di due coppie, ripropone le questione del conflitto tra responsabilità etica e soddisfazione della passione. Una delle due coppie trova la forza morale per la rinuncia, mentre l’altra si abbandona al sentimento e si rende quindi colpevole. L’opera si oppone al Werther, poiché se Ottillie si lascia morire di fame, non lo fa come vittima di una passione romantica, bensì per un’espiazione volontaria che la santifica.

f.s.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

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Padrone del loro destino: le donne e il mondo delle corti rinascimentali

“Il Rinascimento è stato un’epoca di donne. Di donne straordinarie che hanno dato il segno del periodo, che l’hanno influenzato, che hanno dato un indirizzo notevole, sia dal punto di vista politico, che dal punto di vista culturale e sentimentale”.

La figura femminile acquista nel mondo delle corti rinascimentali un’importanza straordinaria sia sotto il profilo culturale e politico che di quello delle relazioni sentimentali e sessuali. Personaggi come Lucrezia Borgia o Isabella Gonzaga (la sua più acerrima nemica) o Caterina Cornaro regina di Cipro acquistano un’importanza geo-politica che travalica di molto le loro leggendarie doti amatorie. Isabella Gonzaga soprattutto spicca tra di esse. L’appuntamento da parte del ciclo di incontri “Del Domani non c’è Certezza – Tre incontri su Amore, Cultura e Moda nelle corti del Rinascimento”

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=uNV6Zmyc0Fs

La letteratura d’evasione (II): la nascita di nuovi generi

La letteratura d’evasione: nascita di nuovi generi.

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di Francesco Sasso

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Lo scrittore , non più mantenuto nelle corti, o da ricchi mecenati, come era accaduto ancora fino al Settecento, si mantiene attraverso la vendita dei suoi romanzi oppure esercitando il giornalismo, mentre l’attività letteraria tende a diventare una professione vera e propria.

In Inghilterra e in Francia gli editori abbassano fortemente il prezzo dei libri, stampando edizioni economiche. Inoltre si assiste alla nascita di piccole biblioteche individuali e familiari. All’interno di questi processi, le opere dotte rimangono interne a una circolazione molto ristretta, mentre i generi di successo come il romanzo hanno un mercato molto largo.

Alcuni dei romanzi più amati dai lettori di massa venivano da tradizioni antiche: le storie di cappa e spada, ambientate nel Medioevo, erano la continuazione del romanzo storico ottocentesco; in Italia, i romanzi di Salgari derivano dalla tradizione del romanzo esotico settecentesco. Molti altri generi, invece, hanno cominciato ad affermarsi proprio a partire dalla fine dell’Ottocento e godono ancora di grande fortuna.

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Tra l’estraneo e il familiare, l’aurora. Dove coabitano la vita e il vuoto, il silenzio e la parola

Bonifazio Mattei, L’estraneo e il familiare. Spaesamenti e luoghi del cuore nella poesia del Novecento, Asterios editore, 2019.

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di Gustavo Micheletti

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Il titolo di questo libro – L’estraneo e il familiare – fornisce una chiave di lettura della poesia italiana del Novecento a un tempo originale e illuminante. Probabilmente quanto Bonifazio Mattei vi argomenta, talora in una maniera lucidamente lirica, potrebbe essere esteso anche ad altri poeti coevi di quelli italiani presi in esame, (quali Ungaretti e Montale, Caproni e Sbarbaro, Penna e Saba, per menzionarne solo alcuni) ma la sua narrazione permette comunque di scorgere distintamente nella poesia italiana del secolo appena trascorso quella peculiare “tensione morale” che testimonia ogni volta il “riverbero dell’io in una realtà estranea”, come se la poesia fosse nella sua essenza “un’esperienza di marginalità e annullamento, che coincide tuttavia intimamente con una condizione di rinascita, di riappropriazione del sé”.

Una simile vocazione della poesia risulta per esempio ben evidenziata dalla dimensione dell’aurora, del chiasmo ciclico e fatale cui allude, ovvero quello che si realizza allorché la vita svanisce ogni giorno nel nulla, e poi rimane in qualche modo sospesa in una radura aurorale per riemergere ogni volta dal suo eterno svanire.

Nel 1964, in occasione delle lezioni tenute alla Columbia University sui temi della propria poetica, Ungaretti si soffermò sull’importanza che in essa rivestiva il tema dell’aurora – “un’aurora non edenica, non di perfetta felicità, in qualche modo contaminata dalla storia; il tema del desiderio a un ritorno dello stato edenico; il tema della morte, del nulla”.

