Elogio degli amanuensi

Chi è scettico in materia di editoria elettronica, provi a pensare di non essere il solo nella storia della cultura ad avere dubitato delle nuove tecnologie applicate al libro. Scettici ce ne sono stati fin dall’invenzione della stampa: Giovanni Tritemio (1462-1516), abate del monastero benedettino di San Martino a Sponheim, scriveva nel De laude scriptorum, ovvero nell’Elogio degli amanuensi (1492), per rinfrancare i monaci dello scriptorium scoraggiati dalla diffusione della stampa in seguito alla pubblicazione a Magonza nel 1455 della prima “Bibbia di 42 righe”, che

«la scrittura, se posta su pergamena, può durare anche mille anni, la stampa invece, poiché è abitualmente prodotta su carta, per quanto tempo potrà durare? Se un volume di carta può resistere duecento anni è già molto. […] senza gli amanuensi la scrittura non potrebbe resistere a lungo, poiché verrebbe corrotta dal tempo e dispersa dal caso […] I testi a stampa infatti essendo su carta saranno destinati a consumarsi in breve tempo. Al contrario, il copista, trascrivendo su pergamena, ha diffuso in tal modo, lontano nel tempo la propria forma e quella di ciò che ha scritto. Se, nonostante tutto, molti scelgono d’impiegare la stampa per diffondere le proprie opere, di ciò giudicheranno i posteri. E se anche tutti i libri del mondo venissero stampati, il devoto amanuense non dovrà mai desistere dal proprio compito, ma anzi dovrà impegnarsi nel preservare su pergamena, mediante la scrittura manuale i libri a stampa più utili, che altrimenti non potrebbero conservarsi tanto a lungo per la natura effimera del materiale cartaceo. […] I codici manoscritti non potranno mai essere paragonabili a quelli a stampa, in particolare perché l’ortografia e l’ornato dei libri a stampa sono spesso molto trascurati, mentre la scrittura è sempre prodotta con estrema cura e attenzione». (G. TRITEMIO, Elogio degli amanuensi, a cura di A. Bernardelli, Sellerio, Palermo, 1997, p. 65-67.)

L’invenzione della stampa trasformò la vita intellettuale della civiltà occidentale, giacché costituiva elemento di straordinaria novità e utilizzabilità fin da subito:

“Non a torto i contemporanei avvertirono la funzione rivoluzionaria di quelle «nobili scoperte», che dovevano essere annoverate tra le più eminenti «tra le imprese umane». Secondo Tomaso Garzoni, il canonico romagnolo che nel 1585 pubblicò una vera e propria enciclopedia delle arti e mestieri, la stampa era un’«arte veramente rara, stupenda e miracolosa, la quale ha aperto gli occhi a’ ciechi e dato il lume agli ignoranti». Francesco Bacone considerava la «forza, la virtù e gli effetti» di quelle «tre invenzioni che erano ignote agli antichi […]: l’arte della stampa, la polvere da sparo, la bussola. Queste tre cose infatti – affermava il filosofo inglese –, mutarono l’assetto del mondo tutto, la prima nelle lettere, la seconda nell’arte militare, la terza nellanavigazione». Mutamento, però, che si sarebbe fatto sentire nel medio-lungo periodo: nel breve, la stampa non avrebbe del tutto sconvolto la tradizionale produzione editoriale perché, come giustamente ha osservato Sigfrid Henry Steinberg, i «libri stampati si distinguevano appena dai manoscritti». Il dibattito storiografico tra i sostenitori della  continuità e i fautori di un profondo e radicale mutamento è ancora aperto”  (da Mattone-Olivari, “Il libro universitario italiano nel XV secolo”).

Tuttavia l’innovazione (stampa o internet) senza impegno pratico non serve a nulla. Come anche, senza una tradizione di riferimento alle spalle neppure la pratica più esasperata riesce a cogliere la novità legata all’innovazione:

“Da una parte l’umanesimo, nutrito di testi e di autori, esclusivamente nutrito di testi e di autori. L’umanesimo che legge Plinio il Vecchio come legge Plinio il Giovane, cita l’uno e l’altro con venerazione, allega con altrettanto rispetto il sapere dello zio e le finezze di penna del nipote, e crea, accanto alla tradizione scolastica dei Bartolomeo l’Inglese e degli Alberto di Sassonia, stampati e ristampati a iosa sui torchi migliori, una tradizione classica, e principalmente una tradizione aristotelica che non si rinnova, che non rinnova niente. Sull’altro versante, la realtà. Le scoperte, le invenzioni, le tecniche, con ciò che attivano in termini di qualità e di riflessioni che, più tardi, diventeranno qualità e riflessioni di autentici scienziati” (Febvre, “Il problema dell’incredulità nel secolo XVI”, Torino, Einaudi, 1978, p. 366).

Del resto, due anni dopo averlo scritto, Giovanni Tritemio fece pubblicare L’Elogio degli amanuensi da uno stampatore di Magonza, fra il giubilo degli amanuensi benedettini.

f.s.
[Testo redatto dal sottoscritto con l’aiuto di alcuni membri di Vibrisselibri]
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