FRANCESCO ORLANDO. Un ricordo, uno spunto di discussione.

di Giuseppe Panella

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«… perché era un vero poeta e del partito del diavolo senza saperlo»

(William Blake, Il matrimonio del cielo e dell’inferno)

1. E’ ormai evidente che sto diventando vecchio per il fatto che continuo a ripetere sempre più spesso che “mi ricordo, sì, mi ricordo…”. Eppure casi recenti come la scomparsa di un maestro della critica e della teoria letteraria come Francesco Orlando non possono che scatenare in me una ridda di ricordi che vanno sempre più indietro nel racconto della mia vita.

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Una rosa rossa per Edoardo Sanguineti

[Cacacazzo, opera di Enrico Baj]

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di Giuseppe Panella

 

Non è ancora il tempo delle sintesi nette e definitive, forse neppure di analisi troppo dettagliate riguardo la natura dell’impresa poetica e culturale di Edoardo Sanguineti.

Questa mia attuale vuole essere soltanto una breve riflessione a caldo, sull’onda di una morte improvvisa e forse evitabile (come spesso accade nei Pronto Soccorso e negli ospedali non solo in terra d’Italia). Sanguineti è stato un poeta che ha lasciato il segno (e non solo nella mia esistenza intellettuale). E’ stato sicuramente un personaggio di alta levatura e di forte carismaticità.

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Il giornalismo d’inchiesta a Marsala (8,9,10 maggio 2009): diritto di “resistenza all’oppressione”

Scarpinato 

Foto di Renato Polizzi. A sinistra (Teatro Impero): Pino Corrias, Marco Travaglio, Antonino Ingroia, Roberto Scarpinato (al centro), Bruno Tinti, Luca Telese, Peter Gomez.

di Antonino Contiliano

  

Grande è il disordine sotto il cielo,
ma la situazione è ottima?
Mao
La situazione è disperata, ma
bisogna essere decisi a cambiarla
Lautréamont
 

Perché a ciascuno secondo bisogni, possibilità ed elogio della follia. Solo due parole senza mercato e non tornarci più:

  1. scommessa pascaliana (l’hasard – “Se sei onesto, per azzardo, o Sesto, puoi vivere” (Marziale) – degli amici Renato (Polizzi) e Vincenzo (Figlioli) – “Communico”);
  2. “sfida” (?) dei finanziatori, la Città di Marsala nella sua attuale espressione di Governo istituzionale;
  3. semina di ribellione del “giornalismo d’inchiesta” – di documentata verità e condotta – contro il potere e la “rassegnazione dei preti” (Breton) complice quanto cinicamente “omicida”, et simul giusta incitazione di lotta antagonista dura e “a chiare lettere”;
  4. partecipazione massiccia, ma timbrata dal “fumo passivo” degli spettatori/uditori – a-dialogo (limite da evitare per altre iniziative: non basta ascoltare per cambiare…) – dei “Marsa-lesi” non disponibili a farsi rubare il futuro.

Basta! Il passato è già saccheggiato e s/venduto Il presente è piuttosto ipotecato, inquietante paesaggio e pestaggio per ogni voce distante!

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Per mia incompetenza

Resto sempre affascinato e sbalordito dalla sicurezza interpretativa di tanti lettori, professionisti e non, di poesia contemporanea, poiché per me le difficoltà di interpretazione di un testo di poesia sono tante. Eppure tale testo è fatto di parole; rispetta fino a un certo punto le regole del codice (registri, stili, scritture); rientra bene o male in un sistema letterario che, a sua volta, è incluso in un sistema linguistico; ha un rapporto intertestuale ed extraestetico. Eppure non poche volte mi risulta difficile riconoscere un testo poetico contemporaneo come tale.

Non mi consola Eco quando osserva che: «Un testo vuole lasciare al lettore l’iniziativa interpretativa, anche se di solito desidera essere interpretato con un margine sufficiente di univocità. Un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare». [1]

Non ho dubbi in merito. Non riesco ad intendere molta della poesia contemporanea per mia incompetenza metodologica e culturale. Eppure a me pare impossibile che in Italia ci siano così tanti poeti.

