I LIBRI DEGLI ALTRI n.23: Lezioni di libertà, esperienze di fuga. Vittorio Curtoni, “Dove stiamo volando”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALezioni di libertà, esperienze di fuga. Vittorio Curtoni, Dove stiamo volando, postfazione di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori, 2012

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di Giuseppe Panella

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La produzione letteraria lasciata in eredità ai suoi lettori da Vittorio Curtoni risulta piuttosto esigua se paragonata a quella, molto ampia e di eccellente qualità, accumulata negli anni grazie al suo lavoro di traduttore, di redattore, di direttore di collana per le case editrici (La Tribuna di Piacenza, Armenia e Sperling & Kupfer di Milano) di cui è stato per lunghi anni l’animatore. Si riduce, tutto sommato, a un romanzo di media misura[1], a quattro brevi raccolte di racconti[2], a un saggio di ricerca e ricostruzione storiografica[3] e a un esile libretto che raggruppa i suoi elzeviri (con qualche incursione narrativa) pubblicati sul quotidiano “La Libertà” della sua città natale, Piacenza (il luogo in cui ha trascorso tutta la sua vita di intellettuale e di uomo[4].

Se si eccettuano alcuni racconti di nitida espressività (come, ad esempio, il più classico “La sindrome lunare” o il complesso tentativo di psicoterapia letteraria compressa in “Luce”), la narrazione pubblicata nel 1972 costituisce il suo lascito letterario più significativo. E anche se si tratta di un romanzo un po’ datato nei temi e nelle ossessioni che espone e che esplora, si tratta pur sempre di un testo narrativo di straordinaria forza espressiva proprio grazie alla ricerca formale che Curtoni ha condotto in esso e, soprattutto, attraverso di esso.

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana(4):”quel che ne dice Curtoni (e forse anche Galvano Della Volpe)” di Giuseppe Panella

[Quarta parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. f.s. ]

 

 di Giuseppe Panella

 

c) quel che ne dice Curtoni (e forse anche Galvano Della Volpe)

 

Nella Premessa dell’Autore che apre Le frontiere dell’ignoto e che necessariamente segue l’Introduzione di Carlo Pagetti (e anche su quest’ultima bisognerà ritornare per approfondire il discorso), Curtoni scrive:

 

«Riordinando e aggiornando la mia tesi di laurea per la pubblicazione, mi sono accorto di una curiosa dicotomia che percorre senza tregua queste pagine. Da una parte c’è il desiderio di meditare razionalmente  sulla fantascienza, mettendone in luce limiti e difetti (è questo il motivo conduttore, mi sembra, di tutto il primo capitolo) ; dall’altra ci sono i quasi vent’anni di frequentazione di testi fantascientifici, le passioni, gli amori, gli impulsi emotivi che mi impediscono sovente il necessario distacco dalla materia ; nonché la fondamentale importanza che la science-fiction ha avuto nella mia vita d’uomo e di professionista. Siamo onesti, però : non ho finora rintracciato un solo saggio che sia opera di un “addetto ai lavori” e che mostri la tanto bramata obiettività del critico estraneo ai fatti. In particolare, se mi è concessa l’illustre citazione, vorrei richiamare all’attenzione del lettore di Damon Knight di In Search of Wonder, il quale proclama di voler analizzare la fantascienza al lume degli strumenti consoni ad un esegeta di letteratura e poi s’abbandona, in un miliardo d’occasioni, ad affermazioni su cui ci sarebbe molto da discutere. E lo stesso vale per Pgetti, per Aldani, per Amis, per Aldiss, per Sadoul ; per tutti, insomma» (23).

 

Il che è ovviamente vero e un evento dolorosamente (si fa per dire!) costante nella storia della critica letteraria – anche se espulsa con vigore dalla porta dell’oggettività, la soggettività rientra dalla finestra della polemica e si insedia trionfalmente nel salotto buono della discussione ermeneutica. Allo stesso modo, ovviamente (e come ha scritto) Curtoni non nasconde le proprie preferenze e lo fa privilegiando una SF più “adulta” e critica nei confronti del “suo” presente ma non si nasconde neppure (correttamente) la necessità di dover andare oltre i contenuti della narrativa di anticipazione e di dover provare a individuare dei criteri formali per poter dare dei giudizi più sicuri e meno basati sulle preferenze personali.

