LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Matteo Terzaghi, La trasmutazione di Vincenzo Vela

Matteo Terzaghi, La trasmutazione di Vincenzo Vela. Sulle ultime fotografie, Museo Vincenzo Vela («Libelli del Museo Vincenzo Vela», 2), Ligornetto, (maggio) 2021, 34 pp.

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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Matteo Terzaghi (1970) è stato apprezzato dal sottoscritto fin dai capitoli-saggi di Il merito del linguaggio. Scrittura e conoscenza (Casagrande, Bellinzona 2006), studio unitario ma di rivoli non proprio monografici fatto, a immagine di un percorso liquido che dalla realtà muove verso la letteratura in seno a una misura di cento pagine, poco più. Lo stesso si potrebbe quasi dire di certe prose narrative nutrite della migliore infanzia, quella cui appartieni veramente e che non ti fa sentire mai un escluso, come ha avuto occasione di suggerire René Girard, anche contro un certo tipo di intellettuale francese outcast, oggi diffuso ormai su scala mondiale. Se penso a testi quali Il dimezzamento dei lombrichi, Il tema in classe come genere letteario…, editi in un bel volumetto da Quodlibet che risale al 2019, La Terra e il suo satellite, credo di capire anche di più l’entrée en matière scelta da Matteo Terzaghi per parlarci di La trasmutazione di Vincenzo Vela. Sulle ultime fotografie (Museo Vincenzo Vela, Ligornetto, 2021). Si tratta di un ricordo intimo, famigliare, che, nel suo piccolo (si fa per dire), dilata e sfuma a un tempo l’occasione della pubblicazione: il bicentenario della nascita di Vela (1820-2020), per l’appunto, che si accompagna peraltro ai 130 anni dalla morte (1891) – però è sempre meglio ricordare e omaggiare la nascita, sia detto en passant (ma sia detto).

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ESERCIZI DI LETTURA: Il canto del mondo e il pensiero della vita

In che senso si può parlare di una semantica della musica? Un confronto tra Susanne K. Langer e Arthur Schopenhauer.

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di Gustavo Micheletti

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Una delle domande più frequenti e spontanee che ci si può porre intorno alla musica è se essa esprima qualcosa, se sia espressione di pensieri e sentimenti e se possa essere paragonata sotto questo riguardo all’immagine poetica, alla raffigurazione pittorica o all’azione drammatica. Come ricorda Massimo Negrotti, “accanto a Chopin, che asseriva di non poter concepire una musica che non esprimesse nulla, c’è la nota posizione di Stravinsky, secondo la quale l’espressione non è mai stata una proprietà importante della musica; accanto alla posizione di Richard Strauss che si rifiutava di credere ad una musica astratta, c’è la tesi di Hanslick che sosteneva drasticamente come la musica non significhi altro che se stessa”.1

Negrotti ricorda anche come lo stesso Stravinskij paragonasse “la sensazione generata dalla musica” a “quella evocata dalla contemplazione del gioco incrociato delle forme architettoniche”, citando a sua volta Goethe, che definì l’architettura come “musica pietrificata”, ed evidenziando così implicitamente l’aspetto formale e strutturale di ogni composizione musicale come fondamento del suo valore estetico.2 Negrotti evidenzia poi la centralità della questione attraverso le parole di Aaron Copland, che la pone in questi termini: “se mi si chiede ‘c’è significato nella musica’? la mia risposta sarà . Se poi mi si chiede ‘puoi descrivere con quante parole vuoi di che significato si tratta?’, allora la mia risposta sarà no”.3

Se l’evocazione, implicita nelle parole di Copland, delle considerazioni di S. Agostino sul tempo potrebbe forse suggerire che la questione è tanto cruciale quanto irresolubile, le parole di Goethe sembrano invece sollecitare ulteriori chiarimenti e possibilità. In effetti, se la forma musicale può evocare, come ritengono Goethe e Stravinskij, una forma architettonica, perché non dovrebbe poterne evocare molte altre? Questa stessa possibilità non allude forse al fatto che la musica possa essere espressione di qualcosa, e cioè di molte altre strutture dotate di una forma, come ad esempio, non ultima, quella del pensiero? Che possa quindi, in questo senso, costituire un’espressione dinamica di qualcosa che accade nell’anima umana, magari per il semplice fatto di farlo accadere?

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ESERCIZI DI LETTURA: In direzione uguale e contraria. Una lettura ponderata di Entropia e arte di Rudolf Arnheim

Rudolf Arnheim, Entropia e Arte, trad. it. Torino, Einaudi editore, 1974; ed. cit. 1989. L’ultima ristampa italiana del saggio è del 2000.

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di Gustavo Micheletti

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Premessa

   Nel 1865 Rudolf Clausius introduceva in fisica il concetto di “Entropia” (il termine deriva da Entropè, che in greco vuol dire cambiamento o evoluzione), con l’intento principale di esprimere in modo nuovo l’esigenza che definisce ogni sistema motore: ovvero il suo ritorno allo stato iniziale alla fine del ciclo, quando il flusso e la conversione del calore si sono compensati.
In un suo famoso saggio del 1944, il fisico Erwin Schrodinger (1887-1961) – insignito del premio Nobel nel 1933 – utilizzava poi il concetto di Entropia per cercare di fornire una spiegazione fisica del fenomeno della vita. Successivamente, un altro fisico, Ilya Prigogine – anch’egli premio Nobel nel 1977, nonché direttore degli Istituti Solvay di Bruxelles e del centro di meccanica statistica e di termodinamica dell’Università del Texas – si è servito del concetto di Entropia per spiegare l’irreversibilità che è alla base di molti fenomeni naturali e della stessa auto-organizzazione biologica.
Nel 1971, inoltre, lo psicologo della conoscenza e storico dell’arte Rudolf Arnheim ha dedicato al concetto di Entropia e alla sua utilità per l’analisi dell’opera d’arte un saggio fondamentale, adatto come premessa teorica e punto di partenza per impostare una ricerca interdisciplinare sulla rilevanza del concetto di Entropia (ma anche di “Disordine”, o “Caos”) nella scienza, nell’arte, nella letteratura – e quindi più in generale nella cultura – dell’ultimo secolo del secondo millennio. Lo scritto presente intende fornire, come esercizio di lettura, una sintesi ragionata di quest’ultimo testo: Rudolf Arnheim
Entropia e Arte, trad. it. Torino, Einaudi editore, 1974; ed. cit. 1989. L’ultima ristampa italiana del saggio è del 2000. Non mancheranno, o almeno è quanto auspichiamo, spunti di riflessione che, prendendo spunto da questo breve saggio, che è a nostro parere fondamentale per comprendere l’arte degli ultimi due secoli, potranno forse arricchirne la comprensione. Il numero delle pagine riportato di volta in volta fra parentesi, sarà da intendersi riferito ad esso.