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Percorsi di analisi testuale e i generi letterari

Utili percorsi di analisi testuale: il Breviario dei classici italiani. Guida all’interpretazione di testi esemplari da Dante a Montale , a c. di G.M. Anselmi, A. Cottignoli ed E. Pasquini, Milano, Bruno Mondadori, 1996; P.V. Mengaldo, Attraverso la prosa italiana e Attraverso la poesia italiana. Analisi di testi esemplari , Roma, Carocci, 2008; M. Santagata, La letteratura nei secoli della tradizione. Dalla «Chanson de Roland» a Foscolo , Laterza, 2007, e La letteratura nel secolo delle innovazioni. Da Monti a d’Annunzio , Laterza, 2009. I generi letterari erano già stati oggetto di studio della Storia dei generi letterari italiani , Milano, Vallardi, 1904-1952. Strumento aggiornato di analisi è oggi il Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi , a c. di F. Brioschi e C. Di Girolamo, Torino, Bollati Boringhieri, 1993-1996. Indagini approfondite su alcuni generi: S. Zatti, Il modo epico , Roma-Bari, Laterza, 2000; Il romanzo , a c. di F. Moretti, Torino, Einaudi, 2001-2004. V. inoltre Il mito nella letteratura italiana , a c. di P. Gibellini, Brescia, Morcelliana, 2004-2007.

f.s.

“Il Mondo Nuovo. Le radici illuministiche della Modernità” a cura di Giuseppe Panella

“Il Mondo Nuovo. Le radici illuministiche della Modernità” è il nome di una serie incontri nati per raccontare in modo rigoroso ma NON accademico tutte le possibili sfaccettature del Settecento.
Nel corso di quattro serate, Giuseppe Pannella (vice-presidente della Società Filosofica Italiana sezione di Prato e Ricercatore presso la Scuola Normale Superiore) converserà con studiosi, curatori museali e artisti per delineare i caratteri principali di un secolo ricco di trasformazioni.

Il Mondo Nuovo. Il Secolo Educatore

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La letteratura d’evasione (I): le origini.

La letteratura d’evasione: le origini.

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di Francesco Sasso

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La letteratura d’evasione nasce a partire dalla metà dell’Ottocento, quando si diffuse, prima in Francia e poi nel resto d’Europa, un nuovo genere letterario: il romanzo d’appendice o feuilleton. Si tratta di romanzi pubblicati a puntate nelle pagine finali, in appendice appunto, o nei supplementi dei quotidiani. All’inizio non si trattò di un genere distinto dalla narrativa tradizionale: a dispense o in appendice furono pubblicate anche opere di autori come Balzac o Hugo. Tuttavia ben presto, per le caratteristiche che una narrazione di questo tipo andava assumendo, vi si dedicarono scrittori sempre più specializzati: Eugène Sue, autore dei Misteri di Parigi, e Alexandre Dumas, autore dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo, sono forse da considerarsi i più noti e amati dal pubblico dei lettori.

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L’epistolario di Alcide De Gasperi: edizione nazionale digitale

Riportiamo qui il comunicato:

“La figura di Alcide De Gasperi (1881–1954) continua a suscitare un notevole interesse, non soltanto tra gli storici e gli studiosi della politica del Novecento. I fattori che rendono la vicenda dello statista trentino al contempo eccezionale ed emblematica sono vari: il suo contributo allo sviluppo del movimento cattolico nel Trentino e a livello nazionale e internazionale, la leadership politica nella Democrazia Cristiana, la peculiare interpretazione del ruolo di capo del governo italiano; il contributo dato alla politica internazionale di pace, l’intuizione europeista.

La storiografia ha fatto ricorso a una gran quantità di documenti di vario genere per studiare la figura di De Gasperi: scritti e discorsi pubblici, articoli di giornale, testimonianze dirette e naturalmente la corrispondenza dello statista. Proprio quest’ultimo campo costituisce un patrimonio ricchissimo e finora solo in parte esplorato: alcune lettere sono state studiate e pubblicate in studi e raccolte dedicati allo statista o ai suoi corrispondenti, ma moltissime altre attendono ancora di essere trovate e usate, per precisare i contorni personali e pubblici di una delle figure più importanti della storia del secolo scorso. Ecco perché, a più di sessanta anni dalla morte dello statista è parso opportuno avviare la realizzazione di una grande raccolta critica che riunisca e organizzi le lettere scritte e ricevute da De Gasperi secondo criteri cronologici, tematici e geografici, accompagnata da una bibliografia critica di riferimento.

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Radiohead, MINIDISCS [HACKED]

«La settimana scorsa siamo stati hackerati – qualcuno ha rubato l’archivio di minidisk di Thom che risaliva più o meno ai tempi di “Ok Computer” e a quanto pare ha chiesto 150.000 dollari minacciando di diffonderlo». I Radiohead hanno confermato il furto delle registrazioni legate alle session del loro album “Ok Computer” con un post sul loro sito e sui social e hanno deciso di reagire all’accaduto mettendo in download lo stesso materiale sulla piattaforma Bandcamp. Tutti i proventi derivanti dall’acquisto delle registrazioni, ha annunciato la band di Thom Yorke, andranno devoluti al movimento ecologista che si batte contro i cambiamenti climatici Extinction Rebellion.

https://radiohead.bandcamp.com/

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