IL TERZO SGUARDO n.2: Il rizoma e la parresia del saggio. Stefano Berni – Ubaldo Fadini, “Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

_____________________________

di Giuseppe Panella

Il rizoma e la parresia del saggio. Stefano Berni – Ubaldo Fadini, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, Firenze, Firenze University Press, 2010

«L’attuale è dunque l’”adesso del divenire” e non la prefigurazione di un determinato percorso storico. E’ questa differenza tra il presente e l’attuale a consentire una presa di posizione critica (una presa di distanza) nei confronti di qualsiasi forma di “storicismo”, di razionalizzazione “assoluta” del decorso storico, che ri(con)duce integralmente l’uomo all’orizzonte della storia. Il rinvio all’attuale permette anche di elaborare una risposta alla questione del consumarsi o meno del “destino dell’uomo” nell’immanenza storica che non suggerisce semplicemente la sostituzione di un altro centro di gravità rispetto a quello della storia (ad esempio, la natura, riproponendo così l’abituale contrapposizione tra “filosofia della storia” e “antropologia filosofica”). All’esistenza “storica”, contrassegnata dagli ordini / comandi del presente, è possibile prospettare delle “linee di fuga” rappresentate comunque dai divenire che lo stesso presente veicola. E’ proprio questa attenzione alla dinamica dell’”evento”, che “nel suo divenire sfugge alla storia”, a richiamare, oltre la nietzscheana “eternità dei divenire”, quel “fuori-interno”di Foucault che sta alla base – ne è l’anima – di un processo incessante di differenziazione, che è irriducibilmente “creativo” (di “nuove terre” e di “nuovi popoli”, per dirla ancora con Deleuze e Guattari), che “eccede”, non può non farlo, “il confine stesso della storia” (F. Masini) e le sue logiche di sopraffazione» (Stefano Berni – Ubaldo Fadini, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp.103-104).

Continua a leggere

“Uno sguardo sul futuro”: attacco al capitalismo. Augenblick e hybris marxista

di Antonino Contiliano

 Non c’è rivoluzione senza rivoluzione.
Robespierre

La rivoluzione non è un pranzo di gala.

Mao Tse-tung

Salvatore Costantino e Aldo Zanca, Leggere Marx oggi, XL edizioni Sas, Roma, 2010.

Le contraddizioni non sono solo un motore di sviluppo della riproduzione capitalistica e della sua logica, o propria dell’accumulazione e del profitto, sono anche una specie di hybris autoimmunitaria che ne mina continuamente l’assetto. Un’auto-etero-rigenerazione violenta che investe sia il suo stesso modello di riproduzione di sfruttamento che la classe sfruttata e l’intera società civile.

Continua a leggere

“La metafora nel Medioevo latino” di Umberto Eco

La metafora è il più importante dei tropi, ovvero l’elemento più tipico del linguaggio poetico. Ma la metafora abbonda anche nella lingua quotidiana, tanto che alcune metafore sono divenute consuete. Vi segnalo quindi il saggio La metafora nel Medioevo latino di Umberto Eco pubblicato dalla rivista Doctor Virtualis, No 3 (2004).

Abstract

La metafora nella tradizione retorica medievale. Filosofia, teologia e limiti del discorso metaforico. Metafora, allegoria e simbolismo. Tommaso, Dante e lo pseudo Dionigi

______________________________

Eco, U. (2008). 3. La metafora nel Medioevo latino. Doctor Virtualis, 0(3). Recuperato 2009-12-19, da http://riviste.unimi.it/index.php/DoctorVirtualis/article/view/51/79

 

f.s.

La sovversione dell’arte e della poesia. “L’arte della sovversione” – a cura di Marco Baravalle e “Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica” di Massimo Recalcati

 di Antonino Contiliano

Il rapporto dell’artista col tempo in cui si manifesta è
sempre contraddittorio. È contro le norme vigenti, norme
politiche per esempio, o persino schemi di pensiero,
è sempre controcorrente che l’arte cerca di operare
il suo miracolo.
 J. Lacan (L’etica della psicoanalisi)

 

Arte e poesia possono ancora oggi contrastare l’ordine della realtà o lo stato di cose presente organizzatoci dal biopotere attorno ai suoi significati di comodo e di comando?