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“Litterateur Redefining rw” … l’artista Cuttone

Litterateur Redefining rw” … l’artista Cuttone

incontro traduzione dialoghi

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di Antonino Contiliano

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A poca distanza della pubblicazione di “Litterateur Redefining World” (Ottobre/2020), la rivista che ha portato l’artista siciliano Giacomo Cuttone “fra gli altri” con l’opera pittorica “L’enigma della mano” in prima pagina, Shajil Anthru (scrittore e poeta indiano) ritorna a parlane. E ancora una volta lo fa con il linguaggio della traduzione. La lingua adottata è l’inglese. L’espresso è leggibile su https://www.litterateurrw.com/blog.

Oggetto della traduzione è la nostra nota divulgativa “L’artista G. Cuttone in India- Non solo “tra” noi”. È l’articolo che diffondeva la notizia non solo “tra noi”. Il noi che leggeva e legge https://itacanotizie.it, https://retroguardia2.wordpress.com, http://mazaracult.blogspot.com/; https://www.tp24.it/.

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Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza: 28 ottobre – 28 novembre 2020

28 ottobre – 28 novembre 2020

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza

Galleria “La Cornice” – Lugano Via Giacometti 1, Lugano

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di Vincenzo Guarracino

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L’occhio abbagliato del tempo

Tra immagini e versi

È come un bosco strano, “senza sentieri” e senza indicazioni, pieno di anfratti e di misteri, una sorta di hypnerotomachia, di “battaglia d’amore nel sogno”, quello in cui ci immette Stefano Lanuzza (in arte, talora, Laínez = Lanuzza: dallo spagnolo Diego Laínez, successore del Loyola, 1512-1565. Cfr. Carlo Battisti – Giovanni Alessio, Dizionario etimologico italiano. III, G. Barbèra, Firenze, 1968).

È, quello dell’artista, un viatico nell’atto di inoltrarsi nell’intrico sintattico di un “diario crittografico” e pittorico se non l’avvertimento che qui “scorrono le Furie”, come scriveva venti anni fa lo stesso autore nella sua raccolta di poesie Bosco dell’essere (2000). Perciò non giova attrezzarsi di nient’altro se non della disponibilità a ritrovarsi e viversi in una storia altra di ordinaria “crudeltà”: in un bosco di scorie e “oscure bestie”, di “marcente verde” e di “rovi e fratte scoppiate”, in cui “l’umore dell’anima deserta” esala in soffi d’inquietudine, in deliri e orrori, in tremori e deliqui…

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L’artista G. Cuttone in India. Non solo “tra” noi

L’artista G. Cuttone in India

Non solo “tra” noi

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di Antonino Contiliano

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Non solo tra noi (vicini) ma “fra” noi e gli altri (anche lontani), le istanze pittoriche delle tele di Giacomo Cuttone, come vele traghettate (in termini di comune trasduzione semio-culturale e politica), arrivano fra le pagine della rivista indiana “Litterateur Redefining world/ottobre 2020” e ri-tornano in terra d’origine, le vie mediterranee. Ridefinire il mondo – “Redefining world” – infatti è il sema comune che la voce e la lettera di “Litterateur” (dello scrittore ed editore Shajil Anthru, Trivandrum Kerala- India) e i segni e la semiosfera delle ricerche e delle espressioni della pittura di Giacomo Cuttone intendono tra-durre e portare avanti in una realtà storica tutt’altro trasparente per scopi e fini con-divisi. E non è un caso se l’immagine di copertina della rivista indiana “Litterateur Redefining world/ottobre 2020”, in allegorizzazione differenziale, emblematizza – secondo chi scrive – il senso complessivo della co-operazione dei due artisti (l’indiano Shajil Anthru e il siciliano Giacomo Cuttone) con il dipinto “L’enigma della mano” (acrilico su tela 80×80 del 2028) dell’artista siciliano Giacomo Cuttone. Nella semiotica dei segni di diversa provenienza geo-eto-politica, le “differenze” fra i mondi d’origine non impediscono infatti alle culture (prossime e distali) di “tradurre” il comune bisogno di “ridefinire” il “senso” del co-esistere delle forme di vita in un mondo alternativo, plurale (diverse sono infatti le voci e le traduzioni che vitalizzano le pagine di “Litterateur Redefining world/ottobre 2020”). È possibile, ricordiamo, scaricare gratuitamente il numero di ottobre della Rivista “Litterateur rw” cliccando questo link: https://litterateurrw.com/magazines/october_20/index.html?fbclid=IwAR0-WiFWGyKWsdXVNSUvZhDL0noVTQobyVzmnJo77KXBnF5ADeN1Sva1z1Y.