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (3):”la prospettiva (mancata) di Franco Ferrini” di Giuseppe Panella

[Terza parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda partef.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

b) la prospettiva (mancata) di Franco Ferrini

 

Dopo questa necessaria riflessione sulla proposta ermeneutica di Aldani (una delle prime di tale ampiezza ad essere stata prodotta in Italia), il cammino successivo potrà (fortunatamente per i miei “venticinque lettori ” di manzoniana memoria e ascendenza!) essere assai più rapido e spiccio.

Nel suo libro su Le frontiere dell’ignoto, Curtoni  concede un certo spazio – come si è già detto – alle riflessioni generali sull’argomento-fantascienza a Franco Ferrini, allora giovane critico cinematografico rampante. Nel suo libro di sintesi, quest’ultimo, polemizzando con le troppo frequenti soluzioni escapiste (o mistico-trascendenti), adottate dalla fantascienza (di solito) anglosassone, scrive che in casi del genere (a suo avviso sempre più frequenti):

 

«Viene meno, allora, ogni possibilità di autorealizzazione e di sviluppo autonomo del soggetto umano e della società […] La meccanicità del processo, visto come un sistema chiuso e strutturato deterministicamente, priva il soggetto umano di qualsiasi possibilità di intervento e di modificazione della realtà e delle proprie condizioni materiali di esistenza ; lo sottomette ad un sistema di leggi rigidissime, di dati, di fattori incontrovertibili, che egli non può nemmeno intaccare […] Il soggetto umano diventa mero spettatore. […] L’uomo è ormai una cosa tra le cose. La dialettica è stata ribaltata nelle cose. Ma quando si afferma l’esistenza di un corso oggettivo e l’ineluttabilità di un certo processo di sviluppo, si esclude anche ogni possibilità concreta di critica e di contestazione. La dialettica è una falsa dialettica. […] L’insistenza su un ordine immutabile dell’universo, in cui è implicita una visione statica della storia, relega il soggetto umano nella condizione di un’eterna infanzia così nella comunità come nella natura» (20).

 

Ferrini, di conseguenza, accusa la fantascienza di attuare un vero e proprio “spossessamento della storia” in nome di un’operazione di copertura e di nascondimento delle reali contraddizioni esistenti in seno alla società e in nome dei privilegi dei veri detentori del potere politico e sociale.

Tutto qui? Un’accusa di questo tipo (nello stesso tempo così fragorosa e proprio per questo così innocua) potrebbe valere per tutta l’arte la letteratura e l’industria dell’entertainment.

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (2):”la proposta (morale) di Lino Aldani” di Giuseppe Panella

[Seconda parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima partef.s. ]

di Giuseppe Panella

 

a)  la proposta (morale) di Lino Aldani

 

Le possibili risposte alla domanda con cui si chiudeva il paragrafo precedente, a mio avviso, sono, in realtà, molteplici e sovente così differenti (e divergenti) le une dalle altre a tal punto che se vengono condotte alle loro estreme conseguenze teoriche possono far convergere la ricerca (e la definizione che le sottende) in una direzione o in un’altra tanto da cambiarne senso e significato.

In sostanza, la fantascienza che si legge (e che, naturalmente, si scrive) è, in realtà, la conseguenza diretta della fantascienza che si pensa di leggere (e di scrivere).

Lino Aldani, ad esempio, oltre ad essere uno dei maggiori scrittori italiani di letteratura d’anticipazione di sempre (6), ha esposto le proprie idee e la propria definizione statutaria di fantascienza in un libro (7) al quale, nonostante il molto tempo trascorso, non si può non fare riferimento (8).

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (1): “Ma esiste una fantascienza italiana?” di Giuseppe Panella.