È la domanda, direi anche l’atto, che alimenta il discorso e l’analisi che fanno il nucleo di fuoco centrale del libro L’arte della sovversione – a cura di Marco Baravalle, manifestolibri/uninomade, Roma, 2009 – e del libro di Massimo Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica – Ed. Bruno Mondatori, Milano, 2007.

Continua a leggere

PER UNA CRITICA DELL’ECONOMIA POETICA DELL’IO. Saggio di Antonino Contiliano

di Antonino Contiliano

Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.

Continua a leggere

“RIFRAZIONI DEL SUBLIME. DALL’ ORRORE AL GROTTESCO”. Saggio di Giuseppe Panella

Nettuno

di Giuseppe Panella

 

«Sublime. Termine designante un tipo di esperienza estetica – fatta oggetto di ampia discussione  – che è distinta da quella di bello. Nell’estetica contemporanea ogni riferimento al sublime è da tempo caduto in disuso. Già Benedetto Croce negava a questo concetto una genuina valenza estetica, ravvisando in esso un esclusivo riferimento morale; ma neppure in questa sede la filosofia del nostro secolo ha ritenuto opportuno riservare al sublime sviluppi concettuali nuovi o fecondi»

(Enciclopedia Garzanti di Filosofia)

«Rifrazione. Deviazione dei raggi luminosi, rispetto alla direzione originaria, che si verifica sulla superficie di separazione di due mezzi otticamente diversi quando i raggi passano dal primo al secondo mezzo»                         (Enciclopedia Europea Garzanti)

 

1. Sul crinale dell’ombra: considerazioni inattuali

 

L’esercizio della ricerca può insegnarci a evitare equivoci, non a fare scoperte fondamentali. Ci rivela le nostre impossibilità, i nostri limiti severi. Questa mia possibile ricostruzione teorica con variazioni sul tema del sublime può essere attribuita ad un genere: la storia concettuale di figure (o momenti) dell’esperienza estetica e letteraria. Si tratta di un tentativo che ha bisogno di un terreno assai fertile di coltura per avere qualche possibilità di successo dato che l’espressione prima utilizzata può essere considerata quasi un ossimoro: il concetto si forma attraverso astrazioni, la letteratura (la poesia, soprattutto) mediante le sue immagini, i suoi sogni, i suoi miti fondativi.  

Continua a leggere

“Opere” di S. Giovanni della Croce

[Inventario estivo è una rubrica per l’estate in cui recensisco  alcuni libri “speciali” pubblicati nel 2009. f.s.) ]

S. Giovanni della Croce

Inventario estivo #5

di Francesco Sasso

Fervente discepolo, amico devoto di Teresa di Gesù, fu il carmelitano Juan de Yepes, divenuto poi san Giovanni della Croce (1542-1591). L’intera produzione letteraria di Giovanni della Croce, che descrive organicamente i diversi stadi della vita mistica, è stata raccolta in Opere di S. Giovanni della Croce (edizioni OCD 2009, 8° ed.), a cura di Padre Ferdinando di S. Maria O.C.D. Il corposo libro, più di 1300 pagine, è composto da quattro opere maggiori e da sette opere minori (Cautele, Avvisi e Massime, Lettere, Poesie).

Continua a leggere

“Tempo Molteplicità Identità”. Saggio di Antonino Contiliano

Gio Ferri, Senza titolo, 1995

[Gio Ferri, Senza titolo, 1995 ]

 

di Antonino Contiliano

 

Porre un discorso di utopia rinnovata ad opera di un’avanguardia plurale orizzontale, che ha un soggetto collettivo e dalle identità plurali, in posizione di engagement agente fuori le gerarchie della subordinazione al “principe” e alle regole di un sistema codificato, è dunque riprendere la via della poesia antagonista; l’antagonismo che rifiuta la logica dei due tempi o del rimandare l’azione utopica a tempi migliori. Vuol dire “vedere”  il noûs dell’io poetico come identità plurale e “autore” collettivo di un testo altrettanto collettivo. Una simultaneità che coniuga teoria e prassi conflittuale su un terreno di comune modellizzazione e azione. E ciò vuol dire rapportarsi con un altro  ‘punto di vista’, un esser-ci cooperativo che si riconosce in un divenire comune e in una temporalità storica che al tempo dà una propria intrinseca instabilità e irreversibilità.

