SNAKE

Il serpente che non può cambiar pelle muore.

Lo stesso accade agli spiriti

ai quali s’impedisce di cambiare opinione:

cessano di essere spiriti.

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Aurora.

Sfregandosi insieme queste cose,

ossia nomi e definizioni,

visioni e sensazioni, le une con le altre,

e venendo messe a prova

in confutazioni benevole

e saggiate in discussioni fatte senza invidia,

risplende improvvisamente

la conoscenza di ciascuna cosa.

Platone, Dialoghi.

di Giuseppe Gentile

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INTRODUZIONE

Parlando del più e del meno in una serata senza tempo, una serata che potrebbe essere di ieri come di oggi, e perché no anche di domani, mi ritrovai dinanzi ad una questione che sembrò essere importante per chi mi stava di fronte, ma allo stesso tempo compresi che per me sarebbe stata vitale. Si disquisiva sul colore del tramonto. Vennero fuori tutta una serie di possibili colori: arancio, rosa, rosa tendente all’arancio, amaranto. Nessuno, tuttavia, riuscì a trovare un colore che minimante desse l’idea di quello che stava capitando sotto i nostri occhi: la fine di un giorno.

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SCAMBIO DI RUOLI

di Giuseppe Gentile

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Passeggiavo per le vie di Roma, quando all’improvviso notai l’avvicinarsi di un forte vociare, anzi si trattava di urla inneggianti un dio. Prima passò un gruppo di uomini e poi un altro, si trattava di gruppi nemici, inneggianti entrambi un dio diverso. Girato l’angolo vidi che queste due fazioni oltre a scambiarsi ingiurie del tipo “Traditori, Dio vi punirà”, a cui gli altri rispondevano “Siete voi i traditori, voi avete ucciso lo avete ucciso”, si lanciavano pietre a più non posso l’uno contro l’altro.

Ricordo che l’odio religioso era forse più forte di quello razziale, era pericoloso camminare per strada: gli ebrei venivano lapidati dai cristiani, i cristiani lapidati dagli ebrei, i pagani dai cristiani e dagli ebrei, le donne non potevano parlare altrimenti lapidate anche loro, solo le alte cariche erano esenti da maltrattamenti fisici; ma se qualcosa andava storto dovevano comunque sobbarcarsi il peso di lamentele provenienti da tutte e tre le fazioni religiose. Un mondo “plurireligioso” sì, ma enormemente instabile. In qualsiasi momento poteva scoppiare una rivolta che puntualmente sfociava nel sangue e nella morte.

Per tutta la vita ho vissuto con il terrore di morire per mano di un religioso. Può sembrare strano, ma io non riuscivo ad appartenere a nessuna delle divinità adorate dai romani, lo stesso valeva per Gesù e per Dio, ma il mio terrore stava proprio nel fatto di dover giustificare a chiunque le mie idee senza correre il rischio di essere malmenato o peggio ancora ucciso. Ero diventato un uomo solo, senza amici e ben presto fui costretto a gettarmi in diverse attività solo per avere la mente occupata e non pensare alla solitudine.

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ESERCIZI DI LETTURA n.11: Un ipotetico kantiano dionisico. Sette conversazioni utili per comprendere meglio Lacan

Sergio Benvenuto, Antonio Lucci, Lacan, oggi. Sette conversazioni per capire Lacan; Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2014, pp. 215.

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di Gustavo Micheletti

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Un filosofo competente in cose psicoanalitiche pone delle domande a uno psicoanalista con una formazione filosofica e dal loro dialogo nasce un libro, effettivamente utile per capire Lacan. Le sette conversazioni tra Sergio Benvenuto e Antonio Lucci hanno il grande merito di sottrarsi a due tipi di approcci fino a poco tempo fa predominanti: quello di fornire una ricostruzione del pensiero dello psicoanalista francese tutta dall’interno, per così dire di scuola, pur con tutte le numerose e sottili variazioni che nell’ambito di quella lacaniana è stato fino ad oggi possibile registrare; e un approccio esterno, talora massivamente critico e frettolosamente intransigente nell’argomentare le proprie riserve.

Per quanto questa contrapposizione sia stata negli ultimi anni mitigata dall’avvento di una seconda generazione di discepoli di Lacan, che anche in Italia stanno intraprendendo un prezioso lavoro di tessitura tra l’opera del maestro e le sue implicazioni o relazioni filosofiche operando così una sorta di “urbanizzazione della provincia lacaniana”, queste “sette conversazioni” sono comunque uno dei pochi testi in grado di porre anche un lettore poco esperto in condizione di comprendere alcuni snodi cruciali del pensiero di Lacan, fornendo nel contempo al medesimo lettore gli strumenti idonei per valutarlo secondo altre prospettive teoriche.

Nel libro, uscito nel 2014 per le edizioni Mimesis, s’insiste infatti su un doppio registro di lettura, uno interno e uno esterno all’impianto teorico in oggetto: in entrambi i casi Sergio Benvenuto riesce a fornire non solo delucidazioni utili per una migliore comprensione dei temi proposti da Lucci, ma anche per porre in comunicazione orizzonti culturali diversi e spesso ritenuti incompatibili. Lacan può apparire così come un punto di riferimento irrinunciabile anche per coloro che non condividano aspetti della sua teoria o della sua tecnica, che vengono in questo modo posti in condizione d’interagire con punti di vista filosofici diversi.

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Per una sovrana utopia, la rivoluzione

Per una sovrana utopia, la rivoluzione

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli / e costruito

grandi città / aspettiamo che questo male muoia /

restiamo nelle case / e tutti insieme vinciamo. 

Eracleonte da Gela (233 a.c.)

Perché ogni epoca sogna la successiva,

ma sognando urge al risveglio.

Walter Benjamin

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di Antonino Contiliano

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La rivoluzione politica di classe, per una società universale senza classi, non è meno astrazione e sovrana utopia della corrispondente universalità scientifica e sperimentalità; ed è tale che insieme richiede anche capacità di astrazione dalle proprie identità. L’astrazione è potenza complessa, azione e forma organizzativa che attiene sia alla conoscenza che alla pratica, e non meno all’immaginazione produttiva che l’alimenta in vista di mondi umani possibili ugualitari. L’utopia è facoltà che appartiene ai domini del vivere umano, ma nel prospettare le trasformazioni di cui si fa carico implica, comunque, il rapportarsi con le cose, gli altri e le esigenze soggettive e collettive che coesistono e si intrecciano in qualunque contesto storico dato. Non manca di dover fare i conti con le stesse relative stratificazioni sociali (e d’altro genere) che connotano individui e collettività, nonché con le stesse possibili coerenze o incoerenze che incontra nel suo cammino. La realtà, cioè, in cui i soggetti generano istituzioni atte a realizzare le istanze etico-politiche comuni quanto quelle individuali entro modelli via via messi in pratica, e non senza attriti di atteggiamenti disparati fra posizioni impersonali e personali, legittimi e illegittimi, neutrali e imparziali.

A nessuno (singolo, o collettività) dovrebbe venire in mente di chiudere in soffitta l’utopia come istanza che, in un mondo stracolmo di diseguaglianze insopportabili, spinge verso l’uguaglianza sociale, le cose e le azioni necessarie al suo divenire-realizzazione. Ed è certo che il mondo delle diseguaglianze del modello neoliberista e ordoliberista non naviga nella direzione di una comunità umana d’uguali e liberi possibile, che, pur diversi nel pensiero e nelle idee, liberamente associati, all’unanimità decidano di inventare e sperimentare istituzioni a ciò necessarie (quali possono essere quelle di un divenire-mondo-comunista). Perché a fronte del potere sovrano delle altre logiche etiche, sociali, politiche che da tempo, già istituzionalizzate e in servizio, impongono discipline e controlli antidemocratici e classisti, la ratio dell’utopia rivoluzionaria non ha meno coerenza e possibilità di realizzazione.

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Il “Sempre” e il “di là di quella” del pensiero leopardiano

Ed è probabile che qui ci sia

qualche segreto da scoprine.