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Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza: 28 ottobre – 28 novembre 2020

28 ottobre – 28 novembre 2020

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza

Galleria “La Cornice” – Lugano Via Giacometti 1, Lugano

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di Aline Cheveux

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Pitture dell’Europa

Stefano Lanuzza lo si potrebbe già da molto incontrare in un ideale Museo dell’Arte europea contemporanea, tra i suoi pari. Non in provincia, ma piuttosto a Praga o a Parigi, oppure ad Amsterdam. Un po’meno a New York, dove, se non ci si slogano le braccia su tele immense, ciclopici astratti nemmeno attraversati da una tentazione di disegno, non si è moderni: non si è. […]

Interminabile sogno, quello dell’autore. Ci si perde l’Europa… C’è dentro di tutto: una cultura immensa, una grotta di echi e analogie. C’è l’intero Novecento che ha sbranato la natura e la storia per preparare, vestito da amico dei popoli, l’Apocalisse; c’è tutto il Millennio e più ancora, i millenni di scrittura e di racconti: perché i quadri di questo artista dell’Europa sono anche parole… Ci sono la Bibbia e gli Gnostici, la Kabbala con le sue dieci Stazioni di posta; e ci sono i Tarocchi che nacquero al primo suddividersi della Creazione, le religioni e molti sistemi mitologici, le fiabe che ne sono discese, giù giù fino a questa nostra gabbata incoscienza. C’è la letteratura: Ariosto, Shakespeare e Dante, Leopardi, Ibsen e Verga, Musil, Kafka e Nabokov, Céline, Beckett, Gadda e Dostojevskji. Ci sono i presocratici e la caverna platonica, i latini tra Ovidio e Lucrezio. Con una sottilissima musica inquieta. Ecco, in silenzi da sotterraneo, apparire le immagini di Mussorgskji, i chiaroscuri di Mahler, la nostalgia di Beethoven. Come non riconoscerli? Eppure nessuno dei giganti che affiorano in questo Museo dell’Europa ha un diritto seppur minimo di dichiararsi ispiratore o maestro. L’opera esposta è così inconfondibile da poterla controfirmare solo con un’impronta digitale. È un’epopea nella quale potrebbe specchiarsi la storia psichica dell’Europa, continente come crogiolo del mondo.

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza: 28 ottobre – 28 novembre 2020

28 ottobre – 28 novembre 2020

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza

Galleria “La Cornice” – Lugano Via Giacometti 1, Lugano

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di Mario Lunetta

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Tra pittura e letteratura

Molta parte dell’opera pittorica di Stefano Lanuzza è stata esposta nel 1999 presso il Museo d’Arte Moderna Gazoldo degli Ippoliti di Mantova con titolo, sguincio e allusivo, di L’arte della notte. Oltre che artista figurativo, l’autore è poeta di gran tempra, narratore e critico di straordinaria sagacia; e coltiva nel suo ricco immaginario più di un côté notturno, noir e sulfureo.

Della sua pittura d’insolita risonanza, avventurosa e impacificata, cresciuta nello sradicamento del senso e nell’ictus d’una frattura fondamentale della coscienza, ha scritto il poeta Alberto Cappi: “Da fondali di città o piazze straniate, da atmosfere liberty, da icone di uccelli rapaci, da terrifici sembianti, da nudi metamorfici, passando per tracce mitologiche, per echi letterari, per voci plastiche o figurative, il gesto dell’artista diviene febbricitante animando le posture come il guizzo cromatico. Gli sono vicino a volte il furor di Grünewald, oltre l’immaginario nero di Goya, ma ancor più una danza quasi ieratica, egizia ed etrusca, il cui coreografo corrisponde al nome di Savinio” (cfr. L’arte della notte. L’opera figurativa di Stefano Lanuzza. 16 maggio-6 giugno 1999 / Mantova, Museo d’Arte Moderna Gazoldo degli Ippoliti).

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ELUL 3830 by AnimaeNoctis

Jerusalem and the Second Temple fell in September 70: Elul 3830 in the Hebrew calendar. 1950 years ago ROMA’s violence decided to destroy Jerusalem. That was not AMOR. 1950 years after, this album is dedicated to the ancient siege and massacre of Elul 3830. That’s for sure. But we know that a transnational & transhistorical community of victims is calling us. Lots of eerie imperia – the empires – act impiously on the dashboard of history.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (II parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti

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Le successioni di temi e idee melodiche, così come quelle di strutture di segni, sono alternate a variazioni non dissimili da quelle che caratterizzano l’uso di una parola all’interno di una lingua: anche in questo contesto gli usi possono succedersi in modi identici o poco prevedibili, evocare iterazioni convenzionali o attuare soluzioni particolarmente evocative sotto il profilo retorico o poetico.

Dall’inizio del Novecento anche le forme e i colori si succedono sulle tele dei pittori con ritmi diversi, assumendo complessivamente forme significative alla luce di codici sempre più ridotti, probabilmente perché una tale riduzione è funzionale ad una maggiore perspicuità visiva, la quale a sua volta è in grado di rendere più icastico e perentorio l’orizzonte entro cui si svolge la combinatoria degli elementi in gioco. Per questo la vocazione grafica di questo tipo di arte pare inscindibile dalla sua propensione all’astrazione, e forse è proprio per compensare e integrare questa propensione che il colore interviene come contrappunto della narrazione grafica.

Ci sono tuttavia tanti diversi modi d’astrarre. Secondo Tomás Maldonado c’è ad esempio una profonda differenza tra l’astrattismo costruttivo e l’astrattismo genericamente inteso, nel senso che “le opere di artisti come Malévic, Mondrian e Albers sono diverse, per esempio, da quelle di Pollock”.1

L’incremento dell’entropia che caratterizza gran parte dell’arte contemporanea, e di cui Pollock costituisce il caso più esemplare, è dovuto secondo Arnheim a due specie del tutto diverse di effetti: “da un lato, un impulso verso la semplicità, che promuoverà la regolarità e l’abbassamento del livello dell’ordine; dall’altro, il dissolvimento disordinato. Ambedue conducono alla riduzione di tensione”.2 Se Pollock può essere considerato il prototipo di questo secondo caso, Mondrian o Arp possono essere considerati validi modelli del primo.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (I parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti
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Ernst Gombrich si domanda come sia stato possibile giungere a concepire la vita artistica dei nostri tempi sotto il segno dell’idea di progresso. Lo storico viennese Hans Tietze, si chiede a sua volta come sia possibile che un linguaggio artistico nato appena una dozzina di anni prima possa essere considerato superato. Alla fine degli anni venti del Novecento, lo stesso Tietze individua nello storicismo – termine che usa grosso modo nella stessa accezione con cui lo usa Popper – l’origine di questa inarrestabile propensione.1