Continua a leggere

Una giustizia “riflettente” per Cosmopolis. Recensione di Antonino Contiliano

La forza dell'esempio

 

di Antonino Contiliano

 

La forza dell’esempio/ Il paradigma del giudizio (Feltrinellli, 2008) di Alessandro Ferrara mette all’ordine del giorno una filosofia politica e morale che, in tempi di crisi degli Stati nazionali e di pluralismo, riprende, aggiornandolo, il presupposto del “sensus communis” del giudizio riflettente sulla esemplarità estetica kantiana. Lo spunto viene preso dall’interpretazione politica che ne ha dato Hannah Arendt durante le lezioni americane su Kant. Sono le implicazioni della “facoltà” e “Critica del giudizio” (Kant) del singolo che, come soggettività sociale, e in uno spazio estetico-politico di condivisione allargata, comportano l’assunzione del punto di vista dell’altro. 

Continua a leggere

“La biopolitica della moltitudine. Democrazia assoluta” di Antonino Contiliano

nascita-della-biopolitica-foucault2 moltitudine2

di Antonino Contiliano

 

 

“Democrazia”: regime politico definibile appunto come unione
di tutti i cittadini, che esercita collegialmente un diritto
sovrano su tutto ciò che è in suo potere. […] In regime
democratico infatti […] tutti hanno convenuto di agire […]
in base a una decisione presa in comune: non hanno
convenuto però di pensare e di ragionare in modo unanime.
 
Spinoza ( Trattato teologico-politico, capp. XVI, XX)

 

È la forma della democrazia del comune che vogliamo mettere a fuoco a proposito della lettura dei libri di Michel Foucault (Sicurezza, territorio, popolazione; Nascita della biopolitica, Feltrinelli, 2005) e di Michael Hardt e Antonio Negri (Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, 2004).

La fine del “secolo breve” e l’inizio del XXI hanno chiuso con diverse verità ideologiche e lasciato aperte questioni politico-sociali tragicamente vitali e tra queste la lotta di classe e il modello di sviluppo capitalistico secondo il canone dello “stato frugale”.

L’idea del progresso irreversibile e lineare, per esempio, è morta e sepolta, e le crisi, non più solo congiunturali, sono lì a mostrarne l’evidenza. La ciclicità delle crisi irreversibili che, erose le risorse, penalizza ed esclude dal benessere la maggioranza della popolazione del pianeta, mentre i pochi ricchi diventano sempre più ricchi a scapito dei molti che diventano sempre più poveri e numerosi, è atto inconfutabile della sua insostenibilità e, simultaneamente, del fatto che le contraddizioni e il conflitto di classe non sono finiti.

Continua a leggere

“Dialoghi” di Platone nella versione di Francesco Acri

platone-acri

Recensione/schizzo

Platone è non solo massimo filosofo, ma anche sublime artista e prosatore. Leggendo i dodici dialoghi nella versione di Francesco Acri, non so se ammirare di più il fascino del pensatore, la forza del prosatore, la grandezza dell’artista. Platone ci dà un’idea esatta- direi viva- dell’uomo ateniese del IV secolo, che riveste tutti gli atteggiamenti della sua esistenza con forme di un’arte che non pretende di nascere da un vuoto gioco di parole ben connesse, ma dalla profonda ispirazione elaborata da una finissima sensibilità.

  Continua a leggere

Inchiesta su Gesù di Corrado Augias e Mauro Pesce

inchiesta-su-gesu

Recensione/schizzo

“Voi chi dite che io sia?” chiede Gesù ai discepoli. La risposta non è semplice. Corrado Augias, noto giornalista, e Mauro Pesce, biblista e storico del cristianesimo, hanno tentato di dare una risposta a quella domanda in Inchiesta su Gesù, un libro scritto nel tentativo di ricostruire la figura storica di Gesù.

Le notizie di cui disponiamo sono frammentarie e scarse le fonti in merito. Gli studiosi hanno discusso a lungo sulla figura “storica” di Gesù. Si tratta, però, di una discussione dai limiti evidenti, perché le informazioni giunte a noi grazie ai quattro vangeli canonici e ai vari vangeli apocrifi sono assai manipolate e, quindi, presentano vari problemi storiografici. Tuttavia, Inchiesta su Gesù è un libro che invita il lettore ad allargare la propria conoscenza e la propria consapevolezza storica, anche perché, come scrive il prof. Pesce nella postfazione, “la ricerca storica rigorosa non allontana dalla fede, ma non spinga neppure verso di essa”.

f.s.