C. S. Peirce

Gaspare Polizzi e Giuseppe Mussardo, L’infinita scienza di Leopardi, Scienza Express, Trieste, 2019

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di Antonino Contiliano

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Il mondo speculativo, il retroterra scientifico-culturale e la stessa produzione poetica (complessiva) di Giacomo Leopardi non finiscono mai di incuriosire (del resto la curiosità è una passione della conoscenza e non ha limiti). Questa volta, la passione esploratrice prende corpo visibile nell’opera L’infinita scienza di Leopardi (Scienza Express, Trieste, 2019). Del volume sono coautori Gaspare Polizzi e Giuseppe Mussardo. G. Polizzi, leopardista (all’attivo già altri lavori pubblicati su Leopardi), storico della filosofia e della scienza. G. Mussardo è prof. di fisica teorica alla “SISSA” – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – di Trieste. Di questo fortunato incontro cooperativo dei due sulla formazione e l’opera di Leopardi nella postfazione del libro (p. 188) ne parla Andrea Gambassi, altro “fisico teorico e direttore del Laboratorio interdisciplinare per le scienze naturali e umanistiche della Sissa”. Polizzi e Mussardo, mettendo in parallelo il tempo delle letture (antiche e moderne) e quello delle riflessioni evolutive del pensiero filosofico-poetico del Recanatese, seguono il concetto di infinito e di indefinito.

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ESERCIZI DI LETTURA n.6: Lo Zarathustra crocefisso. I seminari di C. G. Jung su “Lo Zarathustra” di Nietzsche

Lo Zarathustra crocefisso. I seminari di C. G. Jung su “Lo Zarathustra” di Nietzsche

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di Gustavo Micheletti

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Nel biennio 1934-35 C. G. Jung tenne, nei pressi di Zurigo e dopo qualche sollecitazione da parte di alcuni suoi allievi ed estimatori, un seminario su “Lo Zarathustra di Nietzsche”. Tra tutte le opere di Jung – sia scritte che trascritte in seguito, sia pubblicate in vita che postume – questa ci pare senza dubbio una delle più dense e significative, e non solo perché vi si legge “Lo Zarathustra” da una prospettiva nuova, che offre un contributo critico assolutamente originale e comunque molto diverso da quelli usciti in epoche diverse dall’ambito accademico-universitario, ma soprattutto perché le numerose digressioni su tematiche religiose, filosofiche e psicologiche fanno di questo testo (recentemente tradotto in italiano per Bollati Boringhieri da Alessandro Croce, in un volume curato da James L. Jarrett) uno dei più preziosi per la stessa comprensione del pensiero di Jung.

Oltre alle diverse letture psicologiche e allegoriche delle stesse allegorie nietzschiane, si possono trovare infatti, nel testo tratto da questi seminari, riflessioni a ruota libera che spaziano dal tema della solitudine di Dio fino al tema, presente anche in molti altri scritti junghiani, del rapporto tra Dio e il Demonio, o tra Dio e il male; tra il Sé, tra le sue proiezioni e i suoi simboli, e l’ombra; tra lo Spirito, la mente e il corpo; tra la Fede e la Grazia. I concetti di Enantiodromia, di Anima e di Animus, di coscienza e inconscio vengono approfonditi, e sebbene non risultino sempre più chiari di quanto non lo fossero prima della lettura risultano alla fine meno esposti a schematizzazioni semplicistiche.

Volendo qui fornire solo un breve riassunto e qualche esempio della fecondità e originalità delle divagazioni junghiane su questi ed altri argomenti, ci limiteremo a esaminare alcuni temi che ci sono parsi particolarmente indicativi e illuminanti per comprendere lo spessore psicologico e filosofico di questi seminari: quello del rapporto tra Zarathustra e Cristo, quello dell’ “Enantiodromia” e poi il “Sé”, con le sue relative proiezioni.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (II parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti

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Le successioni di temi e idee melodiche, così come quelle di strutture di segni, sono alternate a variazioni non dissimili da quelle che caratterizzano l’uso di una parola all’interno di una lingua: anche in questo contesto gli usi possono succedersi in modi identici o poco prevedibili, evocare iterazioni convenzionali o attuare soluzioni particolarmente evocative sotto il profilo retorico o poetico.

Dall’inizio del Novecento anche le forme e i colori si succedono sulle tele dei pittori con ritmi diversi, assumendo complessivamente forme significative alla luce di codici sempre più ridotti, probabilmente perché una tale riduzione è funzionale ad una maggiore perspicuità visiva, la quale a sua volta è in grado di rendere più icastico e perentorio l’orizzonte entro cui si svolge la combinatoria degli elementi in gioco. Per questo la vocazione grafica di questo tipo di arte pare inscindibile dalla sua propensione all’astrazione, e forse è proprio per compensare e integrare questa propensione che il colore interviene come contrappunto della narrazione grafica.

Ci sono tuttavia tanti diversi modi d’astrarre. Secondo Tomás Maldonado c’è ad esempio una profonda differenza tra l’astrattismo costruttivo e l’astrattismo genericamente inteso, nel senso che “le opere di artisti come Malévic, Mondrian e Albers sono diverse, per esempio, da quelle di Pollock”.1

L’incremento dell’entropia che caratterizza gran parte dell’arte contemporanea, e di cui Pollock costituisce il caso più esemplare, è dovuto secondo Arnheim a due specie del tutto diverse di effetti: “da un lato, un impulso verso la semplicità, che promuoverà la regolarità e l’abbassamento del livello dell’ordine; dall’altro, il dissolvimento disordinato. Ambedue conducono alla riduzione di tensione”.2 Se Pollock può essere considerato il prototipo di questo secondo caso, Mondrian o Arp possono essere considerati validi modelli del primo.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (I parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti
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Ernst Gombrich si domanda come sia stato possibile giungere a concepire la vita artistica dei nostri tempi sotto il segno dell’idea di progresso. Lo storico viennese Hans Tietze, si chiede a sua volta come sia possibile che un linguaggio artistico nato appena una dozzina di anni prima possa essere considerato superato. Alla fine degli anni venti del Novecento, lo stesso Tietze individua nello storicismo – termine che usa grosso modo nella stessa accezione con cui lo usa Popper – l’origine di questa inarrestabile propensione.1

Nel Postscriptum alla sua Storia dell’arte, è sempre Gombrich a far osservare come gli artisti rappresentino ormai, secondo l’opinione di una vasta minoranza, “l’avanguardia del futuro”, tanto che rischierebbe di apparire ridicolo chiunque non dovesse apprezzarli a dovere.2 Questa concezione dell’avanguardia artistica risulta in effetti leggibile come un’ultima conseguenza di quella concezione storicista che, se applicata all’arte, può risultare, come anche Max Weber aveva avvertito, decisamente fuorviante, perché se “l’attività scientifica è inserita nel corso del progresso”, viceversa nessun progresso “si attua nel campo dell’arte”.3

Denys Riout fa tuttavia notare che la logica che presiede alla pittura astratta contemporanea, nella concezione che ne ha per esempio un rappresentativo esponente come Reinhardt, implica almeno un’altra fede oltre a quella storicista, e cioè quella, nata con il decadentismo e l’estetismo, nell’autonomia dell’arte e del suo impianto formale.4

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AVVICINANDOMI A UN LIBRO CHE SENTO AFFINE. Cosimo Marco Mazzoni, “Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea”

Cosimo Marco Mazzoni, Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea, Firenze, Olschki («Ambienti del diritto», 1), 2019, VII-128 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Aperto e suggestivo il titolo di una nuova collana di Olschki: «Ambienti del diritto». In effetti, in molti ambienti, circola ancora l’idea che il diritto sia chiuso nel suo, di ambiente, e a doppia mandata. Quando invece il diritto, e non dovrei certo dirlo io, fa parte a pieno titolo, e dalle sue origini quanto meno, di una vasta storia delle idee (o della cultura) che di ambienti ne infila uno dopo l’altro: dalla filosofia, morale e non, alla psicologia, dall’antropologia culturale alla sociologia politica, dalla teologia etica alla critica artistica e letteraria a un tempo, dalle filosofie dell’educazione, dei diritti alle politiche comunitarie europee, dalla letteratura alla saggistica più avvertita et j’en passe.

Ecco, tra archetipi dei diritti umani e visioni giusnaturaliste, il diritto si dà e si dice nella realtà tutta, in seno a quel «lungo viaggio di un’idea» che non proprio a caso è evocato nel sottotitolo del libro di Cosimo Marco Mazzoni; libro cui provo ad avvicinarmi, pur non avendo particolari competenze, perché lo sento affine.