Nel Postscriptum alla sua Storia dell’arte, è sempre Gombrich a far osservare come gli artisti rappresentino ormai, secondo l’opinione di una vasta minoranza, “l’avanguardia del futuro”, tanto che rischierebbe di apparire ridicolo chiunque non dovesse apprezzarli a dovere.2 Questa concezione dell’avanguardia artistica risulta in effetti leggibile come un’ultima conseguenza di quella concezione storicista che, se applicata all’arte, può risultare, come anche Max Weber aveva avvertito, decisamente fuorviante, perché se “l’attività scientifica è inserita nel corso del progresso”, viceversa nessun progresso “si attua nel campo dell’arte”.3

Denys Riout fa tuttavia notare che la logica che presiede alla pittura astratta contemporanea, nella concezione che ne ha per esempio un rappresentativo esponente come Reinhardt, implica almeno un’altra fede oltre a quella storicista, e cioè quella, nata con il decadentismo e l’estetismo, nell’autonomia dell’arte e del suo impianto formale.4

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Radiohead, MINIDISCS [HACKED]

«La settimana scorsa siamo stati hackerati – qualcuno ha rubato l’archivio di minidisk di Thom che risaliva più o meno ai tempi di “Ok Computer” e a quanto pare ha chiesto 150.000 dollari minacciando di diffonderlo». I Radiohead hanno confermato il furto delle registrazioni legate alle session del loro album “Ok Computer” con un post sul loro sito e sui social e hanno deciso di reagire all’accaduto mettendo in download lo stesso materiale sulla piattaforma Bandcamp. Tutti i proventi derivanti dall’acquisto delle registrazioni, ha annunciato la band di Thom Yorke, andranno devoluti al movimento ecologista che si batte contro i cambiamenti climatici Extinction Rebellion.

https://radiohead.bandcamp.com/

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LESSICO ARCIMBOLDIANO

LESSICO ARCIMBOLDIANO

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di Stefano Lanuzza

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Giardiniere del suo Hortus deliciarum rinserrato nella Kunstkammer baluginante di fuochi fatui e staffilata da luci e ombre, Vertumno, malinconico signore della metamorfosi, si circonda di monstra, naturalia, artificialia e mirabilia, di squisiti spettri, di oggetti rari e astrusi, di golem, caravanserragli e chimere… In un estremo inno al capriccio, al mutamento e all’anamorfosi, astuzie dell’intelligenza eccentrica e del sonno che, con i sogni, genera i mostri di natura e cultura, il demiurgo gryllorum sive chimerarum Giuseppe Arcimboldi (1527ca.-1593) raffigura nel nume Vertumno (1591) – titolo del suo ultimo quadro, acme di un’arte come trascrizione metapoetica che emulando la physis ne accresce le suggestioni, tanto che non è più l’arte a imitare la natura bensì questa ad offrirsi a quella – non soltanto un compendioso ritratto di Rodolfo II dalla miniaturale fissità variata coi segni dell’umor nero seguito alla letizia, ma pure se stesso.

Rodolfo-Arcimboldi-Vertumno, opera di gioco e piacere eseguita in tempi di peste e terrore, un volto unheimlich, un’icona-fantoccio dall’increspata fronte di popone tra spighe, graspi e bacche, fichi e ricascanti ciliegie, mela e pesca le guance e occhi d’oliva e gelsa sotto sopracciglia di baccelli, peracoscia per naso e due nocciole con scorza gli imperiali baffi, riccio di castagna il mento, rape, cavoli e cucurbitacee, agli, cipolle e zenzeri, funghi, carciofi e fiori il torso, e un mezzosorriso stranito, inscritto nel vellutato lussureggiare di frutti d’ogni stagione, Rodolfarcimboldi-Vertumnus riflette altresì una fricassea rimestata dalla storica Mostra veneziana del maestro milanese-praghese (Palazzo Grassi, 13 febbraio-31 maggio 1987). Per esempio, dal pinzimonio delle italiche gazzette schizzano articolesse un critico che – scrive –, se fosse direttore d’un grande quotidiano, al corrispondente artistico troppo interessato all’“effetto Arcimboldo” farebbe una fulminante telefonata per sbatterlo immantinente ai servizi di cronaca: ciò, ancora prima dell’apertura della mostra stessa); e un altro, Testori, già pittore michelangiolista e scriba manierosamente kitsch che soffrigge all’inverosimile l’unico suo argomento, “Arcimboldo e arcimbolderia”, con saltabeccanti grilli medioevali e boschiani.

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1915-1918: i fumetti in trincea

1915-1918: i fumetti in trincea

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di Claudio Bertieri

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Quando si stava profilando il centenario del primo conflitto mondiale, un po’ dappertutto sono iniziati ad apparire progetti di mostre, di eventi, rievocazioni, testimonianze, riletture storiche, analisi critiche e via sunteggiando. Molti indubbiamente i testi riuniti assieme, da semplici ricordi personali a più strutturate indagini prospettive, i quali, nel loro insieme, hanno accostato argomenti al massimo disparati. Comunque, recando in ogni caso un utile contributo alla rievocazione di una immane tragedia che l’arte figurativa, il cinematografo, la narrativa, la satira, la cartellonistica, e sicuramente ancora altre forme creative, non hanno ignorato di accostare.

