I LIBRI DEGLI ALTRI n.40: Parabole di viaggio. Paolo Carlucci, “Strade di versi”

Paolo Carlucci, Strade di versiParabole di viaggio. Paolo Carlucci, Strade di versi, Roma, L’aura di Roma Edizioni, 2011

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di Giuseppe Panella

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Scrive Eugenio Ragni nel suo lungo saggio introduttivo a questa nuova raccolta di poesie di Paolo Carlucci, provando a racchiudere in una frase il senso riposto e profondo della sua proposta :

«Antico e moderno sono compresenze in parallelo o, altre volte, contrapposte quel tanto che basta per connotare il trascorrere del tempo, ma quasi mai per confronti moraleggianti, anche dove gli accenti si fanno più caustici : la tipologia urbana mutata e i modus vivendi fatalmente diversi dall’oggi non suscitano infatti le abusate modulazioni di gemebonda nostalgia care a tanta rimeria dilettantesca, ma costituiscono la base per disegnare una suggestiva immagine in diacronia della città, dove la coesistenza di passato e presente – anzi, di un “antico presente” – compone l’originale, suggestiva fisionomia atemporale di un agglomerato urbano assolutamente unico ; cui Carlucci aggiunge di volta in volta coloriture ora bistrate d’amarezza, ora elegiacamente pastello, ora espressionisticamente graffianti : Rovine / il rumore del Tempo in città / Riaffiorano antichi / sepolcreti in periferia / il sonno dell’eternità. Tra le case grigie, infinite / i dormitori della Modernità»[1].

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.73: Le colline del ricordo. Paolo Carlucci, “Dicono i tuoi pettini di luce. Canti di Tuscia”

Le colline del ricordo. Paolo Carlucci, Dicono i tuoi pettini di luce. Canti di Tuscia, Roma, Edilazio, 2010

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di Giuseppe Panella*


«SAN PIETRO A TUSCANIA. Lento m’accosto al tuo occhio / di luce / che spazia l’infinito. // Dicono i tuoi pettini di luce, / vento d’arte di vetro, / il saluto commosso e fedele / dell’Apostolo al Signore d’estate, / al plenilunio / tra macchine in sosta» (p. 23).

 

I” pettini” di luce della chiesa sono l’aura che la poesia contribuisce a circonvondere alla sua bellezza strepitosa. Scrive Emerico Giachery nella sua ampia e compatta Prefazione al libro di poesie di Carlucci che “la Tuscia ha dunque trovato il suo poeta” e che inoltre:

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