Due, comunque, i numi tutelari: Giovanni Pico della Mirandola e Immanuel Kant, presenti dall’inizio alla fine del libro e veri fautori, tra Umanesimo e Modernità, del principio della dignità umana. Quasi tutto il discorso di Mazzoni ruota attorno al pensiero di questi grandi personaggi. E solo per fare un esempio e accennare così a un altro concetto su cui ritorneremo in chiusura, direi che non è un caso che Pico introduca il discorso sulla «responsabilità», tesa a chiarire il senso della parola «dignità». Ma proviamo a procedere con ordine, perché il rischio di una recensione a un libro molto denso (e pure molto chiaro) è proprio questo: inanellare subito troppi concetti-parole intorno alla «dignità», con cui molti discorsi quotidiani (quello cattolico per esempio e per tacere del politico) vanno a nozze, infilandola dappertutto.

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Gustavo Micheletti, “La sventura e la grazia”

[Proponiamo l’Introduzione al volume La sventura e la grazia, appena uscito per i tipi di Asterios Editore, ad opera di Gustavo Micheletti. (f.s.)].

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Gustavo Micheletti, La sventura e la grazia. Come credere in un Dio assente. Un saggio su Simone Weil, Asterios Editore, 2019, pp.302, € 29,00

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di Gustavo Micheletti
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Il pensiero di Simone Weil ha un andamento musicale. Specialmente nei Quaderni, lo sviluppo della sua riflessione filosofica procede attraverso la proposta di temi e di variazioni in cui riaffiorano tracce di temi precedenti, in un succedersi di riproposizioni che delle sonate, dei concerti e delle sinfonie classiche simulano vagamente la struttura.1 Quest’aspetto diviene a poco a poco così evidente e significativo da non poterne prescinderne quando ci si accinge a scrivere l’ennesimo saggio su di lei. Di qui la scelta di procedere a nostra volta in maniera musicale, lasciando riaffiorare a più riprese gli stessi problemi e gli stessi argomenti all’interno di diverse strutture tematiche e problematiche. Così, ad esempio, l’idea centrale del libro, quella secondo cui il Dio in cui la Weil crede è un Dio assente, verrà più volte ripresa e modulata in relazione sia alle sue diverse implicazioni sia alle concezioni di quei pensatori che possono averla anche solo in parte condivisa.

Ci sono echi di molti pensatori <<classici>> e di alcuni <<santi>> nell’opera di Simone Weil: in ordine sparso, potremmo menzionare Platone, S. Agostino, S. Francesco, S. Caterina da Siena, S. Giovanni della Croce, Cartesio, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, Marx, oltre, naturalmente, ad Alain, forse il principale tra i suoi maestri diretti. Tutte queste influenze danno vita a una sintesi originale, che in uno stile di pensiero rigoroso e schietto nulla concede alla retorica, al sentimentalismo e all’approssimazione.

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SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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Walter Benjamin: uno sguardo al futuro. Saggio di Marco Fagioli

Walter Benjamin: uno sguardo al futuro. L’edizione critica di L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica

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di Marco Fagioli

 L’edizione critica e sinottica delle cinque versioni di L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica, a cura di Salvatore Cariati, Vincenzo Cicero e Luciano Tripepi (testi a fronte, direttore Giovanni Reale, Bompiani, Firenze-Milano 2017) rappresenta senza dubbio l’episodio più rilevante della critica benjaminiana in Italia, dopo le due diverse edizioni delle Opere presso Einaudi.

In Italia L’opera d’arte (Kunstwerkaufsatz), dopo la sua apparizione nel 1966, nella traduzione di Enrico Filippini con la prefazione “storica” di Cesare Cases, e il diverso titolo di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, era uscita nelle sue diverse redazioni nel 2004 e 2006, a cura di Enrico Ganni, sempre nella versione Filippini; nel 2011 ancora Filippini, a cura di Francesco Valagussa con un saggio di Massimo Cacciari, nel 2012 tutte e tre le versioni (1936-1939) nella traduzione di M. Baldi per la cura di Fabrizio Desideri, nel 2012 la traduzione di R. Rizzo a cura di F. Ferrari, ancora per la prima stesura dattiloscritta (1935-36), a cura di A. Pinotti e A. Somaini, la seconda versione (1936) tradotta da Giulio Schiavoni e infine la prima versione nel 2016 a cura di M. Montanelli e M. Palma.

La letteratura critica sul libro di Benjamin, stando alla bibliografia riportata nel volume, elenca ottanta titoli, senza contare la miriade di recensioni e articoli apparsi in giornali e riviste. L’opera d’arte è stato dunque lo scritto di Benjamin più studiato in Italia e nella storia della sua critica si può definire il succedersi delle diverse interpretazioni.

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“Con i soviet dei Kom-futy, ancora…”. Saggio di Antonino Contiliano

Battete in piazza il calpestío delle rivolte!

/…/ Nostre armi sono le nostre canzoni. /…/

Vedete, il cielo s’annoia di stelle! /…/

Majakovskij, La nostra marcia

Non si tratta di conservare il passato,

ma di realizzare le sue speranze.

M. Horkheimer, T.W. Adorno

(Dialettica dell’Illuminismo)

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di Antonino Contiliano

Nel tempo delle bancherotte del capitalismo finanziario-simbolico e delle sue crisi sempre più ravvicinate (che il linguaggio del sistema considera come processo di rinnovamento permanente della propria naturalezza e eternità), è possibile rinunciare al linguaggio della ricerca che, storico-scientifica, relaziona la politica con l’arte, con la poesia, e i loro nessi ritmici con la speranza e l’utopia che il futuro non nega?

Se ogni individuo come ogni epoca non è giudicabile secondo l’immagine che ha di sé e non dimentica il futuro del passato rimasto immemore (un fuoco sotto la cenere come i sogni del mondo onirico), allora non c’è forma capitalistica che possa arrestare il futuro.

Così il primo terreno di scontro con il linguaggio dell’odierna forma cognitivo-immateriale del capitalismo contemporaneo potrebbe essere addirittura quello di ricordargli che la sua durata è smentita scientificamente dalla pluralità dei tempi (la teoria e la sperimentazione quanto-relativistica). Una pluralità dei tempi che trova anche il suo modo d’essere nella storia delle culture diverse e delle categorie verbali messe in uso, come per esempio il privilegiare l’“aspettualità” dei tempi verbali; le forme cioè perfettive, imperfettive e iterative (progressive, abituali) che maggiormente danno risalto all’azione. Qui non è il tempo assoluto della misura del valore astratto-capitalistico che conta ma l’azione, l’azione temporale che i soggetti vogliono significare con quella determinata idea-immagine (aspetto). E i soggetti hanno una singolarità plurale che prima di tutto obbedisce a differenti modalità di soggettivare la libertà e l’eguaglianza non solo nei rapporti con il tempo e i suoi ritmi/intervalli – “tempuscoli” – ineguali quanto differenziali (ritmo non è misura di ripetizione periodica fissa), ma anche con il blocco spazio-tempo dell’insieme delle relazioni socio-politiche dinamiche e instabili, asintotiche e aggrovigliate (pieghe frattalizzate).

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Punctum… ozio magi-stralis su “Il femminile e l’immaginario”

opera-mralloPunctum… ozio magi-stralis su “Il femminile e l’immaginario”*

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di Antonino Contiliano

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Non mi amo così come sono,

ma sono così come mi amo.

