Rossano Astremo, “Con gli occhi al cielo aspetto la neve. Antonio Verri. La vita e le opere”

Rossano Astremo, Con gli occhi al cielo aspetto la neveRossano Astremo, Con gli occhi al cielo aspetto la neve. Antonio Verri. La vita e le opere, Manni, 2013, pp.116, € 13,00

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di Francesco Sasso

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Antonio Verri, nato nel 1949 e scomparso il 9 maggio 1993 in un incidente stradale, ha vissuto gran parte della sua vita a Caprarica di Lecce. Poeta e romanziere fra i più intelligenti e solerti animatori culturali del salento, caratterizzò la sua opera poetica come testimonianza di appassionato impegno linguistico pervenendo ad esiti di forte originalità artistica.

Il suo esordio di poeta è documentato dalla raccolta Il pane sotto la neve (Pensionante de’ Saraceni 1983), seguito poi da Il fabbricante di armonia: Antonio Galateo (Erreci edizioni 1985) e La Betissa (SudPuglia – Banca Popolare Pugliese 1987). Dopo la lunga parentesi quasi tutta lirica, Verri tenta la strada del romanzo sperimentale con l’ambizioso progetto di chiudere il mondo dentro un libro, ovvero scrivere un romanzo con dentro tutte le parole del mondo. Pubblica così I trofei della città di Guisnes (Il Laboratorio 1988), Il naviglio innocente (Erreci edizioni, 1990) e infine, uscito postumo, Bucherer l’orologiaio (SudPuglia – Banca Popolare Pugliese, 1995).

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“101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita” di Rossano Astremo

[Inventario estivo è una rubrica per l’estate in cui recensisco  alcuni libri “speciali” pubblicati nel 2009. f.s.) ]

101 cose da fare in Puglia

Inventario estivo #3

di Francesco Sasso

La Puglia è una regione dalle innumerevoli bellezze, con testimonianza di civiltà artistiche di gran rilievo, spesso poco conosciute dagli stessi pugliesi. La Puglia è una terra in grado di offrire, anche nei suoi angoli più remoti o degradati, qualcosa da scoprire. Non sempre, però, una classica guida turistica riesce a raccontare bene questa terra. Non è così con 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita (Newton Compton editore 2009), volume da pochi giorni in libreria, guida sentimentale scritta dal poeta e giornalista Rossano Astremo.

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Jack Kerouac. Il violentatore della prosa di Rossano Astremo

Jack Kerouac. Il violentatore della prosa, biografia letteraria pubblicata dalla Libreria Icaro Editore sull’autore del libro cult On the road, scritta da Rossano Astremo, cultore e studioso del movimento beat. Scrittura sperimentale, totale, rivoluzionaria, “Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità”. Queste parole sono di Henry Miller, padre indiscusso di quella generazione che negli anni Cinquanta ha determinato la messa in discussione del militarismo, del denaro, dell’ideologia del successo, di tutti quei temi centrali della ribellione giovanile del secondo Novecento. La Beat Generation di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Neal Cassady, William Burroughs, però, non è stata solamente uno dei miti più affascinati dell’America contemporanea. Il saggio di Rossano Astremo, infatti, ricostruisce le tappe più importanti dell’esperienza scritturale di Jack Kerouac, capostipite del movimento beat, attraverso l’analisi non solo della sua vita, ma soprattutto della sua poetica, con un occhio di riguardo per “I sotterranei”, romanzo scritto in soli tre giorni che più d’ogni altro esemplifica il modo di scrivere dell’autore americano. “Kerouac parte da un abbozzo, da un’idea centrale, per poi lasciarsi andare, per poi scrivere sino allo sfinimento, seguendo le leggi dell’orgasmo, senza coscienza, tirando fuori quello che abbiamo di più nascosto, di più intimo e carnale, che una scrittura cosciente e razionale non potrebbe creare, ma solo censurare, obliare, cancellare”. Un viaggio, quindi, che passa attraverso la sua vita, la sua poetica, la sua scrittura, nell’intento di illustrare l’originalità e la tipicità dell’esperienza letteraria del Proust d’America.

[Rossano Astremo, Jack Kerouac. il violentatore della prosa, Libreria Icaro editore, pagine 100, €10 ]

f.s.

Il senso di morte e d’amore ne “L’incanto delle macerie” di Rossano Astremo.

Il senso di morte e d’amore ne L’incanto delle macerie di Rossano Astremo.

di Francesco Sasso

L’incanto delle macerie, questo volumetto di poco più di settanta pagine, edito da Libreria Icaro Editore, si configura, a mio parere, come un poema narrativo/esistenziale dall’andatura magmatica.

Ora, eviterò di esprimermi attraverso gli strumenti della critica, ma cercherò, altresì, di trasmettere il mio sentimento di lettore de L’incanto delle macerie. A tal proposito, ricordo ciò che scrive l’autore in una poesia (o stanza) della raccolta:

Non è poesia ciò che scrivo, / ma resa disarmante al vulcano-parola, / putrida mistura che stratifica l’eccesso.

L’incanto delle macerie rappresenta, nella sua vorticosa oscurità, un’agonia individuale che anela a modellare un po’ la virulenza della vita. Esso è il racconto di una vita sospesa tra le radiazioni della tv e le banali posture quotidiane, tra deserto e inferno. In breve, è l’angoscia quotidiana e tragica della morte.

Il mito della morte, Astremo, se l’è formato all’ombra del barocco, n’è come bagnato, intriso di nera luce meridionale, senza scampo: “ sono cancrena che non posso curare”.

Questo tempo di morte che il poeta lascia scorrere fra penombra e oscurità si riflette nella sintassi, nel lessico che s’incarna sui sensi tormentanti e inorriditi: “taglio cerebrale di concetti / arditi e arguzie del linguaggio”

Ne L’incanto delle macerie il verso incalza il lettore attraverso accumulazioni d’immagini compatte e allo stesso tempo fragili come “sangue raggrumato si adagia/ su sabbie di terre che non respiro”. Figure crude; forme in tensione nervosa; apparenze ghermite, distorte e poi perdute nei meandri della mente del poeta, dentro itinerari cancellati dalla furia del dolore che solo l’amore carnale (e non) può, per un breve intervallo, lenire:

“Insieme per non strapparsi, per non / scucirsi, per credere nella vita che brilla, / per non morire rinchiuso in questa strada.”

Tuttavia, oltre il momento di sospensione amorosa, c’è la prigione del corpo, la vuota e allucinante vita:

“Solo il nulla può consolarmi. / E’ che non posso fuggire da questa / gabbia di corpo-cadavere.”

La stessa vita degradata e mediata dalla tv, la quale non cessa mai di trasmettere violenza, guerra, sgomento psicologico, attentati, orrore, assassinio.

A questo punto, voglio però abbandonare l’istinto del lettore, per concludere con una piccola nota critica. A mio parere, alcune “stanze” (o poesie) e alcuni versi, in verità pochi, cadono nell’artificiale, nel forzato. Ma sono piccoli cedimenti. Nel complesso, l’opera di Astremo mi è piaciuta.

f.s.