Probabilmente, tra tanto scrivere, parlare, esporre, indagare, un particolare capitolo, senz’altro di variante tensione e mutevole sguardo, non ha goduto di altrettanto interesse. Quindi, di una indagine ampia ed approfondita che ne ponesse in rilievo la non risicata partecipazione al drammatico evento, seppure espressa in maniera contrastante, giacché le atmosfere della sua presenza trapassano -nonostante la diversa nazionalità- dall’acceso entusiasmo alla ferma denuncia, dal patriottismo esaltato alla testimonianza di una realtà amara e sofferta. Per dirlo in stretti termini, dal sorriso che tende ad allentare la tensione al rispetto della verità.

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DEGAS TRA PITTURA E LETTERATURA. Uno studio di Marco Fagioli

Marco Fagioli, L’ultimo Degas. Museo delle Culture, Firenze, Aión, 2017, pp. 245, € 24,00

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di Stefano Lanuzza

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Forse bisognerebbe poter scrivere come un artista figurativo disegna o dipinge e uno scultore sbozza, intaglia, scalpella, plasma o scolpisce… Ci prova Marco Fagioli, critico d’arte con esperienze internazionali e con all’attivo numerosi volumi anche interdisciplinari che spaziano dall’arte orientale a quella occidentale moderna e contemporanea. Altresì, Fagioli è un assiduo studioso di letteratura dedito ai prediletti Benjamin, Céline, Lévi-Strauss o allo scrittore palestinese-americano Edward W. Said.

Una conferma della vocazione comparatistica dell’autore, che coniuga la critica d’arte con quella letteraria, è il suo L’ultimo Degas. Museo delle Culture, Lugano (Firenze, Aión, 2017, pp. 245, € 24,00) dove Edgar Degas (1834-1917) appare, oltre che “completamente estraneo all’Art Nouveau”, come il meno integrato nell’eterogeneo gruppo degli impressionisti (Renoir, Manet, Sisley, Cézanne, Pissarro, Monet: impareggiabile manipolo di precursori di tutta l’arte a loro successiva).

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Il concerto “La Terra dei Ciclopi”. Un’alleanza di blocchi artistici

Foto  di Mirko Tamburello. Da sn, nella foto: Fabrizio Ferracane, Rino Marino, Sade Mangiaracina e Luca Aquino

Foto di Mirko Tamburello. Da sn, nella foto: Fabrizio Ferracane, Rino Marino, Sade Mangiaracina e Luca Aquino

Il concerto “La Terra dei Ciclopi”. Un’alleanza di blocchi artistici. Teatro “Garibaldi” (Mazara del Vallo, 3 Gennaio ’16)

Nnavanti e ‘nnarrè, ‘nnavanti e ‘nnarrè, ‘nnavanti e ‘nnarrè

Rino Marino, Carcere

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di Antonino Contiliano

“La Terra dei Ciclopi”. Un campo di forze artistiche in cui si intrecciano la musica, la fotografia artistica, la video-arte, la poesia e la recita attoriale. Un concerto. Un concerto come modalità espressiva che consente alla “terra” dei Ciclopi – una quasi-ripresa ciclica del pensiero di G. B. Vico sui primi abitatori della terra come “bestioni” dell’indistinto (un sentire-pensare cioè che non separa le due sfere; ciò che non pensa, infatti, abita il pensare anche quando le linee sembrano spezzarsi) – di esprimersi nelle varie forme territorializzanti e deterritorializzanti delle attività estetiche trascinate dalla musica del piano-jazz di Sade Mangiaracina (pianista e compositrice).

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L’indesiderabile identità. Il pennello di Sal.

equilatero_habitus_sal_giampino_giano copiadi Antonino Contiliano

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Il mondo delle immagini delle opere pittoriche, sempre più spesso, oggi si pone come un soggetto che fa domande con il linguaggio che ha in proprio e autonomo, limitando con ciò il vecchio ruolo della discorsività linguistica come il modello da imitare (la poetica della mimesis) e cui subordinarsi. Le immagini pittoriche si pongono così di fronte e impegnano gli autori (artisti o poeti) in un rapporto d’inter-azione collaborativa attraverso un utilizzo dei media impiegati; il medium che modalizza il mettersi-in-forma del fare, del vedere, del dire e del mostrare, guardare e leggere le immagini e il mondo che vi si rappresentano con il linguaggio non verbale. Si tratta di un altro punto di vista, una lettura fenomenologica diversa (in genere) da quella che dicotomizza attività e passività, esibizione e significato o sensibilità e pensiero-azione. È il punto di vista di chi pone, invece, la “configurazione” delle forme nella prospettiva di un percepito che non rimane muto, o specchio che riflette solamente senza vedere e senza dire/suggerire quale modello e stile sono in corso d’opera. La con-figurazione, qui, infatti, è forma che, rinviando alla condensazione concettuale che vuole rendersi visibilità tra determinazione e indeterminazione, produce l’immagine stessa quanto la dimensione iconologica della parola che l’accosta facendosi interpretazione, per leggervi l’“immaginità” (J. Rancière, Il destino delle immagini, 2007) del visibile-percepito o del suo “percetto” (deleuzianamente la costellazione dei percetti e degli affetti di cui quel mondo è portatore). Visibile non è solo quello che si vede; in ogni quadro e le sue immagini c’è anche un’altra pensabilità-visibilità con-figurante che il pensiero incrocia tramite il linguaggio stesso dell’immagine e il discorso linguistico fino ai limiti di un’astrazione non incorporabile o al vuoto stesso come esperienza del non visto e del non dicibile. Loro hanno così una memoria e una struttura che – come ripropone la svolta dell’iconic turn, i visual studies, o la variazione della ri-presa “morfologica” goethiana (Cfr. Olaf Breidbac/Federico Vercellone, Pensare per immagini, 2010) – non si lascia ridurre al consumo solo soggettivo o a indebite cristallizzazioni di sostanze oggettivate separate e naturalizzate, destoricizzate e decontestualizzate, quanto a una pura e semplice stereotipia imitativa.

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L’istante congelato. L’inquietudine nelle grafiche di Giacomo Cuttone

2012, Il canto del cigno, china, 33x48di Giuseppe Alletto

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Forme che si aggrovigliano e si fondono, linee che muoiono e rinascono l’una dall’altra in un abbraccio convulso e febbrile

Ecco la grammatica visiva di Giacomo Cuttone.