Narciso

L’identità gender, in ogni immaginario sociale e individuale, ha ragione d’essere solo nei modelli (l’ordine simbolico proprio ad ogni contesto storico-temporale quanto atemporale) delle soggettivazioni. Processi che, come i vari prototipi di macchine (o altro) prodotti dell’industria nei/dai contesti storici e contingenti – innescati dall’industria materiale e/o immateriale –, non sfuggono alla modellistica della situazione in corso d’opera della produzione e riproduzione (sempre rivoluzionaria, K. Marx). Sono i modelli cioè che nel loro divenire amalgamano la biologia naturale, le norme sociali e l’educazione, la cultura e il potere politico di classe vs le “minoranze” (specie il bio-potere della bio-politica della realtà a noi contemporanea). Il maschile e il femminile, così, al di fuori della relazione dei termini e delle connessioni con le extra-contiguità dei casi, non hanno sostanzialità alcuna. Cosa che, crediamo, può essere seguita scorrendo l’ordine schematico appresso fotogrammato:

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L’arte della nausea. Stefano Scrima, “Nauseati”

stefano-scrima-nauseati“La vita mi fotte, non ce la intendiamo. Devo prenderla a piccole dosi, non tutta assieme” (Charles Bukovski, Il capitano è fuori a pranzo, 1998)

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Stefano Scrima, Nauseati, Stampa Alternativa, 2016, pp. 96, € 12,00

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di Stefano Lanuzza

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Cos’è la nausea esistenziale, quella provocata dall’inadattabilità al contesto ‘umano-troppo-umano’ e al mondo? E quanti nomi può assumere simile sentimento declinato anche come disgusto, schifo, fastidio, noia, ribrezzo, repulsione?… Al pari del nichilismo, che può essere attivo contro lo stato di cose oppure passivo e inerte, ripiegato su se stesso, senza conoscenza fuori di sé o autoreferenziale, c’è una nausea come ‘pensiero forte’ o alacre metodo critico: avanzato, per esempio, da Erich Fromm avverso al consumismo che “crea un clima di superfluità, di eccesso e nausea” e coniuga “la nausea di avere” con la nausea di essere (cfr. Superfluo e nausea della nostra società, 1971). C’è inoltre la nausea che insidia l’esistenza e ne denigra il senso producendo quel vuoto disperante percepito e, nello stesso tempo, possibilmente esorcizzato dalla filosofia, dalla letteratura, dall’arte.

Dopo Esistere forte. Ha senso esistere?, libro del 2013 incentrato su Sartre Camus Gide, cruciale triade filosofico-letteraria novecentesca, Stefano Scrima, giovane filosofo ricco di talento letterario, completa una coerente dilogia con l’opera neoesistenzialista Nauseati (Viterbo, Stampa Alternativa, 2016, pp. 96, € 12,00), florilegio con una cospicua serie di protagonisti, maestri umbratili di un’‘arte della nausea’ che, mentre “sentono mancare un senso all’esistenza”, fanno della loro condizione apparentemente negativa uno strumento artistico produttivo di bellezza.

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Sulla giustificazione (rechtfertigung)

sulla-giustificazioneSulla giustificazione (rechtfertigung)

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di Domenico Carosso

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1.

Intanto, ecco quel che scrive Wlodek Goldkorn ne Il bambino nella neve :

«Noi, i viventi, dobbiamo essere giudicati per le nostre azioni, non per il passato dei nostri genitori, o per il modo in cui morirono i nostri nonni, le nostre zie, i nostri cugini. Nella capacità di rivolta e nel discernimento sta l’essenza del nostro essere nel mondo».

W. Glodkorn riprende la parola ebraica “Tikkun”, che significa riparazione, per lui il mondo è e rimarrà senza riparazione, per la Arendt e per M. Walser le cose si pongono diversamente, nonostante che per entrambi il male trionfi, nell’epoca passata, presente e futura, come banalità del male.

La giustificazione è però, per essere corretti e precisi, quella che nel mondo tedesco segnò la separazione dalla chiesa cattolica dei cristiani protestanti, che “protestarono”, tra l’altro, per la vendita delle indulgenze. I protestanti lavorarono da allora in poi, a cogliere da san Paolo, dalla sua lettera ai Romani, il problema della giustificazione non a partire dalle opere, ma per la bontà e bellezza del sacrificio di Cristo. Per loro siamo giustificati per il sangue e il nome di Cristo…

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IL TERZO SGUARDO n.52: Michel de Certeau, “Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin”

Michel de Certeau, Utopie vocaliMichel de Certeau, Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin, a cura di Lucia Amara, Milano, Mimesis, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Sulla figura di Michel de Certeau, gesuita studioso di psicoanalisi lacaniana, del linguaggio dei mistici e dei rapporti tra rappresentazione sociale della cultura religiosa, manca a tutt’oggi uno studio che ne inquadri le coordinate filosofiche più generali. Erudito apprezzato da Michel Foucault e teorico del linguaggio amato da Lacan, de Certeau, figura di indubbia poliedricità umana e sapienziale, ha spaziato come pochi tra linguistica, storia della cultura, poesia e cinema.

Questi dialoghi sulla glossolalia rappresentano un’incursione tutt’altro che occasionale del colto gesuita nel mondo della semantica linguistica. Nelle riflessioni superstiti dello storico francese, in un convegno tra happy few svoltesi a Roma nel 1977 in un serrato dialogo e confronto con Paolo Fabbri e William Samarin (dove, tuttavia, predominava il più intenso rigore dialettico di de Certeau) e restituite nel loro dettaglio dalla pazienza di Lucia Amara attraverso un meticoloso lavoro di archivio e di sbobinatura, il tema della glossolalia emerge con prepotenza in un insieme apparentemente caotico di annotazioni sparse:

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Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”

Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secoloThomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, pp. 946, euro 22,00.

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di Andrea B. Nardi

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Thomas Piketty è l’accademico francese cui vanno almeno due mirabili meriti: il primo, ovviamente, scientifico, per il colossale studio sul ruolo del capitale finanziario dall’Ottocento ai giorni nostri; il secondo, invece, editoriale. Egli infatti ha inconsapevolmente scardinato, direi: terremotato, le abitudini commerciali dei nostri pessimi editori. Per la prima volta da decenni, viene proposto al grande pubblico – benché dubito fortemente che tutti i suoi commentatori giornalistici lo abbiano letto per intero (esperienza, vi assicuro, non lieve) – un testo dal più profondo rigore storico, sociale, economico, in luogo di tutti gli pseudo saggi di sedicenti esperti, che ingombrano gli scaffali dei librai con argomenti, teorie e conclusioni totalmente campate in aria, senza alcuna referenza verificata, senza nessuna prova a latere, privi d’ogni elementare sostegno documentale.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.108: Salvate (almeno) la faccia. Guido Guidi Guerrera, “Avatar Beauty Project”

Guido Guidi Guerrera, Avatar Beauty ProjectSalvate (almeno) la faccia. Guido Guidi Guerrera, Avatar Beauty Project, Baiso (Reggio Emilia), Verdechiaro Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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La fisiognomica è un’arte antica e che nasce dallo sviluppo della riflessione filosofica sul rapporto tra corpo e anima. I tratti del volto (soprattutto il riflesso dello sguardo e il taglio della bocca) sono tra le forme espressive che caratterizzano il corpo umano e lo rendono unico e indistinguibile rispetto a quello di tutti gli altri esseri umani.

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Diego Fusaro, “Il futuro è nostro – Filosofia dell’azione”

Diego Fusaro, Il futuro è nostroDiego Fusaro, Il futuro è nostro – Filosofia dell’azione, Bompiani 2014, pp. 614, € 15,00.

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di Andrea B. Nardi

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Questo saggio di Diego Fusaro potrebbe essere destinato a diventare uno dei libri più significativi della nostra epoca, e – ce lo auspichiamo – uno dei più influenti. C’è qui, finalmente, la visione della società migliore, la società liberata dalle pastoie concettuali cui è stata perversamente assoggettata tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, le stesse pastoie responsabili d’aver distrutto quei principi democratici e civili con tanta fatica raggiunti in millenni di storia umana. Oggi non solo ci stanno strappando via le conquiste politiche e morali della modernità, ma noi stessi contribuiamo a buttarle nella spazzatura senza reagire, rassegnati alla nostra presunta impossibilità di ribellarci ai nuovi feudatari del mondo. Siamo ridiventati servi della gleba senza neppure essercene accorti.

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Aldo Pardi, “Vertigini. Scritture della rivoluzione”

Aldo Pardi, Vertigini. Scritture della rivoluzioneAldo Pardi, Vertigini. Scritture della rivoluzione, Firenze, Editrice Clinamen, p. 283, 2014

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di Silverio Zanobetti

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Questo lavoro sul concetto-immagine di “rivoluzione” è denso, compatto, sobrio come gli ultimi lavori di Aldo Pardi. Un testo in cui ritrovo la sobrietà militante e rigorosa che già avevo trovato nei libri precedenti. Deleuze, a cui è dedicato un capitolo, parla non a caso di sperimentazione come condizione del vero pensare ed invita sempre alla sobrietà nella sperimentazione e questo testo ne è un esempio di una potenza vertiginosa.