[1] U. ECO, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979, p.52

f.s.

Domenico Protino: poesia ibrida ed essenziale

Esistono cd di noti cantanti pop e rock che sono vuoti a perdere, che non raramente vivono soltanto lo spazio di un mattino o di una canzone, e che hanno testi incerti, significati variabili, talora stupidi. Poi capita di ascoltare un cd recente e quasi del tutto ignoto, che ascolti senza che sia fornita all’ascoltatore alcuna indicazione sul cantante. E scopri che ti attira, non completamente, certo, si è soliti ascoltare altro, per esempio io amo l’ Heavy metal, il Grunge, il Jazz, il Blues, la Classica, il Punk. Quasi tutto, insomma, tranne il pop rock. Eppure la trasversalità del sound di Domenico Protino ha attirato la mia attenzione, come anche la sua voce – eccezionale – e la chiarezza del testo, il rifiuto del linguaggio retorico, iperbolico , che in tante canzoni pop italiane significano tutto e il contrario di tutto, spesso niente.

Sto parlando dell’omonimo album d’esordio del cantautore pugliese Domenico Protino e dei testi delle sue canzoni come La guerra dei trent’anni, Tutto in un momento, Quel bravo ragazzo, Lo specchio che nessuno vuole guardare, L’odore dei ricordi.

Non sono un critico musicale, ma sono certo che i consumatori di musica leggera, ascoltando il cd avranno una lieta sorpresa, mentre il nocciolo duro e più consistente dei miei lettori, certo, avranno capito che per me la “parola” è la “cosa” e in Protino ho scoperto una poesia ibrida ed essenziale.

f.s.

Postilla sul teatro comico

[dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale]

Il pubblico s’immedesima totalmente nella finzione scenica –che è anche la sua momentanea liberazione da una realtà diversa- e s’illude, come ci si illude nel carnevale, che la vera realtà sia del sogno e della fantasia. Il pubblico si diverte e ride.

Ci si può, dunque, divertire, si può ridere e scherzare, ma solo nell’illusione di un’ora. È un’esaltazione della comicità che, a pensarci bene, racchiude in sé una coscienza profondamente amara del rapporto con la realtà quotidiana. D’altronde la comicità vera affonda sempre le sue radici nel tragico della vita quotidiana e dalle situazioni più serie trae la sua linfa vitale.

f.s.

Il testo letterario: struttura chiusa e struttura aperta

A nostro parere, il testo letterario è per sua natura chiuso, ha cioè una sua identità segnica che si trasferisce inalterata nel corso dei secoli. Inoltre, esiste una volontà dell’autore consegnata al testo, anche se il testo può dire molto di più e di diverso da siffatta volontà cosciente.

Dentro questa struttura chiusa di segni si pone il cosiddetto autore implicito (da non confondersi con l’autore reale, cft. i nostri articoli pubblicati su Retroguardia: Autore reale, autore implicito, lettore reale, lettore implicito [QUI] e Il lettore-collaboratore [QUI]). Lo scrittore implicito, a sua volta, si rivolge ad un lettore implicito capace di recepire le istanze più profonde del testo.

A tutto ciò si sovrappone l’infinità di lettori reali, storicamente determinati, per il quale il testo è un’opera aperta, liberamente (re)interpretabile nel tempo.

Il mio invito, quindi, è di accostarsi al testo letterario senza troppe preoccupazioni interpretative, della serie: “cosa vuol dirmi l’autore?”. Il suggerimento vale ancor più per la poesia che per la prosa. Successivamente, dopo aver “utilizzato” il testo in autonomia e liberamente a nostro esclusivo vantaggio, seguendo quindi solo le nostre aspirazioni e il nostro presente affettivo, andremo a decifrare la volontà comunicativa dell’autore e a indagare i due campi fondamentali: l’elemento linguistico-strutturale e il contenuto, senza operare una netta scissione dei due elementi, scegliendo uno dei molteplici percorsi ermeneutici di cui abbiamo a disposizione.

f.s.

La letteratura come squarcio nel muro della vita.