[Corrado Augias – Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù, Mondadori (I miti), 2007, pp.356, € 6,00]

Aforismi sulla saggezza del vivere di Arthur Schopenhauer

Recensione/schizzo #29

In Aforismi sulla saggezza del vivere, Arthur Schopenhauer dà vita alla Teoria del pessimismo: questo è il peggiore dei mondi, motivo fondamentale dell’umanità è il dolore perché ogni desiderio suscitato dal volere eterno causa sofferenze, e l’appagamento dei desideri ne suscita altri e ingenera perciò novello dolore.

Ideale etico dell’individuo deve essere la rinuncia che sfocia nella ricerca dell’equilibrio interiore, nella programmatica lontananza del saggio da tutto ciò che, come l’ambizione o il desiderio del lusso, può offuscare la sua serenità. Condanna tuttavia, quei uomini che portano alle estreme conseguenze il principio di serenità. Esso, infatti, viene temperato nella morale antica della mediocritas, la ricerca del giusto mezzo.

Sono spunti tratti dalla filosofia greca, in particolar modo ellenistica, e dal buddismo.

Nel rapporto con gli uomini, il filosofo consiglia da una parte di evitarli, esaltando così la solitudine, dall’altra di imporsi una condotta discreta e riservata, avendo cura di non urtare la suscettibilità della gente.

Libro intenso e di facile lettura.

f.s.

[Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza del vivere, Mondadori, 1997, a cura di Maria Teresa Giannelli, pag. 252, Lire 13.000]

IL SUBLIME RIVENDICATO: ADORNO E LA VERITA’ DELLA BELLEZZA di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

 

[Le annotazioni e le riflessioni sull’estetica di Theodor Wiesegrund-Adorno che seguono sono il frutto di un lavoro condotto insieme a Tomaso Cavallo e a Giovanni Spena nel corso di una serie di incontri su Filosofia e Letteratura tenuti nell’ambito del programma dell’Associazione fiorentina “Quinto Alto” per il 2000-2001. Questa doverosa precisazione dovrebbe bastare a render conto del carattere non sistematico (anzi, sovente episodico se non rapsodico) e parziale della mia riflessione sul pensiero di Adorno. Ma si trattava in quel contesto di scambi, sondaggi e progetti di interpretazione: un dialogo sul pensiero del filosofo di Francoforte per il quale sono grato di aver interagito teoricamente con Cavallo e Spena e di aver potuto confrontarmi con ascoltatori “eccellenti” quale Gaspare Polizzi. G.P.]

1. La posta in gioco: la possibile natura della bellezza

“Tutto ciò che è essenzialmente bello è sempre ed essenzialmente, ma in gradi infinitamente diversi, connesso all’apparenza. Questo rapporto tocca la sua massima intensità in ciò che è propriamente vivente, e proprio qui nella chiara polarità di apparenza trionfale e apparenza che si spegne.Vale a dire che ogni essere vivente, e tanto più, quanto più alta è la sua vita, è sottratto all’ambito della bellezza essenziale, e in ciò che vive questo bello essenziale si rivela quindi più che mai come apparenza.Vita bella, bellezza essenziale e bellezza apparente sono termini identici. In questo senso proprio la teoria platonica del bello si ricollega al problema ancora più antico dell’apparenza in quanto si rivolge – secondo il Simposio – anzitutto alla bellezza vivente dei corpi. Che se questo problema rimane latente nella speculazione platonica, ciò dipende dal fatto che per Platone, come greco, la bellezza si espone almeno altrettanto essenzialmente nel giovane come nella fanciulla, mentre la pienezza della vita è maggiore nella donna che nel maschio. Ma un elemento di apparenza rimane anche in ciò che è meno vivo, quando sia bello essenzialmente. E questo è il caso di tutte le opere d’arte – della musica meno che di ogni altra. Rimane quindi, in ogni bellezza artistica, quell’apparenza, quella contiguità e vicinanza alla vita, senza la quale nessun’arte è possibile. Ma questa apparenza non esaurisce la sua essenza”. (Walter Benjamin, “Le affinità elettive“, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, trad. it. e cura di R. Solmi, Torino, Einaudi, 1976, pp.224-225).