Al di là di certe posizioni discutibili (ma ampiamente motivate) per la loro durezza (su Gramsci, ad esempio) la coerenza e il rigore teorico-politico con cui Pardi persegue la sua ricerca è evidente laddove si colga la continuità con i lavori precedenti. Ruolo essenziale tornano ad avere i concetti di “produzione” e “conflitto” che «sono la porta per arrivare a codificare un concetto di “trasformazione” capace di rendere la produzione di teoria un’esperienza di liberazione»[1].

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DISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, “Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa”

Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressaDISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’obbedienza è una virtù, come lungamente ha sostenuto una tradizione di origine religiosa che parte con i Padri della Chiesa cristiana o è semplicemente l’”altra faccia” dell’ipocrisia, della pigrizia mentale e, in particolar modo, della mancanza di desiderio vitale? L’obbedienza è un fattore positivo della dinamica sociale in quanto permette alle strutture statuali di sopravvivere e operare proficuamente oppure è soltanto il nome che ha preso, in epoca moderna, la disposizione dell’eterno consenso umano all’oppressione tirannica? In che cosa consiste la “servitù volontaria”?

E’ quanto si chiedono Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Ulivieri in un saggio denso e incisivo, ben fondato filologicamente e pieno soprattutto di inquietanti interrogativi.

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La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

coper.gaber.jpg.2Sono un uomo che ci crede ancora…sono malato

di conoscenza, di voglia di cambiare le cose…

Forse è da lì che ciascuno di noi dovrebbe

ripartire, dall’individuo e dalle sue contraddizioni.

Giorgio Gaber (1984/1998)

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 La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

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di Antonino Contiliano

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La realtà, lasciò scritto Bertolt Brecht nei suoi pensieri sull’arte e la letteratura (oltre che nei suoi testi poetici e teatrali), ha più forme di quante ne possa inventare la poiesis dell’uomo, e di quelle che la “modernità”, in particolare, ha pensato e agito per creare un uomo e una società nuovi. Questi, specie nel Novecento, il “secolo breve”, ci ha provato (sintetizziamo e per approssimazione), fallendo, infatti, in modi diversi (ma il secolo breve avrebbe anche di che difendersi di fronte a un tribunale!). Sono le prove delle grandi guerre e delle rivoluzioni rosse, nere, gialle e bianche; quelle dei blocchi contrapposti e degli equilibri del terrore o quelle degli ecumenismi etico-religiosi fondamentalisti, e di segno diverso; quelle tecnologiche e ideologiche della prima e seconda (post-fordista) industrializzazione o quelle che fanno appello al diritto, ai diritti e ai diritti fondamentali, etc.

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Comunismo possibile. Utopia efficace

 L’amico aveva il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata/ per consentire al figlio di essere quello che ora è. / […] / Nulla ricorda in lui il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata / per consentirgli di essere quello che è. […] / È felice, e basta. / Va in televisione, fa l’addetto stampa, / e parla sempre con la stessa voce, dice sempre le stesse cose.  / Che i comunisti sono cattivi, e hanno rubato la gioventù / a chi solo perché aveva vent’anni credeva di essere eterno / e di poter cambiare il mondo. Che il mercato rende liberi, / e che un servo di scena può essere felice come il padrone, /  e che sa bene come i servi sono simili a quei cagnolini, / e che scodinzolano non appena annusano l’odore del biscotto.
Emilio Piccolo[1]

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di Antonino Contiliano
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Nel  “kuore dell’impero, mescolando memoria e desiderio” – scrive Stefano Docimo, Attualità o no del comunismo- TEMPI DI CATASTROFE, TEMPI INTERESSANTI (www.retididedalus.it, luglio, 2012)  –  è  possibile ancora pensare alle promesse del “comunismo” e alle sue premesse?

Il cuore dell’Impero, chiamando a testimoni l’Identificazione biometrica (Mario Lunetta, Ivi) e l’Algo-Mondo(Marco Palladini, Ivi), infatti non predilige “un’equa distribuzione dei pani, dei pesci & delle tecnologie” (Mario Lunetta) e “non conosce Algos, il gran dio dei dolori /che ci fa umani oltre le equazioni incognite, / anestetizza ogni operazione di vita” (Marco Palladini). E tuttavia sembra che le premesse per attivare il mondo delle promesse della democrazia comunista non manchino se i “tempi di catastrofe” dell’Impero appaiono “tempi interessanti”.

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Remainders n.10: Un modello di repubblica da non imitare. Tommaso Campanella, “La Città del Sole”

Tommaso Campanella, La Città del Sole, a cura di Massimo Baldini, Newton & Compton editori, 2002, pp.123, € 3,00

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di Francesco Sasso


Tommaso Campanella nasce in una povera famiglia di contadini calabresi nel 1568 a Stilo (in Calabria). Entra nell’ordine dei domenicali subendo processi e condanne per le proprie idee. Più volte torturato, per sopravvivere, finge d’esser pazzo. È condannato al carcere perpetuo dove scrive gran parte delle sue opere. È forse questa la vera pazzia: scrivere di filosofia dentro una cella umida, fredda e sporca. Campanella scrive per riepilogare il suo pensiero e per ripartire verso nuovi orizzonti. Scrive perché si sente investito di una missione politica e sociale. Chiuso in una cella, pensa e immagina.

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RASSEGNA SU POSTMODERNO E NUOVO REALISMO: Oggettività e realismo. Maurizio Ferraris, Carlo Sini, Umberto Eco, Nóema, Gianni Vattimo, Labont, Nude Review

RASSEGNA SU POSTMODERNO E NUOVO REALISMO (2011-2012)

a cura di Francesco Sasso

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Ci sono delle cose che non si possono dire

Di un Realismo Negativo

di Umberto Eco

Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.

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Riportare la filosofia alle origini. Giusy Randazzo, “La svolta filosofica. Consulenza filosofica e relazioni di aiuto”

Giusy Randazzo, La svolta filosofica. Consulenza filosofica e relazioni di aiuto, Cieffepi- Erga edizioni, 2008, pp.124, € 10,00

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di Francesco Sasso

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È cosa relativamente recente la netta differenziazione che oggi si fa tra filosofia, religione e psicologia, perché nell’antichità noi vediamo che molto sovente queste due discipline sono state affidate agli stessi uomini. Inoltre è indiscutibile che la civiltà greca fu la prima ad avere una vera e propria filosofia, e il genio di Aristotele e Platone fu per secoli l’ideale pietra di paragone per ogni altro sistema filosofico. E non solo: il filosofo greco era colui che metteva in pratica le sue riflessioni, mentre oggi pare che tra riflessione e prassi filosofica ci sia un abisso incolmabile.

Giusy Randazzo, insegnante di filosofia e in psicofilosofia, in La svolta filosofica. Consulenza filosofica e relazioni di aiuto analizza la deriva autoreferenziale della filosofia accademica e ci segnala un approccio altro: la filosofia pratica o, ancor meglio, il consulente filosofico.

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IL TERZO SGUARDO n.37: Estetica marxista. Emiliano Alessandroni, “La rivoluzione estetica di Antonio Gramsci e György Lukács”

Estetica marxista. Emiliano Alessandroni, La rivoluzione estetica di Antonio Gramsci e György Lukács, prefazione di Pietro Cataldi, Padova, Il Prato, 2011

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di Giuseppe Panella*

«Questo studio affronta in prevalenza questioni che sono state attuali negli anni Venti e Trenta in Europa, e poi di nuovo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta; e che oggi sono tramontate dal dibattito. Resuscitarle implica il rischio di apparire anacronistici e sorpassati. In questa percezione si agita appunto il concetto di “egemonia”. Il velo di polvere caduto sulle grandi questioni teoriche qui considerate è infatti parte di una generale sconfitta delle prospettive di cambiamento presenti negli attori che le hanno animate. Questo studio ha il merito di rifiutare la sconfitta come dato irreversibile e di non scendere, d’altra parte, sul terreno dell’archeologia filologica. Tratta cose morte come se fossero vive. Se un solo giovane, leggendo, sarà interessato e coinvolto, avrà avuto ragione» (pp. 10-11).