Spesso mi sorprendo mentre invoco il diritto estetico di infinto e di assoluto in arte.

Permettetemi una precisazione: non sono un filosofo e non ho letto molto a riguardo. Semplicemente, si fa per dire, ritengo che il senso più alto della tradizione letteraria, sia nella varia molteplicità e complessità che nella profondità dei suoi motivi, sia la ricerca di infinito e di assoluto.

Percepisco la letteratura come se fosse la vita con piena cognizione e partecipazione della realtà effettiva delle cose e, insieme, secondo le istanze di un’etica imperativa e categorica nelle forme del pensare e del sentire che essa richiede.

Tuttavia, so che ogni opera letteraria è propria dell’uomo e non può accogliere che ciò che è in lui. Eppure l’infinito e l’assoluto, come possibilità inesplicabile, in letteratura trova la sua più alta manifestazione. E’ l’effetto di turbamento, disvelamento e di allargamento dell’esistenza che alcune opere letterarie mi trasmettono dopo aver attraversato il Tempo. E’ la bellezza dell’opera d’arte.

sabato 12 luglio 2008

f.s.

De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio

Il presente fascicolo è frutto secondario di un lavoro commissionatomi da una pittrice. Dovevamo presentare un progetto teatrale/pittorico. Almeno per adesso non posso pubblicare su Retroguardia il lavoro finale, ma ho deciso ugualmente di riunire le immagini tratte da De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio (1521 – 1601), frutto di una breve ricerca in rete sul costume del cinquecento, e di farne un pdf.

Tuttavia, ad essere onesti, il fascicolo è un semplice collage di immagini recuperate dalla rete. Nulla di importante. Il mio solo desiderio è di stimolare la curiosità di quei lettori che non conoscono Cesare Vecellio.

Per concludere, credo che esistano un paio di edizioni recenti di De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo. 

 Clicca [QUI]  o sull’icona a sinistra per scaricare il pdf ( 5,31 MB) su Cesare Vecellio

f.s.

Lingua meticcia e cristallina

La standardizzazione della lingua italiana non annulla la Verità della Parola. L’italiano di oggi è policentrico, non più immobile sulle sponde dell’Arno, ma meticcio, spesso pigro, alimentata dalla comunità e dalla tv.

In un mondo stressato e caotico, la lingua è stressata e caotica. Tuttavia, non posso negare a me stesso il fascino proibito di una lingua cristallina, sterilizzata, senza tempo; una lingua lontana dal terreno della praticità.

Parole che si moltiplicano all’infinito, che si allargano come chiazze d’olio sulla superficie del significato, finendo per occupare spazi non suoi, o ritenuti tali da intere generazioni di uomini e donne. Il linguaggio si sfibra e si consuma, perde colore e le sfumature diventano spazi bianchi o neri.

(È proprio nella grammatica la base stessa dell’esistenza di Dio?, domandò Nietzche).

Non è più la Parola a condizionare il con-testo?

f.s.

Capolavoro, Poesia, Poeta

 [un pensiero improvvisato on-line: 19-12-07]

Capolavoro, Poesia, Poeta: parole pronunciate di continuo. Eppure, mai come oggi ci si è dimenticati dell’eternità nella contemporaneità: trattasi di trarre l’infinito dal finito. Leggere, vivere e cercare i mezzi per esprimere la vita. Dialogare con il passato- poiché in vita non c’è possibilità di dialogo-, pur serbando in se stessi l’idea che si frequenta un fantasma, aiuta ad illuminare di luce il movimento della vita contemporanea, e il passato si farà presente, chissà. E forse il presente troverà la morale e l’estetica del proprio tempo, per minima e lieve che sia.

f.s.

Recensione

Leggo tantissimo. In più, capita che alcuni autori m’inviano testi (raccolte poetiche o romanzi) cartacei o in pdf.

Francamente, nonostante tutto il piacere che si ha a leggere le opere d’uno scrittore, non sempre si riesce a scrivere una recensione. Leggo tutto, sia chiaro, ma non scrivo su tutto.