Nelle sue grafiche l’artista di Mazara del Vallo mostra allo spettatore una sorta di metamorfosi incessante di oggetti e corpi, che ricorda le opere su carta di Endre Roszda e, più in generale, degli artisti del Surrealismo storico. In una sorta di costante tentativo di “congelare” gli elementi della realtà, di sottrarli alla dimensione temporale, egli si impegna a restituire, in un’immagine fissa, un istante della loro esistenza. Cuttone sembra, infatti, voler trarre fuori dal supporto i propri soggetti, quasi a liberarli dalla precarietà del loro essere. L’artista “scolpisce” le sue figure per mezzo di un accostamento di piani, a loro volta costituiti da linee disposte a formare pattern molto coerenti. Linee, piani, superfici compiono il miracolo della piena plasticità in quello spazio che sembra adatto soltanto a figure piatte, a ombre, a simulacri senza alcuna consistenza: lo spazio bianco del foglio.

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Marlene Dumas – L’immagine come fardello

Marlene DUMAS    Pour qui sonne le glas    2008   huile sur toile    100x90

Marlene DUMAS Pour qui sonne le glas 2008 huile sur toile 100×90

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di Andrea B. Nardi

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Marlene Dumas è uno di quei rari artisti contemporanei in grado d’emozionare sia lo smaliziato conoscitore dei linguaggi moderni, sia il neofita digiuno d’ogni altra espressività posteriore, mettiamo, tanto per cambiare, agli impressionisti.

Nata in Sud Africa nel 1953, ma europea – olandese – d’adozione, questa pittrice è in attività da oltre quarant’anni, eppure le sue opere non hanno mai smesso di, e continuano tutt’ora a, incarnare sorprendentemente lo spirito della nostra epoca. The image as Burden è giusto il titolo della mostra retrospettiva a lei dedicata dalla Fondazione Beyeler – vera garanzia nell’attività espositiva d’alta qualità – a Riehen/Basel dal 30 maggio a metà settembre di quest’anno, curata da Samuel Keller.

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“Ricordami per sempre”, fotografie di Marco Signorini, testi di Giulio Mozzi. Museo Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo (MI): 23 ottobre 2011 – 18 marzo 2012

Ricordami per sempre, fotografie di Marco Signorini, testi di Giulio Mozzi. Museo Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (MI): 23 ottobre 2011 – 18 marzo 2012

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di Francesco Sasso

Quando si parla di museo si corre il duplice rischio, contrapposto, di pensare ad un luogo in cui sono raccolte creazioni artistiche consacrate dalla critica, dall’altro ad uno spazio espositivo in cui sono conservati reperti archeologici. Di fatto, il museo è anche luogo per eccellenza dove esporre gli esiti espressivi di un dato periodo preso in esame. È quindi con interesse che ai primi di dicembre ho visitato il Museo Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (MI). Qui mi sono imbattuto nella mostra dedicata ai fotoromanzi. Come recita la locandina:

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IL TERZO SGUARDO n.36: VISIONS OF GERARDO. Il tratto, il colore, il segno

VISIONS OF GERARDO. Il tratto, il colore, il segno

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di Giuseppe Panella*

Visioni di Gerard è il titolo di uno dei più bei romanzi autobiografici (ma, in fondo, lo erano tutti) di Jack Kerouac in cui raccontava la sua vita a Lowell, Massachussets, durante la sua adolescenza e il suo rapporto con il fratellino Gerard cui era molto attaccato). Il paesaggio descritto in Visions of Gerard è sempre freddo, grigio, nevoso, rallegrato solo a sprazzi da qualche raggio di sole primaverile e sempre ostile tanto da costringere spesso ad un’esistenza di tipo claustrofobico e nevroticamente isolato.

Ben diversi sono i paesaggi che arricchiscono le tele di Gerardo Rodriguez Quiros, un artista la cui solarità e volontà di magnificenza coloristica non possono certo essere messe in discussione. Ma non si tratta, tuttavia, qui soltanto di un’emergenza direi tattile di un’espressione coloristica che permea e attraversa la tela quanto di un recupero della capacità di disegnare attraverso il colore, di rendere cioè il colore l’elemento fondamentale (e determinante) nell’elaborazione del tratto.

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Passaggi tra le righe caravaggesche di Mario Lunetta

di Antonino Contiliano

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Più il corpo è potente più la mente è libera.
Spinoza
Grande è il disordine sotto il cielo,
ma la situazione è ottima.
Mao

Leggere Invasione di campo. Proposte, rifiuti, utopie (Lithos, Roma 2002), e Depistaggi /fra critica e teoria (Onyx Editrice, Roma 2010) di Mario Lunetta – poligrafo lo dice Francesco Muzzioli che cura una nota a “Invasione di campo” – è come trovarsi, compagno “alieno”, davanti la devastante bellezza delle opere di Caravaggio: gli squarci lasciati dall’ascia della dialettica dello scontro tra luce ed ombra, i taglienti cromatici (variamente graduati e incrociati) che fanno terra bruciata, giustamente, di ogni camuffamento sublimante dei corpi offesi, quasi ai crocicchi dell’ingiuria, con tutto il peso e lo spessore della verità nuda della loro umana e terrena materialità.