Continua a leggere

Aesthetica in nuce di Benedetto Croce

Vorrei parlarvi di Aesthetica in nuce (1929) di Benedetto Croce.  In esso, riprendendo le tesi sul carattere lirico dell’intuizione e sul carattere di totalità dell’espressione artistica, Croce chiarì che la poesia, se non determina verità etiche, pure si nutre essenzialmente di moralità, perché riflette la personalità umana nella sua interezza. Anzi, quanto più grande è la personalità dell’autore, tanto più convincenti saranno i risultati poetici cui egli perviene. Entro questi termini, secondo Croce, va inteso il rapporto di condizionamento reciproco che intercorre fra poesia e storia.

Montale ha cercato in qualche modo di giustificare, in un saggio assai penetrante, questi motivi basilari:

«Che cosa Croce chiedeva al poeta? Direi che chiedesse in lui il carattere; e il carattere poteva manifestarsi come fedeltà ai propri motivi, dono, capacità di non lasciarsi corrompere da ragioni estranee alla letteratura. […] Si direbbe che il Croce abbia amato quei poeti che avrebbe amato come uomini, se li avesse conosciuti; siano essi l’olimpico Goethe o il cattolico e sedicente reazionario Balzac, o il miracoloso Nievo o il robusto e sanguigno Carducci, ultimo alfiere di una poesia che voleva rifare l’uomo.»  (1)

(1) «La lezione di Croce», in Il Mondo, 11 dicembre 1962

f.s.

[edizione letta: Benedetto Croce, Aesthetica in nuce, è in FILOSOFIA- POESIA- STORIA. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore stesso, Biblioteca Treccani, 2006, pp.195-223]

L’Anarchia secondo Errico Malatesta

Vorrei parlarvi di Errico Malatesta (Santa Maria Capua Vetere, 1853 – Roma, 1932). Egli è stato uno dei più attivi esponenti del movimento anarchico del suo tempo. Arrestato diverse volte durante l’arco di tutta la sua vita, per un totale di più di dieci anni di carcere e 35 anni esatti (metà della sua vita) di esilio. Ha viaggiato molto in Europa e in America, ha organizzato manifestazioni, congressi, fondato importanti riviste. Vasta la sua produzione teorica tradotte in tutto il mondo. Il suo impegno congiunto a quello di Cafiero, Bakunin e Costa fece sì che il socialismo, in Italia, nascesse anarchico.

[QUI] potete leggere una buona nota biografica.

Questa settimana ho letto tre volumi scritti da Malatesta e disponibili su Liber Liber [QUI] con licenza copyleft: Anarchismo e democrazia (Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlini), L’anarchia, il nostro programma e, non ancora terminato, Rivoluzione e lotta quotidiana (scritti scelti).

In L’anarchia, il nostro programma Malatesta espone il programma Anarchico in modo chiaro, a volte illuminante. Ma il testo non è un’asettica dichiarazione d’intenti, bensì una lucida disamina del pensiero e del movimento anarchico. Inoltre, il napoletano tenta di estinguere il pregiudizio del senso che il pubblico dava e dà alla parola anarchia: ossia, anarchia uguale disordine sociale.
Tuttavia egli non nasconde le difficoltà e le incognite di una società anarchica.

Anarchismo e democrazia raccoglie una serie di lettere aperte di Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlini pubblicate su alcuni quotidiani dell’epoca.
Siamo nel 1897-98, Malatesta è impegnato in modo così vitale nella polemica con Merlini a proposito delle elezioni politiche che si sarebbero tenute nel marzo del 1897: l’antiparlamentarismo di Malatesta contro il parlamentarismo di Merlini. Da qui i due compagni/rivali iniziano a discutere sulla necessità o meno delle candidature protesta (Malatesta era fermamente contrario ad esse), riflettono di questioni di tattica e principi anarchici, e sulla concezione integrale dell’Anarchia da parte di Malatesta.

Ultimo scritto: Rivoluzione e lotta quotidiana (scritti scelti) è un’ampia raccolta di saggi e articoli di Malatesta. E’ certamente il titolo più importante fra i tre elencati sopra. Ciò nonostante evito ogni commento, poiché sono ancora immerso nella lettura del volume.

Per concludere, gli anarchici sono uomini che hanno sentito i richiami ideali più generosi e universali e che si votarono alla Giustizia, alla Libertà, all’Amore. Alcuni deviarono in malo modo. Altri dedicarono l’intera esistenza all’ideale Anarchico.

Se vi interessa saperne di più, vi consiglio il volume di Manlio Cancogni dal titolo Gli angeli neri. Sotto titolo: Storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara.