Chiunque abbia redatto una recensione riconoscerà che non sempre chi scrive ha l’estro giusto per riprodurre criticamente l’opera appena letta: saremmo ben crudeli ed insolenti a forzare la mano col mestiere. No: al contrario, cerchiamo d’esser imparziali. Non abbiamo amici né nemici, ma opere letterarie. Si può sbagliare nel giudizio, si può tacere perché non si sa riprodurre l’essenza dell’opera appena letta, tuttavia mai inganneremo noi stessi e il lettore con false recensioni.

f.s.

Cultura e letterarietà (Jurij Michajlovič Lotman)

Cultura e letterarietà
(Appunti per una riflessione futura)

La nascita di una civiltà letteraria è un fatto estremamente complesso e ciascun popolo elabora le proprie forme culturali a seconda degli influssi con cui viene a contatto e delle proprie esigenze.

Oggi è ancora corretto chiedersi in quale rapporto stiano le forme letterarie con l’ambiente sociale e con le classi dominanti, quale tipo di letterato si tenda a configurare, a quale pubblico sia rivolta la sua produzione e solo in questo ambito chiedersi le ragioni della scelta di talune forme culturali?

Un testo è di solito l’espressione di una cultura e di una realtà storico-sociale, pur senza esserne un mero riflesso. Se per cultura intendiamo, con Lotman, <<l’insieme dell’informazione non ereditaria accumulata, conservata e trasmessa dalle varie collettività della società umana>>
[J.M. Lotman, Il problema di una tipologia della cultura, in Aa.Vv., I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico, Milano, Bompiani, 1969, p.309].

Ma la cultura, osserva ancora Lotman, non è semplice deposito di informazioni:

<<E’ un meccanismo organizzato in modo estremamente complesso, che conserva l’informazione, elaborano continuamente a tale scopo i procedimenti più vantaggiosi e compatti, ne riceve di nuovi, codifica e decodifica i messaggi, li traduce da un sistema segnino a un altro. La cultura è il meccanismo duttile e complesso della conoscenza.>>
[J.M. Lotman, Introduzione a Tipologia della cultura, Milano, Bompiani, 1975, p.28]

Uno dei compiti fondamentali della cultura è quello di organizzare strutturalmente il mondo che circonda l’uomo, di porre in ordine (soprattutto attraverso i linguaggi) alla multiforme e spesso caotica realtà dei fenomeni.

A questo punto si pongono alcuni problemi molto delicati: anche un testo letterario è un documento culturale? La letteratura, pur facendo parte del sistema generale della cultura, ha una specificità? In che consiste questa specificità letteraria o letterarietà?  La letterarietà è un aspetto intrinseco del testo letterario o un fattore soggettivo, la decisione (del lettore) di leggere un testo come un testo letteraro?

[ Opere di Jurij Michajlovič Lotman ]

f.s.

La scrittura è nudità

La scrittura è ossessione. La scrittura è nudità.
Alla scrittura si sacrificano amori, amici, tempo, energia; in una sola parola: la Vita. E quando arriva il momento, devi scegliere: o dentro o fuori. Senza possibilità di mediare- questa postilla è per sempre.
La scrittura è il primo pulviscolo del mattino; è l’ombra per la strada, è il commensale che siede alla mia tavola; è la luce che si smorza prima dell’incoscienza irrequieta della notte.
La scrittura è ricerca, scoperta, sconfitta, illusori momenti di riconciliazione, baratro.
La scrittura è flatulenza dell’anima, scoria gelatinosa della mente, squarci perenni nella carne.
La scrittura è la mano indolenzita, il cervello sfatto, il sudore sotto le ascelle.
La scrittura è volontà di riempire ogni spazio vuoto.
La scrittura è desiderio di frantumare il pc contro il muro perché non se ne può più di rantolare da lungo tempo intorno ad una Parola.
La scrittura è sapere di non essere capace di scrivere.
La scrittura è voler essere capace di scrivere e non riuscirci.
La scrittura è riuscire a scrivere e fallire.
La scrittura è la verità o l’impossibilità della verità.
La scrittura è generosità, sincerità, follia.
La scrittura è stile, sound, morte.
La scrittura è stanchezza, dolore, sorriso.
La scrittura è solitudine e silenzio.
La scrittura è gioco, fratellanza, vita.
La scrittura non accetta faccendieri né guardaspalle.
La scrittura è prostituzione, santità, nulla.
La scrittura è continua iniziazione alla vita, alla libertà e al confronto.
La scrittura è scoperta di sé.
La scrittura è una speranza disperata.
La scrittura è confine e buio.
Mi siedo e scrivo, poiché non ho voglia di parlare con nessuno.