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IL TERZO SGUARDO n.31: La bellezza alla rovescia. Le piazze d’Italia di Stefano Bottini

Milano riflesso su semisfera, di Stefano Bottini

La bellezza alla rovescia. Le piazze d’Italia di Stefano Bottini

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di Giuseppe Panella*

 

«…l’occhio non può vedere se stesso che per riflesso, per mezzo di qualche altra cosa»
(William Shakespeare, Giulio Cesare, atto I, scena II)

1. A partire da un film di Stanley Kubrick

 

In una delle più straordinarie sequenze di 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick (1968) [1], quella cioè che dovrebbe mostrare la vita quotidiana come viene vissuta nello spazio sia nella sua semplicità di gesti e di modi che nella sua ripetizione di momenti che dovrebbero essere simili ad essi anche nella loro dimensione terrestre, si vede una hostess della Compagnia interplanetaria di viaggi entrare in una cabina popolata di passeggeri per portare ad uno di essi una bevanda che gli è stata richiesta. Si tratta, quindi, di un gesto apparentemente del tutto banale, di una vicenda che non dovrebbe essere degna di indugi e di presentazioni. Ma quello che accade nella sequenza è del tutto sbalorditivo agli occhi di un uomo che vive ancora nella gravità terrestre: la hostess, entrando nella cabina dei passeggeri, fa un giro completo su stessa, bottiglia e bicchiere la seguono nella sua traiettoria e, alla fine di esso, la donna giunge vicino al viaggiatore per porgergli ciò che gli è stato richiesto predentemente come consumazione.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.65: La necessità di non dimenticare. “Mai più”, di Mariagrazia Carraroli e Luciano Ricci

La necessità di non dimenticare. Mai più, testo poetico di Mariagrazia Carraroli, fotoelaborazioni di Luciano Ricci, prefazioni di Franco Manescalchi e Carmelo Mezzasalma, postfazione di Fernanda Caprilli, Firenze, Florence Art Edizioni, 2008

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di Giuseppe Panella*

Il 12 agosto del 1944, a Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, quattro reparti della 16ª divisione volontari delle Waffen SS di fanteria corazzata (o Panzergrenadier) Reichsführer massacrarono, senza nessun apparente motivo dato che le azioni partigiane in quel settore non erano mai state tali da far invocare il diritto di rappresaglia, cinquecentosessanta vittime innocenti, in maggior parte bambini e anziani (una di esse, la più piccola, Anna Pardini, aveva solo venti giorni).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.48: Lo specchio e la speranza. Mihaela Cernitu – Aurora Speranza Cernitu – Giovanna Ugolini – Liliana Ugolini, “La pasta con l’anima”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo specchio e la speranza. Mihaela Cernitu – Aurora Speranza Cernitu – Giovanna Ugolini – Liliana Ugolini, La pasta con l’anima, Firenze, Novecento Poesia, 2010


Scrive Stefano Lanuzza in una sua simpatica nota (La pasta e l’amore…con la Mezzaluna, lo Specchio, l’Unicorno e l’Ombra) che precede i testi e le opere pittoriche raccolte in questo quaderno di Novecento Poesia:

«Vermicelli maccheroni garganelli, fusilli ravioli fettuccine, cappelletti bucatini paccheri, gnocchi agnolotti lasagne, trenette tagliolini linguine, pappardelle penne fettuccine…, tutta pasta: lunga, corta, liscia o rigata; e non la cucini che per amore… Allora, quanto amore e quanti fili di pasta nelle tempere su tela di Giovanna Ugolini… Fili, cui pericolosamente s’appendono dei cuochi-clown, tesi come funi ascendenti verso una mezzaluna orientale e un cielo affollato di voli, nuvole, un pallone aerostatico e un aquilone. Ecco poi, sorta di romantica circense, la fanciulla in rosso che, seduta a un tavolo con dei piatti pieni di spaghetti dinanzi a una finestra aperta sulla primavera, sembra cullare la sua luna-bambina. […] O perché non t’attacchi anche tu a quegli altri fili di pasta? Sono liane, ondeggianti altalene, cedevoli corde, forse righe d’un trepidante calepino di versi… sono proprio le poesie di Liliana Ugolini. Lei, dolce buona gentile, le sperimenta come approntando, con tutto l’amore, “una ciotola della minestra”. Tuttavia l’amore è anche narcisistica autocontemplazione in uno specchio a volte luminoso e terso, altre volte opaco e adunco dove – scrive Liliana – balla danze selvagge una beffarda, ingovernabile marionetta fatta di luce e ombra; e sostenuta da “fili appesi alla luna”» (p. 5).

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Raymond B. Waddington, “Il satiro di Aretino. Sessualità, satira e proiezione di sé nell’arte e nella letteratura del XVI secolo”

di Francesco Sasso

Mentre in molti centri italiani del Cinquecento la tradizione umanistica si evolve nelle forme auliche del classicismo, Venezia diventa un importante centro editoriale e rappresenta spesso il rifugio di quanti desiderano dedicarsi ad un’attività culturale libera dal potere politico e religioso. L’impulso, dunque, che proprio Venezia diede alla diffusione del volgare letterario con l’edizione di Dante e del Petrarca, grazie all’editore Aldo Manuzio con la collaborazione di Pietro Bembo, e la diffusione delle opere dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam furono tappe fondamentali per la cultura italiana del Cinquecento.

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IL TERZO SGUARDO n.8: Sottratto all’oblio. Mirko Grasso, “Cinema primo amore. Storia del regista Antonio Marchi”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Sottratto all’oblio. Mirko Grasso, Cinema primo amore. Storia del regista Antonio Marchi, con una prefazione di Adriano Aprà, una nota critica di Paolo Simoni e un ricordo di Bernardo Bertolucci, Calimera (Lecce),  Kurumuny Editore, 2010

«Elegante e misterioso. Così mi appariva Antonio Marchi da bambino. Capitava a pranzo da noi di domenica, nella luce marina degli anni Cinquanta. Sono stato geloso di lui. Pensavo piacesse a mia madre. A tredici anni volevo picchiarlo. Fu la mia prima pulsione erotica cinematografica. Se sono diventato regista di film è stato per imitare Antonio Marchi» (p. 7).