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PASSAGGIO AL COMUNISMO (3/3). Saggio di Antonino Contiliano

 Passaggio al comunismo (parte III)

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di Antonino Contiliano

La causa scatenante delle crisi rimane tuttavia la stessa: i profitti, le rendite e le perdite che non combaciamo mai con le aspettative onnivore del capitale. Il pericolo globale oggi è costituito più che da fenomeni di scarsità o di offerta da un eccesso di mercato che cortocircuita produttività e creatività immateriale. Praticamente illimitato e al tempo stesso impastoiato, il mondo della nuova economia capitalistica, che non ha dismesso le vecchie forme, produce potenza e impotenza, propria e altrui. La potenza dei flussi del mercato, nonostante la pratica (attuale) dell’indebitamento dei soggetti (privati e pubblici), si blocca per saturazione e insolvenza dell’offerta. Dall’altro, poiché deve fare in modo che l’autonomo potere creativo della ricchezza – che le rimane esterno in quanto coincide con la persona stessa dei produttori (prosumers) e la loro libera cooperazione gruppale e collettiva –, non abbia il sopravvento, negando completamente il mercato liberista con l’avvio del comunismo – l’abolizione totale della proprietà individuale (come valore e merito) per la giustizia e l’eguaglianza radicale –, rimane impigliato nell’impossibilità di dominare le stesse biforcazioni conflittuali che animano la creatività polimorfa dell’economia del simbolico e dei linguaggi.

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PASSAGGIO AL COMUNISMO (2/3). Saggio di Antonino Contiliano

Passaggio al comunismo  (parte II)

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di Antonino Contiliano

Ogni crisi capitalistica, fin dalle origini del sorgere dell’economia di scambio e di mercato, e fuori ogni dubbio, ha messo alla prova, oltre che le classi soggette, la tenuta della sua stessa verità di “capitale” e capacità di valorizzazione astratta: il presunto equivalente “valore” generale che ha trovato corpo nel denaro e nelle sue misure quantitative diseguali. La quantità di denaro cioè che dovrebbe compensare il tempo di lavoro necessario e/o di vita dei lavoratori (investito nella produzione e per la produttività) da un lato, e dall’altro per realizzare ricchezza, rendite e profitti come diritto esclusivo del capitalista. Una ricchezza però che, fra conflitti sociali e contraddizioni non risolte, è prodotta solamente dalla “potenza” della creatività del lavoro vivo del lavoratore e delle lavoratrici. I produttori sottoposti a contratti ingiusti e ineguali, e contratti che impongono agli stessi di frammentare con la quantificazione la loro stessa unità psicofisica, dividere la stessa attività lavorativa in parti e comparti parcellizzati per poi obbligare a una cooperazione secondo un’organizzazione collettiva che sfugge al loro controllo diretto. Per cui la disalienazione, paradossalmente, deve passare attraverso l’alienazione e un’oggettivazione che reifica il loro esser-ci rapporto sociale, mentre umanizza invece le cose.  In questo contesto il lavoro, infatti, pur essendo una attività di relazione unitaria e complessa, viene parcellizzato in mansioni separate, come le cose e le altre individualità, per poi essere socializzato in forma di cooperazione gerarchizzata sfruttata.

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PASSAGGIO AL COMUNISMO (1/3). Saggio di Antonino Contiliano

Disculpen la molestias, esto es una revolución.

Sub Comandante Marcos

Perché ogni epoca sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio.

Walter Benjamin

Passaggio al comunismo  (parte I)

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di Antonino Contiliano

Lo stato e i governi – soprattutto nel mondo nord-americano-occidentale –, dopo essere stati privatizzati, tra la fine del XX e il primo decennio del XXI, dall’impresa, dal privato e dall’economia di mercato liberal-liberista del “pensiero unico”, ritornano ad essere invocati quali finanziatori e salvatori delle fraudolente bancarotte capitalistiche e delle sue crisi strutturali. Le classi egemoni della vecchia e della nuova economia della deregulation, che hanno imposto lo smantellamento del welfare state sociale, ora lo invocano per se stessi e il proprio sistema che è andato in fibrillazione e messo in pericolo lo sviluppo di crescite ulteriori.

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“Alimentare ciò che in loro vi è di eterno”. Anonimo, “Il sublime”

“Alimentare ciò che in loro vi è di eterno”. Anonimo, Il sublime, a cura di Giulio Guidorizzi, in Trattatisti Greci, Mondadori, 2008, pp. 235-397

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di Francesco Sasso

Nell’intervista che Harold Bloom rilasciò alla rivista “The Paris Review” (n.118, 1991), leggiamo:

«a mio parere, Aristotele aveva distrutto la critica letteraria occidentale quasi dal principio. Per me la critica letteraria inizia davvero con lo Pseudo-Longino».

Come non essere d’accordo con il critico americano? Leggere (o rileggere) il trattato sul Sublime, composto da un anonimo retore del I secolo d.C, è per noi oggetto di continuo stupore.

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Due santi riformatori. Angela Tagliafico, “Ignazio di Loyola e Teresa D’Avila. Due itinerari spirituali a confronto”

Angela Tagliafico, Ignazio di Loyola e Teresa D’Avila. Due itinerari spirituali a confronto, Edizioni OCD, 2009, pp.481, € 20,00

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di Francesco Sasso


Nel XV e XVI secolo la crisi delle struttura ecclesiastiche e della religiosità del mondo cattolico non mancò di coinvolgere anche la vita del pontificato romano. Frati e prelati, monasteri, vescovati e parrocchie spesso non mancavano di offrire, e in larga misura, esempi d’ignoranza religiosa e di rilassamento morale. Parroci e vescovi sempre più spesso anteponevano, ormai, ai loro doveri di pastori d’anime gli interessi temporali. Fu così che vistosi e ripetuti esempi di generale decadimento della vita etico-religiosa esercitavano sulla mentalità e sui costumi dei fedeli una profonda influenza e generavano spesso atteggiamenti di sfiducia nei riguardi della Chiesa e della sua missione spirituale.

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Fukuyama e l’etica senza trattino del capitalismo. Saggio di Antonino Contiliano

di Antonino Contiliano

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Le crisi cicliche del capitalismo non sono cosa inaspettata, né tanto meno insaputa. Oggi, quanti hanno messo da parte le analisi e le conclusioni profetiche di Marx non hanno che ricredersi o morire nella coazione a ripetere i disastri del modello neoliberista. La politica come rapporto costante d’interdipendenza (glocalmente) è governabile direttamente, e l’etica non può non smettere di essere al servizio dell’economia di mercato del laissez faire. La “mano invisibile”, teorizzata e praticata dal profitto privato e dai suoi agenti, stabilisce e amministra le priorità del superfluo (dannoso) e del necessario (utile e produttivo) nell’organizzazione del tempo lavorativo, e sempre sotto l’egida dogmatica del diritto di proprietà e dell’appropriazione individualistica e di classe. E il plusvalore della produzione, che lo alimenta e sostiene, è quello che il sistema, con l’elaborazione e le rielaborazioni della dottrina liberale, espropria e detiene servendosi delle manipolazioni (un apparato collaudato per l’egemonia e il riserbo della ricchezza alle classi elitarie) elettorale-politiche e delle altre regole in uso legali e illegali garantendone il potere.

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La democrazia della polis moderna. Saggio di Antonino Contiliano

Una città che sia di un uomo solo non è una città.
Sofocle, Antigone

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di Antonino Contiliano

 

 

Marx e Engels  (Manifesto del Partito comunista e L’ideologia tedesca) scrivevano che l’epoca borghese, pur nelle sue forme liberali e democratiche rappresentative, rivoluziona continuamente la produzione, le situazioni sociali e con ciò l’assetto dell’intero contesto organizzativo della vita di una comunità.  Dissolve “tutti i rapporti stabili e irrigiditi con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti”. È il ciclo delle crisi continue, e sempre più a corta distanza come evidenziano le ristrutturazioni in atto nel mondo dell’attualità neoliberistica globale e finanziario-elettronica; le crisi che rilanciano lo sviluppo illimitato e il mantenimento del sistema produttivo e riproduttivo borghese con tutto il carico di incertezze e insicurezze che si portano dietro. Un insieme correlato di movimenti e riconfigurazioni che incidono poi sulle stesse strutture mentali e i processi delle soggettivazioni degli attori coinvolti, sebbene in maniera non omogenea.