 [ 8 maggio 2006]
f.s

Pubblicato su La poesia e lo spirito

Lettera di un lettore a Biagio Cepollaro

Lettera di un lettore a Biagio Cepollaro

di Francesco Sasso

Le stagioni arrivano gradatamente, si fanno precedere da cauti messaggi, secondo leggi immutabili. Sono prima brevi annunci, che poi si definiscono in caratteri ben distinti, e pur mantengono aspetti diversi secondo l’ambiente e lo stato d’animo di chi le contempla.

Così come le stagioni naturali, anche quelle letterarie che ci sono state proposte dalla rete sono fondamentali per la crescita dell’individuo, perché, anche attraverso esempi letterari come quella di Biagio Cepollaro, impariamo come si guarda e si interpreta il lavoro poetico in internet e nel mondo non virtuale. E la stagione arriva, dà i suoi frutti e poi si spegne, a volte improvvisamente come la luce elettrica e i gesti si interrompono, i colloqui silenziosi si troncano. Il fatto, semplice ma significativo, della conclusione della prima fase della POESIA ITALIANA E-BOOK è l’occasione, rara e preziosa, per accogliere in me il cammino silenzioso che io ho percorso in compagnia dell’intelligenza di Biagio Cepollaro.

In questi tre anni, osservando da lontano Biagio Cepollaro lavorare in rete, studiando le sue ristampe, imparando a conoscere il poeta- e i poeti da lui proposti- e a riconoscere nel suo comportamento di intellettuale appartato qualche cosa che appartiene anche a me, si stabilì così, attraverso questo studio, un legame più profondo e più ampio di una cruda relazione lettore-autore, bensì una tensione viva verso aspetti non solo esteriori e letterari del fare poesia, ma anche umani.

Tuttavia, pur non conoscendo l’uomo Cepollaro e avendo appreso mezz’ora fa che Poesia Italiana E-Book a ottobre sospende le sue pubblicazioni, al poeta silenzioso e laborioso non può mancare, nella conclusione di questa lunga fase culturale, il mio “grazie Biagio per il lavoro fatto!”

[Pubblicata su La poesia e lo Spirito il 26 luglio 2007]

Il profumo di una parola

Postille a margine #1

Il profumo di una parola.
Parola nata da un amore illegittimo, attende d’essere legalizzata attraverso il decreto dei filologi.
Parola prigioniera dell’ <<apartheid>>, oggi definita Parola in prestito (politicamente corretto).
Parola che viaggia nel continente della Lingua: un’immensa e intraducibile vallata.

f.s.

Il duro mestiere del lettore

[Commento da me scritto su vibrissebollettino, così come mi dettava l’anima, stile BOP.]

La lettura è un’azione concreta, un’attività: un lavoro che richiede sforzo, concentrazione, dispendio di energie. Perlomeno, leggere è per me un lavoro e una pratica caratterizzata da proprie esigenze e impostazioni metodologiche.

Sono convito che ogni lettore decide di affrontare la pratica della lettura se pensa di trarre un bene dal testo. Difatti, quando iniziamo un nuovo romanzo, noi lettori, speriamo sempre di essere ricompensati in modo adeguato per il lavoro di leggere. E quando ciò non avviene, delusi dalla lettura di un testo, ci lagniamo non solo per il denaro speso, ma anche per il tempo e le energie sprecate.