[Con questa prima parte (le altre 6 verranno pubblicate con cadenza di due o tre giorni) inizia la pubblicazione dell’interessante saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

 

«Quattro sono le storie. Una, la più antica, è quella di una forte città assediata e difesa da uomini coraggiosi. … Un’altra, che si ricollega alla prima, è quella di un ritorno. … La terza storia è quella di una ricerca. Possiamo vedere in essa una variante della forma precedente. Giasone e il Vello ; i trenta uccelli del persiano, che attraversano montagne e mari e vedono la faccia del loro Dio, il Simurg, che è ognuno di loro e tutti loro. Nel passato ogni impresa era fortunata. …Adesso, la ricerca è condannata all’insuccesso. Il capitano Achab trova la balena e la balena lo fa a pezzi; gli eroi di James o di Kafka possono aspettarsi soltanto la sconfitta. … L’ultima storia è quella del sacrificio di un dio. … Quattro sono le storie. Per tutto il tempo che ci rimane continueremo a narrarle, trasformate»

(Jorge Luis Borges, L’oro delle tigri)

 

«Alla domanda : – “Che cosa è la fantascienza ?” – si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che la fantascienza è ciò che tutti sanno che cosa sia»

(Benedetto Croce, Breviario di estetica [1])

 

Ma esiste una fantascienza italiana?

 

In questo preludio (o meglio, in questi prolegomeni) si parlerà soprattutto di teoria letteraria e sociologica. I lettori sono avvisati.  L’ applicazione dei modelli ermeneutici qui proposti e analizzati ai testi più significativi della tradizione fantascientifica italiana è rimandata a una serie di articoli che seguiranno a breve. La scelta di una premessa metodologica (ma  non priva di esemplicazioni e in vista di esse) è dovuta alla necessità di rispondere alla domanda cruciale con la quale questa trattazione si apre perplessa ma fiduciosa.

Questa domanda rimanda, di necessità, ad un’altra domanda altrettanto fondamentale – e cioè che cosa sia veramente la fantascienza (2).

Vittorio Curtoni, in un suo libro del 1977 che rimane a tutt’oggi il più autorevole tentativo di storia della fantascienza in Italia (3), se la cava con una definizione di una certa secchezza:

 

«La science-fiction come fenomeno letterario di massa nasce il 5 aprile del 1926, con la pubblicazione in America del primo numero di “Amazing Stories” (Storie sorprendenti), rivista che esiste tuttora. Il suo fondatore, Hugo Gernsback, era un elettrotecnico d’origine lussemburghese, già autore d’ingenui romanzi di tipo avveniristico. Nell’editoriale di quel primo numero egli annunciava di voler pubblicare: “… Quel tipo di storie scritte da Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe – un affascinante romanzo fantastico, in cui si mescolino fatti scientifici e visioni profetiche… “. Largo spazio doveva essere concesso anche agli autori esordienti, in modo da dare vita ad una vera e propria scuola. Oggi Gernsback è considerato il padre fondatore della fantascienza, e non per nulla il massimo premio specializzato, assegnato annualmente dagli appassionati americani alle migliori opere del campo, si chiama “premio Hugo”. Se, come nota Pagetti, il richiamo ai “fatti scientifici” e alle “visioni profetiche” ha pesantemente influito sui destini della science-fiction, portandola sovente a soffocarsi nelle pastoie d’uno scientismo ingenuo dal punto di vista sociale e disperatamente teso ad una coerenza interna perseguita a tutti i costi, è anche vero che in un ambito del genere la fantascienza poteva trovare il materiale più adatto per fare presa sul pubblico» (4).

 

Quello che Curtoni scrive è certamente vero ma rischia di far coincidere il termine con l’oggetto.

La domanda che vorrei pormi nel corso di questo saggio è, infatti, proprio questa: la fantascienza è (o è stata) solo quella della narrativa contenuta nelle riviste ad ampia tiratura popolare o nelle collane di libri altrettanto popolari ad esse collegate o c’era stata anche prima magari con nomi diversi da quello genialmente coniato da Hugo Gernsback?

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