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Democrazia liberale e schiavitù. Luciano Canfora, “La democrazia. Storia di una ideologia”

Luciano Canfora, La democrazia. Storia di una ideologia, Bari, Laterza, 2008
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di Antonino Contiliano

ll principio della necessità della schiavitù
ne’ popoli precisamente liberi, è verissimo.
Leopardi, Zibaldone

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In questa opera – La democrazia. Storia di una ideologia – Canfora tratta della democrazia e del suo rapporto con la libertà all’interno della storia delle idee – ideo-logia – e del suo cammino attraverso la nascita delle istituzioni che ne hanno ordinato la convivenza non pacifica. Il percorso fatto dall’autore copre l’intero tragitto che va dagli esordi greci fino alla nuova carta costituzionale dell’Unione Europea, quella che ai nostri giorni i partiti costituenti hanno messo a punto a Strasburgo.

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Il carattere razionale dell’arte. Galvano della Volpe, “Critica del gusto”

di Francesco Sasso

Galvano della Volpe (1895-1968) con Critica del gusto formula una teoria organica della letteratura nell’ambito dell’estetica materialistica e marxista. Egli afferma il valore razionale, e non sentimentale, dell’opera artistica (a riguardo si veda il capitolo primo, «Critica dell’ ”immaginazione” poetica»). Il carattere razionale dell’arte, sostiene Della Volpe, è unità, coerenza, armonia. Per Della Volpe la forma è concetto, mentre il contenuto è materia molteplice del sensibile, dell’immaginazione.

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IL TERZO SGUARDO n.10: Lo sguardo di Ipazia. John Toland, “Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero” e “AGORA”, regia di Alejandro Amenábar

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo sguardo di Ipazia. John Toland, Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, trad. it. e cura di Federica Turriziani Colonna, Firenze, Clinamen, 20103; AGORA, regia di Alejandro Amenábar, sceneggiatura di Alejandro Amenábar e Mateo Gil, 2009

Scrive John Toland all’inizio del suo breve rapporto su vita e morte di Ipazia, filosofa vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415 dopo Cristo, una delle figure più straordinarie della cultura ellenistica e donna di rara intelligenza e bellezza:

«Quello che vi narro è un racconto breve ma ricco, come i libri degli antichi, sulla vita e sulla morte di Ipazia; e la mia narrazione canterà per sempre la gloria del suo sesso, e la miseria del nostro: perché le donne non hanno certo pochi motivi per stimare se stesse, e ciò perché è esistita una donna così poliedrica e senza il minimo difetto (e forse l’unica mancanza alle sue innumerevoli perfezioni fu proprio il non avere alcun difetto), che gli uomini devono vergognarsi; se ne possono trovare infatti alcuni, tra di loro, di un’inclinazione così brutale e selvaggia che, lungi dall’applaudire con ammirazione tanta bellezza, tanta innocenza e tanta conoscenza, macchiano con le proprie barbare mani del sangue di una donna di tal fatta, segnando in modo indelebile le proprie empie anime con assassinii dal sapore di sacrilegio. Ad escogitare una morte così terribile fu un vescovo, un patriarca, anzi un santo; ad eseguire la sua implacabile furia, il clero. Nella storia che vado ricostruendo non tralascio di considerare che, tra gli autori, ci furono anche tutti i suoi contemporanei e l’intero panorama culturale della sua epoca (non voglio infatti omettere nulla di ciò che so). Tra questi, un suo collega, e anche un suo allievo. Ma quel che c’è di più odioso e scellerato è legato agli storici ecclesiastici considerati ortodossi nella loro epoca, così come accade, il più delle volte, nella nostra»(1).

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IL TERZO SGUARDO n.7: Accoppiamenti giudiziosi. Aa. Vv. “Foucault-Marx. Paralleli e paradossi”, a cura di Rudy M. Leonelli

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Accoppiamenti giudiziosi. Aa. Vv. Foucault-Marx. Paralleli e paradossi, a cura di Rudy M. Leonelli, Roma, Bulzoni, 2010

Non è ancora possibile stabilire oggi che cosa sopravviverà dell’opera di Michel Foucault. Sono ormai trascorsi fortunatamente i tempi delle sterili polemiche sul valore oggettivo della sua opera. Non è più neppure l’epoca in cui venivano apprezzati, anche in Italia, saggi francamente inutili nel loro desiderio di sottoporre il pensiero del filosofo francese a una critica tanto serrata quanto inutilizzabile (penso, ad esempio, a un libro “sbagliato”, anche se bene informato e ben articolato, come quello di José Guilherme Merquior, Foucault, trad. it. di S. Maddaloni, Roma-Bari, Laterza, 1988).  La ricostruzione filologica dei suoi scritti e delle sue posizioni teoriche è ormai in via di completamento. Ma fin d’ora si può ragionevolmente sostenere che il nodo costituito dai rapporti di filiazione teorica tra Marx e Foucault sarà sicuramente occasione di un dibattito fervoroso e intenso non soltanto a livello di escussione erudita dei testi. Questa raccolta di saggi dedicata ai paralleli e ai paradossi presenti nel nodo problematico Foucault-Marx apre a una nuova e fruttuosa dimensione della riflessione in questo ambito. Frutto di un convegno tenutosi presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna il 24 novembre 2005, il libro va sicuramente al di là di una pura pubblicazione (doverosa certo ma polverosa nei risultati) degli atti di un incontro accademico.

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La passione del “noi” tra il XX° e il XIX°

 

di Antonino Contiliano

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Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006.

Giacomo Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

I due libri – Il secolo di Alain Badiou e La passione del presente di Giacomo Marramao – sono stati pubblicati in Italia a distanza di due anni l’uno dall’altro. I due lavori tematizzano, si può dire senza ombra di dubbio, il qui e ora, ovvero il reale e il presente del tempo storico di riferimento.

Il secolo di Alain Badiou è il XX° secolo con la sua volontà di potenza (ne fa fede la coscienza filosofica e politica che l’autore tratteggia attraverso vari documenti d’epoca: poesia, manifesti avanguardistici, opere d’arte…) come “passione del reale”, ovvero l’impegno e la lotta per la realizzazione dell’uomo e della società nuovi di cui il XIX° era stato l’anticipazione utopica o la promessa di nuova identità. Indicativo della marcia del libro può essere l’indice dei nomi che Badiou sceglie per le sue lezioni e le sue argomentazioni: questioni di metodo, la bestia, il non-riconciliato, un mondo nuovo: sì, ma quando?, passione del reale e montaggio della finzione, uno si divide in due, crisi di sesso, anabasi, sette variazioni, crudeltà, avanguardie, l’infinito, sparizioni congiunte dell’Uomo e di Dio.

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IL TERZO SGUARDO n.3: Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, “Lo sguardo e la prospettiva”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, Lo sguardo e la prospettiva, Firenze, Clinamen, 2009

Lo sguardo e la prospettiva rappresenta un punto fermo nell’ampia e sostanziata ricerca di Gustavo Micheletti partita anni fa con una tesi dedicata al pensiero di Leibniz (discussa con Remo Bodei) e proseguita poi, da allora in avanti, utilizzando molti e diversi mezzi espressivi (tra cui il romanzo, la prosa narrativa, il saggio filosofico e l’intervento giornalistico).

L’intento espresso da Micheletti in questa sua ultima prova filosofica è molto ambizioso:

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IL TERZO SGUARDO n.2: Il rizoma e la parresia del saggio. Stefano Berni – Ubaldo Fadini, “Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il rizoma e la parresia del saggio. Stefano Berni – Ubaldo Fadini, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, Firenze, Firenze University Press, 2010

«L’attuale è dunque l’”adesso del divenire” e non la prefigurazione di un determinato percorso storico. E’ questa differenza tra il presente e l’attuale a consentire una presa di posizione critica (una presa di distanza) nei confronti di qualsiasi forma di “storicismo”, di razionalizzazione “assoluta” del decorso storico, che ri(con)duce integralmente l’uomo all’orizzonte della storia. Il rinvio all’attuale permette anche di elaborare una risposta alla questione del consumarsi o meno del “destino dell’uomo” nell’immanenza storica che non suggerisce semplicemente la sostituzione di un altro centro di gravità rispetto a quello della storia (ad esempio, la natura, riproponendo così l’abituale contrapposizione tra “filosofia della storia” e “antropologia filosofica”). All’esistenza “storica”, contrassegnata dagli ordini / comandi del presente, è possibile prospettare delle “linee di fuga” rappresentate comunque dai divenire che lo stesso presente veicola. E’ proprio questa attenzione alla dinamica dell’”evento”, che “nel suo divenire sfugge alla storia”, a richiamare, oltre la nietzscheana “eternità dei divenire”, quel “fuori-interno”di Foucault che sta alla base – ne è l’anima – di un processo incessante di differenziazione, che è irriducibilmente “creativo” (di “nuove terre” e di “nuovi popoli”, per dirla ancora con Deleuze e Guattari), che “eccede”, non può non farlo, “il confine stesso della storia” (F. Masini) e le sue logiche di sopraffazione» (Stefano Berni – Ubaldo Fadini, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp.103-104).