In letteratura, la fatica e il godimento si devono bilanciare; sempre. Questo vale per gli scrittori, per i lettori (professionisti e non) e per gli editori.
Difatti, molti affermano: l’editore è un imprenditore che, come ogni altro, mira al pareggio del suo bilancio; e se può, al profitto.
Se ci riflettete, noi lettori (professionisti e non) chiediamo al libro la stessa cosa: almeno il PAREGGIO, su un piano differente, certo, non economico, ma di piacere.

Altro luogo comune, che mi viene in mente: una casa editrice fallita non pubblica libri né buoni né cattivi. Mentre chi continua a pubblicare libri, prima o poi potrebbe pubblicarne di buoni.
E continuando con la digressione, direi: come noi lettori che continuiamo a leggere i libri di autori contemporanei con la speranza, alla fine, di leggerne di buoni.

Ora, io faccio parte del comitato di lettura di VL. Anche in VL la lettura è un’attività fondamentale, a mio parere più della redazione o della comunicazione. Ogni lettore in VL deve trovare un giusto rapporto dialettico con i tanti testi che il capo del comitato di lettura mette a disposizione. Non è facile né divertente ( una cosa è leggere per scelta, altra perché vincolati da un progetto –Vibrisselibri- o obbligati da un datore di lavoro).

Al di là del senso che quest’idea assume in chi mi legge, secondo me, purtroppo, i libri non si dividono in buoni e cattivi, in scritti bene e scritti male; questo perché non esiste “il libro”, ma esistono i libri, ciascuno destinato a rispondere a differenti esigenze, come differenti sono i lettori.

Infatti, esistono libri per pensare, libri per imparare, libri per capire, libri per distrarsi. Come anche, si legge per leggere, per nutrire l’inconscio, per aumentare le proprie esperienze, e per autoerotismo. Si legge per conquistare l’amata/o, per tacere, per il piacere di toccare e odorare il libro, per il piacere di collezionarli, per il piacere di usufruire della gentilezza dei commessi/e delle librerie ecc.

Dove voglio arrivare? Da nessuna parte. Volevo solo comunicarvi la mia esperienza; ché, dopo un anno di attività come lettore di VL- includendo la fatica e la responsabilità valutativa- io sono in deficit e un po’ demoralizzato.
Come dicevo prima: in letteratura, la fatica e il godimento si devono bilanciare; sempre.

f.s.

L’osservazione attenta porta alla precisione del pensiero.

L’osservazione attenta porta alla precisione del pensiero.
#1

Conoscere gli altri è difficilissimo, conoscere se stessi forse impossibile, tante sono le incoerenze dell’animo umano, tanto è diversa l’apparenza della realtà, i tanti moventi, le giustificazioni di ogni atto umano. Eppure il tentativo di guardare dentro di sé, di porsi davanti al proprio animo per scoprirlo e modificarlo, è un bisogno naturale in cui coesistono istinti e ragione, non soltanto per poeti e scrittori, ma per chiunque abbia sensibilità e intuizione dei problemi umani. Mi piacerebbe pensare: per chiunque lo voglia.

E’ questo il campo di ricerca che si offre ora a chi ha già percorso la via dell’osservazione del mondo esterno e ha imparato a guardare le cose in modo personale, cercando di notare anche le impressioni che le cose del mondo suscitano in lui.

#2

Dice un insigne studioso e letterato, Francesco Flora:
<< I poeti cantarono di un tempo di favolosa purezza naturale in cui non soltanto parlavano gli animali, ma gli alberi e le foglie. Ma si tratta di miti che umanizzavano la natura, cosicché umanamente, e partecipavano alle sorti dell’uomo,
                                     vissero i fiori e l’erbe,
                                     vissero i boschi un dì.
Gli animali, secondo la loro natura, possono ringhiare, muggire, nitrire, cinguettare, gorgogliare e così via; ma non parlano, cioè non esprimono articolarmene un pensiero dando nome alle cose e verbo all’idea, e non sanno consapevolmente partecipare alla storia del mondo >>.