Lessi Cancogni nel 2003. Egli racconta, attraverso brevi profili bibliografici dei principali esponenti del movimento anarchico, la storia dell’anarchia in Italia. Scritto in modo semplice, si legge come fosse un romanzo.

f.s.

[Errico Malatesta, Anarchismo e democrazia (Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlini), L’anarchia, il nostro programma e Rivoluzione e lotta quotidiana (scritti scelti), on-line su Liber Liber]

 

[Manlio Cancogni, Gli angeli neri. Storia degli anarchici Italiani, ed. Ponte alle grazie, 1998, pag.141, Lire 25.000]

Bhagavad-gita o Canto del glorioso signore

Anni fa lessi il poemetto religioso-filosofico Bhagavad-gita o Canto del glorioso signore. Esso è tra i più antichi documenti letterari nella storia del pensiero indù.

Il testo fa parte del grande poema epico Mahabharata e rinnova la grandiosa poesia apparsa già negli inni dei Veda.

Le date di composizione del Bhagavad-gita proposte dagli studiosi oscillano tra il III e il II a.C.

Tutto pervaso da fervore religioso, il Bhagavad-gita predica l’unione totale, la bhakti, nell’Essere unico, dal nome mutevole e innumerevole, che Krishna, identificato con l’anima universale, incarna nel poema per spandere i suoi pensieri su Arjuna che l’ascolta prima di attaccare battaglia contro il re cieco Dhritarashtra.

Arjuna ha come guida del suo cocchio il dio Krishna; lui non vorrebbe combattere per timore di uccidere alcuni dèi suoi parenti nel campo opposto, ma Krishna lo esorta a combattere valorosamente, anche a rischio di uccidere i suoi parenti. L’anima in ognuno vive eternamente, dice Krishna; l’uomo quando muore è come se si spogliasse degli abiti vecchi per indossarne dei nuovi. Quando si uccide uno, non lo si uccide realmente ma lo si fa spogliare di un corpo per rivestirne un altro.

Perciò Arjuna in guerra deve compiere il suo dovere. Nascita e rinascita sono solo due fenomeni; l’anima sostanza rimane sempre. Per liberarsi dalle reincarnazioni e ottenere l’immortalità, bisogna avere la vera coscienza, cioè conoscere bene che in ogni uomo c’è un’anima, la quale è identica all’anima di ogni essere; e questa anima universale è identica al Brahaman supremo, il quale è Krishna stesso.

<<In ogni anima vivente, c’è, dice il dio, una particella di me, eterna… >>

Krishna dice di essere ogni cosa, il sole, la luna, le stelle, le acque ecc. Afferma di essere tra gli dèi Visnù, e lo stesso dio distruttore Siva, Agni. A lui solo bisogna offrire sacrifici.

La somma beatitudine o nirvana consiste nell’essere liberati dalle nascite, nello spogliarsi della propria personalità e unirsi, perdersi nella impersonalità dell’Essere supremo, Krishma.

Per ottenere il nirvana bisogna avere la vera conoscenza, che comporta l’estinzione di ogni desiderio, e a questo si giunge specialmente con l’offerta dei sacrifici, con le pratiche ascetiche.

Il  Bhagavad-gita predica anche la dottrina delle incarnazioni per il bene degli uomini.

Riassumendo, la dottrina del Bhagavad-gita è articolata attorno a questi principi: esiste un Essere supremo, creatore dell’universo; ogni creatura è particella di lui. Egli è un unico Dio, quantunque possa essere venerato sotto diversi nomi e culti differenti. L’uomo muore e rinasce continuamente a causa del suo egoismo e dei suoi vani desideri; soltanto liberandosi da questi, mediante la conoscenza dell’identità dell’anima individuale con l’anima universale e di questa con Dio, raggiunge il nirvana, nell’assorbimento completo nella personalità di Dio. Di tanto in tanto, quando ne sorge il bisogno, Dio si incarna nascendo e vivendo da uomo.

f.s.

da i Quaderni (1914-1916) di L. Wittgenstein

Trascrivo/ripropongo (Amanuense web) 

Il mondo incapsulato nel linguaggio

I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.

C’è realmente soltanto una anima del mondo, che io di preferenza chiamo la mia anima, e in base alla quale solamente concepisco le anime degli altri.

La precedente osservazione dà la chiave per decidere in che misura il solipsismo sia una verità. [L. Wittgenstein, Werkausgabe, Band I, Frankfurt a.M., 1984, p.141]

*** Continua a leggere