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IL TERZO SGUARDO n.5: Le rappresentazioni di Narciso. Marco Fulvi, “Il tempo di Narciso”, una mostra di pittura presso il Museo di San Francesco a Greve in Chianti, dal 22 maggio al 6 giugno 2010

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Le rappresentazioni di Narciso. Marco Fulvi, Il tempo di Narciso, una mostra di pittura presso il Museo di San Francesco a Greve in Chianti, dal 22 maggio al 6 giugno 2010

Narciso è “il vero scopritore della pittura” – scrive Leon Battista Alberti nel suo De Pictura che è del 1436. Per il grande umanista vissuto nell’epoca della Firenze dei Medici, il giovane bellissimo e dal corpo scultoreo ambito dalle ninfe non scopre tanto (o soltanto) la perfetta imitazione della sua immagine fino ad innamorarsi perdutamente di essa quanto perché riconosce se stesso in quanto immagine ed è questo a distruggerlo come essere vivente. Attraverso la conoscenza di sé come rappresentazione e quindi ombra, Narciso cessa di essere creatura vivente e sprofonda nel regno delle ombre, dei sogni, delle immagini riflesse in uno specchio che, tuttavia, gli rimanda indietro una forma inesatta di ciò che è in realtà.

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IL TERZO SGUARDO n.1: Il Bardo sullo schermo. Stefano Socci, “Shakespeare fra teatro e cinema”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Il Bardo sullo schermo. Stefano Socci, Shakespeare fra teatro e cinema, Firenze, Le Lettere, 2009

L’argomento è, ovviamente, sterminato. Sullo stesso tema trattato nel libro di Socci, mutatis mutandis, c’erano già stati almeno tre libri che si volevano significativi: Shakespeare e il cinema, a cura di Sergio Toffetti e Roberto Vaccino, pubblicato dall’ AIACE e dall’Assessorato per la Cultura della città di Torino nel 1979, il volume collettivo Shakespeare al cinema, a cura di Isabella Imperiali e Americo Sbardella, Roma, Bulzoni, 1985, Ombre che camminano – Shakespeare nel cinema, a cura di Emanuela Martini, Torino, Lindau, 1998 e inoltre un saggio molto importante di Guido Fink intitolato “Shakespeare sullo schermo: “un simile oggetto non esiste” (in Mettere in scena Shakespeare, a cura di Alessandro Serpieri e Keir Elam, Parma, Pratiche, 1987).

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STORIA CONTEMPORANEA n.23: Fotografia come narrazione. Stefano Bottini

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Fotografia come narrazione. Stefano Bottini, Riflessioni illuminate (foto mai viste), Perugia, Percorsi d’Arte, 2008; Luce e riflesso. Un altro mondo tutto da scoprire, Perugia, Percorsi d’Arte, 2007; Scarzuola. Il sogno alchemico di Tomaso Buzzi, Perugia, Percorsi d’Arte, 2007.

A parte i soliti Leonardo da Vinci, Gerolamo Cardano, Giambattista Della Porta (e Giacomo Battista Beccaria che si firma latinamente il Beccarius  e che scopre l’azione del nitrato d’argento sulla luce nel 1757), l’inventore della fotografia è probabilmente Joseph-Nicéphore Niepce che nel 1822 (circa) fotografa una Tavola apparecchiata. E’ una fotografia che vista oggi sembra più un quadro o un’acquaforte che una vera e propria riproduzione di un’immagine reale. Ma è Louis-Jacques-Mandé Daguerre a risultare più noto di lui grazie alla macchina che ha costruito e che ha battezzato dagherrotipo. Il 7 gennaio 1839, il fisico e astronomo François Arago annuncia all’Accademia delle Scienze francesi la nascita della nuova invenzione con queste parole:

«Il signor Daguerre ha scoperto schermi speciali sui quali l’immagine ottica lascia un’impronta perfetta, schermi dove tutto quello che l’immagine conteneva viene riprodotto nei più minuti particolari con esattezza e finezza incomparabili»(1).

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“EVA E ADAMO” di Marinella Galletti. SCEMPIATI TASSELLI DI UN UNIVERSO IN COSTRUZIONE di Alfonso Lentini

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di Alfonso Lentini

Mi scrivi: “La terra che attraversiamo è in parte raccolta negli specchi della nostra casa. Noi siamo questi specchi, che vanno consumandosi nel viaggio intrapreso. Siamo la loro lucentezza e il loro lento offuscamento”.

(Flavio Ermini, Il moto apparente del sole)

 

Tagliando idealmente a metà in senso verticale il corpo di un essere umano, notiamo che (in base a quella che viene comunemente definita “simmetria bilaterale”) esso è formato di due parti specularmente identiche.

C’è dunque nel corpo (e forse anche nella natura) degli umani una sottile armatura specchiante, inesauribile fonte di mille diramazioni mitologiche, iconologiche, religiose, filosofiche, fra cui spicca un’allusione al mito dell’Ermafrodito, cioè alla coesistenza del due nell’uno; e alle due nature, femminile e maschile, che solo se fuse insieme conducono a una qualche completezza, per quanto problematica. C’è nei corpi (e forse nella natura umana) questo taglio verticale, questa ferita primigenia: un’interfaccia speculare che ognuno porta celata dentro di sé. Una cerniera che separa, si direbbe. Ma anche una tessitura che “rispecchia” e per questo tende a gettare ponti, riannodare. Come quella dell’orizzonte, è una linea che distacca ma nello stesso tempo congiunge terra e cielo.

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De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio

Il presente fascicolo è frutto secondario di un lavoro commissionatomi da una pittrice. Dovevamo presentare un progetto teatrale/pittorico. Almeno per adesso non posso pubblicare su Retroguardia il lavoro finale, ma ho deciso ugualmente di riunire le immagini tratte da De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio (1521 – 1601), frutto di una breve ricerca in rete sul costume del cinquecento, e di farne un pdf.

Tuttavia, ad essere onesti, il fascicolo è un semplice collage di immagini recuperate dalla rete. Nulla di importante. Il mio solo desiderio è di stimolare la curiosità di quei lettori che non conoscono Cesare Vecellio.

Per concludere, credo che esistano un paio di edizioni recenti di De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo. 

 Clicca [QUI]  o sull’icona a sinistra per scaricare il pdf ( 5,31 MB) su Cesare Vecellio

f.s.