3#

Comunque, imparare a valutare il significato preciso di ogni espressione, la sfumatura di ogni vocabolo, e a scegliere con prudenza e responsabilità, per le nostre composizioni, i termini più propri e esatti.
<< La parola consapevole- dice Giacomo Devoto – non è quella più forte, esaltata e drogata, ma quella che acuisce vista e udito, moltiplica, analizzandole, le memorie, convalida e rende permanente il Ricordo.
Amate dunque la parola in sé: insufficiente, imprigionatrice nella sua materialità presente; ma giusta, discreta, efficace nei suoi suggerimenti, nei suoi echi. Riflettete su di essa. Fate violenza a voi stessi per trasferirvi in lei, magari solo pensata, non scritta, né detta. Piegatela alla vostra volontà d’espressione. Solo essa arresta l’attimo fuggente, proietta nell’avvenire, perpetua la giovinezza, consola.>>

4#
Per ricondurre la composizione poetica al suo vero significato di scrivere di sé con libertà e sincerità. Anzitutto è necessario maturare la capacità di osservare, di comprendere e di riflettere e nello stesso tempo occorre acquisire le tecniche del linguaggio.

L’osservazione attenta porta alla precisione del pensiero.

5#

Persone che seguono delle regole prestabilite; ansie, eccitazioni. Oltre la vista, l’udito sarà teso a raccogliere le voci ora eccitate ora sommesse, o il silenzio di un momento di tensione, e distinguerà i rumori dei vicini da quelli che provengono da lontano.

La luce in tutte le sue forme è fonte continua di piacere, di ammirazione, e anche di meditazione. Effetti di luce e ombra: dall’esile raggio alla grande chiarità solare, dalla tremula fiamma della candela allo sfolgorio delle luminarie.

Nella natura, nel silenzio, nel buio, o nel trambusto della vita, tutti gli elementi compongono l’orchestra, ora irritante, ora gradevole, che sembra accompagnare l’esistenza dell’uomo sulla terra: la voce del mare, lo stormire delle foglie, piccoli fruscii o moti d’animali, e il ritmo del lavoro con i suoi tonfi, sibili, colpi.

Le caratteristiche del moto, rapido o lento, continuo o intermittente, le parti delle cose o delle persone che vi sono impegnate e subiscono mutamento (occhi, mani, membra).

f.s.

letteratura tra infinito e finito

“Come sarà il romanzo del 21° secolo?”
Di fronte a questa domanda vado in stallo, apro le braccia e dichiaro: non lo so!
Posso però affermare che il romanzo ha, e avrà sempre, un solo punto d’abisso, all’interno di uno spazio ancora più oscuro, da cui partire: l’uomo. Un uomo che è di per sé finito, ma che è chiamato ad assistere a quest’infinito universo. Per cui, ogni suo gesto è, o dovrebbe essere, pensato illimitato; altrimenti patisce, cessa di sperare quando ne percepisce o ne scorge la finitezza. Da questo conflitto nascono le innumerevoli lacerazioni dell’anima e del sogno, nasce la scrittura.
Ed è partendo dall’uomo che si prefigura nella mia mente l’immagine di un romanzo che è sempre alla ricerca di un punto fermo e atemporale della realtà. Un romanzo con sempre nuove campionature linguistiche, con cadenze mutanti, con molteplici forme e suoni. Un romanzo che cerca continuamente di spostare i confini tra natura e società. Un romanzo d’ambienti dilatati, di possibilità inevase, di necessità e libertà. Un romanzo che contamina il lettore d’inquietanti interrogativi e che lascia pensare all’esistenza di un incolmabile vuoto tra teoria e realtà. Un romanzo che rappresenta la somma delle possibilità del suo tempo, ma è anche un’accumulazione distinta di tempi intermedi e l’espressione assoluta d’atemporalità: condizione contraddittoria questa, come quella dell’uomo nell’universo. Un romanzo che ha in sé il germe del relativismo e del Mito (altra contraddizione); che mostra le cadute della “macchina” sociale che non ha più motivo d’essere, e che prospetta un’allucinante terra di nessuno in cui il lettore è costretto ad aggirarsi alla ricerca di sé. Un romanzo che, per concludere, si basa sulla Parola vera, che aspira a non essere rovesciata in falsa Parola.

f.s.