STORIA CONTEMPORANEA n.40: Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, “La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea”; Paolo Saggese, “Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi)”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

  

Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea, Roma, Edizioni Cofine, 2009; Paolo Saggese, Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi), volume I, Avellino, Elio Sellino Editore, 2009

La tradizione della poesia dialettale è larga parte della dimensione nativa della letteratura italiana. Fin dalle origini e addirittura fino dalla costruzione di un volgare autorevole e rappresentativo delle potenzialità di scrittura della lirica nell’ambito della cerchia dei maggiori poeti italiani, il dialetto ha avuto una notevole e decisiva modalità di potenziamento della lingua che quegli autori esprimevano. Il dialetto ha accompagnato, di conseguenza, con una modalità coassiale di riferimento tra i due aspetti lirico-compositivi, lo sviluppo e il potenziamento della poesia in lingua volgare e ha mantenuto questa sua dimensione creativa anche quando si è giunti alla ri-composizione di un linguaggio della koiné valido per la maggior parte delle esperienze di scrittura della letteratura nazionale. La lirica dialettale è vissuta, in momenti assai importanti della crescita della cultura letteraria italiana, in una dimensione parallela alla scrittura in lingua. In molti casi ne ha sopravanzato l’evoluzione (sono certo emblematici, al riguardo, i casi di Porta, Belli e altri poeti ottocenteschi come pure quelli primo-novecenteschi di Pascarella o Trilussa o quelli del secondo Novecento di Pasolini, Franco Loi e Franco Scataglini) e a tutt’oggi segue di pari passo l’evoluzione della poesia lirica più tradizionalmente intesa (anche nella sua pratica sperimentale)

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LE METAMORFOSI E I MITI. Indagine su Pietro Civitareale. Saggio di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella 

 

1. Il perimetro del soggetto possibile

 

«Virbio. […] La colpa è mia, credo. Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.

 Diana.  Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.

 Virbio.  Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice»

(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò)

 

 

Anche il poeta – qualsiasi poeta, forse – chiede alla sua poesia di riuscire a vivere e a durare, anche a costo di rinunciare alla felicità. La sua richiesta riguarda la capacità di capire attraverso la scrittura poetica quale sia il suo posto nel mondo e quale perimetro esso ritagli nell’economia dell’essere e del trovarsi in esso. Nella maggior parte dei casi, quel perimetro coincide con la crescita della propria soggettività in esso e attraverso esso, alla ricerca del salto di qualità che gli permetta di bruciarlo. 

Pietro Civitareale è uomo schivo ma non umbratile. Seguita da tempo il proprio lavoro di poeta senza concedersi tregua ma anche senza eccedere in un inutile presenzialismo o in quello squallido sgomitamento senza risparmio che spesso contraddistingue anche molti poeti laureati.

Più noto ormai come poeta in dialetto abruzzese (e come studioso e catalogatore degli exploits lirici in questa lingua esatta ma resa marginale dalla grande omologazione in atto ad opera dell’italiano televisivo), Civitareale è anche robusto e definitivo poeta in lingua.

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