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“Uno sguardo sul futuro”: attacco al capitalismo. Augenblick e hybris marxista

di Antonino Contiliano

 Non c’è rivoluzione senza rivoluzione.
Robespierre

La rivoluzione non è un pranzo di gala.

Mao Tse-tung

Salvatore Costantino e Aldo Zanca, Leggere Marx oggi, XL edizioni Sas, Roma, 2010.

Le contraddizioni non sono solo un motore di sviluppo della riproduzione capitalistica e della sua logica, o propria dell’accumulazione e del profitto, sono anche una specie di hybris autoimmunitaria che ne mina continuamente l’assetto. Un’auto-etero-rigenerazione violenta che investe sia il suo stesso modello di riproduzione di sfruttamento che la classe sfruttata e l’intera società civile.

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“La metafora nel Medioevo latino” di Umberto Eco

La metafora è il più importante dei tropi, ovvero l’elemento più tipico del linguaggio poetico. Ma la metafora abbonda anche nella lingua quotidiana, tanto che alcune metafore sono divenute consuete. Vi segnalo quindi il saggio La metafora nel Medioevo latino di Umberto Eco pubblicato dalla rivista Doctor Virtualis, No 3 (2004).

Abstract

La metafora nella tradizione retorica medievale. Filosofia, teologia e limiti del discorso metaforico. Metafora, allegoria e simbolismo. Tommaso, Dante e lo pseudo Dionigi

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Eco, U. (2008). 3. La metafora nel Medioevo latino. Doctor Virtualis, 0(3). Recuperato 2009-12-19, da http://riviste.unimi.it/index.php/DoctorVirtualis/article/view/51/79

 

f.s.

La sovversione dell’arte e della poesia. “L’arte della sovversione” – a cura di Marco Baravalle e “Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica” di Massimo Recalcati

 di Antonino Contiliano

Il rapporto dell’artista col tempo in cui si manifesta è
sempre contraddittorio. È contro le norme vigenti, norme
politiche per esempio, o persino schemi di pensiero,
è sempre controcorrente che l’arte cerca di operare
il suo miracolo.
 J. Lacan (L’etica della psicoanalisi)

 

Arte e poesia possono ancora oggi contrastare l’ordine della realtà o lo stato di cose presente organizzatoci dal biopotere attorno ai suoi significati di comodo e di comando?

È la domanda, direi anche l’atto, che alimenta il discorso e l’analisi che fanno il nucleo di fuoco centrale del libro L’arte della sovversione – a cura di Marco Baravalle, manifestolibri/uninomade, Roma, 2009 – e del libro di Massimo Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica – Ed. Bruno Mondatori, Milano, 2007.

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PER UNA CRITICA DELL’ECONOMIA POETICA DELL’IO. Saggio di Antonino Contiliano

di Antonino Contiliano

Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.

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“RIFRAZIONI DEL SUBLIME. DALL’ ORRORE AL GROTTESCO”. Saggio di Giuseppe Panella

Nettuno

di Giuseppe Panella

 

«Sublime. Termine designante un tipo di esperienza estetica – fatta oggetto di ampia discussione  – che è distinta da quella di bello. Nell’estetica contemporanea ogni riferimento al sublime è da tempo caduto in disuso. Già Benedetto Croce negava a questo concetto una genuina valenza estetica, ravvisando in esso un esclusivo riferimento morale; ma neppure in questa sede la filosofia del nostro secolo ha ritenuto opportuno riservare al sublime sviluppi concettuali nuovi o fecondi»

(Enciclopedia Garzanti di Filosofia)

«Rifrazione. Deviazione dei raggi luminosi, rispetto alla direzione originaria, che si verifica sulla superficie di separazione di due mezzi otticamente diversi quando i raggi passano dal primo al secondo mezzo»                         (Enciclopedia Europea Garzanti)

 

1. Sul crinale dell’ombra: considerazioni inattuali

 

L’esercizio della ricerca può insegnarci a evitare equivoci, non a fare scoperte fondamentali. Ci rivela le nostre impossibilità, i nostri limiti severi. Questa mia possibile ricostruzione teorica con variazioni sul tema del sublime può essere attribuita ad un genere: la storia concettuale di figure (o momenti) dell’esperienza estetica e letteraria. Si tratta di un tentativo che ha bisogno di un terreno assai fertile di coltura per avere qualche possibilità di successo dato che l’espressione prima utilizzata può essere considerata quasi un ossimoro: il concetto si forma attraverso astrazioni, la letteratura (la poesia, soprattutto) mediante le sue immagini, i suoi sogni, i suoi miti fondativi.  

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“Opere” di S. Giovanni della Croce

[Inventario estivo è una rubrica per l’estate in cui recensisco  alcuni libri “speciali” pubblicati nel 2009. f.s.) ]

S. Giovanni della Croce

Inventario estivo #5

di Francesco Sasso

Fervente discepolo, amico devoto di Teresa di Gesù, fu il carmelitano Juan de Yepes, divenuto poi san Giovanni della Croce (1542-1591). L’intera produzione letteraria di Giovanni della Croce, che descrive organicamente i diversi stadi della vita mistica, è stata raccolta in Opere di S. Giovanni della Croce (edizioni OCD 2009, 8° ed.), a cura di Padre Ferdinando di S. Maria O.C.D. Il corposo libro, più di 1300 pagine, è composto da quattro opere maggiori e da sette opere minori (Cautele, Avvisi e Massime, Lettere, Poesie).

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“Tempo Molteplicità Identità”. Saggio di Antonino Contiliano

Gio Ferri, Senza titolo, 1995

[Gio Ferri, Senza titolo, 1995 ]

 

di Antonino Contiliano

 

Porre un discorso di utopia rinnovata ad opera di un’avanguardia plurale orizzontale, che ha un soggetto collettivo e dalle identità plurali, in posizione di engagement agente fuori le gerarchie della subordinazione al “principe” e alle regole di un sistema codificato, è dunque riprendere la via della poesia antagonista; l’antagonismo che rifiuta la logica dei due tempi o del rimandare l’azione utopica a tempi migliori. Vuol dire “vedere”  il noûs dell’io poetico come identità plurale e “autore” collettivo di un testo altrettanto collettivo. Una simultaneità che coniuga teoria e prassi conflittuale su un terreno di comune modellizzazione e azione. E ciò vuol dire rapportarsi con un altro  ‘punto di vista’, un esser-ci cooperativo che si riconosce in un divenire comune e in una temporalità storica che al tempo dà una propria intrinseca instabilità e irreversibilità.

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Una giustizia “riflettente” per Cosmopolis. Recensione di Antonino Contiliano

La forza dell'esempio

 

di Antonino Contiliano

 

La forza dell’esempio/ Il paradigma del giudizio (Feltrinellli, 2008) di Alessandro Ferrara mette all’ordine del giorno una filosofia politica e morale che, in tempi di crisi degli Stati nazionali e di pluralismo, riprende, aggiornandolo, il presupposto del “sensus communis” del giudizio riflettente sulla esemplarità estetica kantiana. Lo spunto viene preso dall’interpretazione politica che ne ha dato Hannah Arendt durante le lezioni americane su Kant. Sono le implicazioni della “facoltà” e “Critica del giudizio” (Kant) del singolo che, come soggettività sociale, e in uno spazio estetico-politico di condivisione allargata, comportano l’assunzione del punto di vista dell’altro. 

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